Russian President Vladimir Putin walks past Serbian honour guards during a welcoming ceremony at the Palace of Serbia on January 17, 2019, in Belgrade. (Photo by Andrej ISAKOVIC / AFP)

Arrestato jihadista in Serbia:
era pronto a colpire Putin

Lo scorso 13 gennaio le autorità serbe hanno arrestato a Novi Pazar il 21enne Armin Alibasic, sospettato di essere un terrorista dell’Isis e di organizzare un attentato in territorio serbo, forse addirittura contro Vladimir Putin, in visita a Belgrado con una delegazione lo scorso 17 gennaio.

Alibasic veniva fermato nel villaggio di Potok, nei pressi di Novi Pazar, Sangiaccato. Gli agenti lo avevano notato mentre camminava con un grosso zaino dal quale si intravedeva un cannocchiale rivelatosi poi agganciato a un fucile ad aria compressa. Il soggetto in questione veniva inoltre trovato in possesso di un pugnale.

A quel punto gli agenti hanno deciso di perquisire la sua abitazione e nello scantinato sono state rinvenute numerose armi, tutto l’occorrente chimico per fabbricare ordigni esplosivi improvvisati, un manuale per la loro fabbricazione, appunti con calcoli di distanza tra Novi Pazar e altre città ed anche una bandiera dell’Isis.

Alibasic, noto come salafita, era solito testare i suoi ordigni nei boschi attorno al proprio villaggio dove si esercitava anche in azioni paramilitari e di sopravvivenza; un profilo peculiare che aveva attirato l’attenzione dei servizi di sicurezza, anche in corrispondenza con le sue frequentazioni radicali nel Sangiaccato.

Fonti locali rendevano noto che Alibasic era collegato al gruppo islamista radicale di stampo wahhabita e salafita “Da’va Team”, molto attivo sui social in ambito propagandistico.

Mosca ancora una volta bersaglio dei jihadisti

Nonostante le autorità locali non abbiano ancora rilasciato elementi che dimostrano l’intenzione da parte di Alibasic di voler colpire proprio il presidente russo Vladimir Putin durante la sua visita a Belgrado, i sospetti vanno pesantemente in quella direzione.

La Russia è infatti diventata un principale nemico dei jihadisti dell’Isis e di Al Qaeda dopo che Mosca nel settembre 2015 ha lanciato l’offensiva in Siria che ha portato alla disfatta delle organizzazioni jihadiste operanti in loco, cambiando le sorti del conflitto a favore di Assad, al punto che oggi in Siria, nonostante siano ancora presenti alcune sacche di resistenza islamista, il governo di Assad ha ripreso il controllo di gran parte del territorio siriano.

Non va inoltre dimenticato che Mosca, dopo gli attentati di Volgograd del 2013, ha dato il via a una vera e propria offensiva contro i jihadisti in Caucaso che ha di fatto sgretolato ciò che rimaneva dell’Imrat Kavkaz, riducendo drasticamente il numero di attentati nella regione, ridimensionando pesantemente il fenomeno jihadista ad attività perpetrata da poche bande armate e costantemente braccate.

L’Isis non è tra l’altro neanche riuscito a colpire durante i mondiali di calcio tenutisi in Russia la scorsa estate. Nonostante tutte le minacce lanciate via web, con tanto di pittoresche immagini, i jihadisti non sono riusciti a dar seguito ai loro avvertimenti, un’ulteriore sconfitta per Al Baghdadi e soci.

Non è dunque da escludere che una cellula dell’Isis possa aver pensato di colpire Mosca nei Balcani, sperando magari in qualche falla da parte dell’intelligence e delle forze di sicurezza nell’area.

Fonti dell’Intelligence serba hanno però parlato chiaro: “Il presidente Putin è un target a causa della guerra della Russia contro l’Isis. Le nostre forze di sicurezza, assieme a quelle russe, sono però ben preparate e hanno la situazione sotto controllo e il presidente della Federazione Russa è assolutamente al sicuro”. 

La polveriera balcanica

Il Sangiaccato, regione serba a maggioranza musulmana, resta ancora oggi senza ombra di dubbio una delle zone più a rischio per quanto riguarda la radicalizzazione islamista nei Balcani. Basta pensare che gran parte dei circa 40 foreign fighters partiti dalla Serbia per unirsi ai jihadisti in Siria provenivano da questa zona o dalla vicina valle di Presevo.

Zona caratterizzata da tensioni etniche, da difficili condizioni socio-economiche e con una disoccupazione giovanile particolarmente elevata, il Sangiaccato è diventato “terra di conquista” per quel radicalismo islamista “importato” che cerca giovani da arruolare, esattamente come già visto in certe zone dell’Albania, in Kosovo, in Macedonia e in Bosnia. Un mix di retorica jihadista e flussi di finanziamento che rendono la situazione particolarmente rischiosa in un contesto frammentato, complesso e instabile come quello balcanico e al quale va ad aggiungersi anche il rischio di rientro da parte di foreign fighters partiti dai Paesi dell’area ma anche quello d’infiltrazione di jihadisti tra quei migranti che cercano di entrare in Europa tramite la rotta balcanica.