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L’asse energetico che non ti aspetti
tra gli Stati Uniti d’America e la Cina

Nonostante le ripetute schermaglie mediatiche, le provocazioni reciproche e i ripetuti confronti su numerosi scenari economici e geopolitici, Cina e Stati Uniti, le principali potenze planetarie, intrattengono una relazione dominata da una profonda interdipendenza economica. Ciò è stato dimostrato anche dal fatto che le restrizioni commerciali minacciate dalla Casa Bianca nelle settimane successive all’insediamento di Donald Trump non si sono materializzate, mentre al contrario Pechino e Washington hanno approfondito il dialogo bilaterale sotto un’importante questione di primaria rilevanza: lo scorso 12 maggio, infatti, Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese hanno concluso un accordo commerciale basato principalmente sulle forniture di gas naturale liquefatto (GNL) made in USA al colosso asiatico, che potrebbe portare Pechino, secondo i calcoli della compagnia energetica Wood Mackenzie, ad acquisti annui pari a 26 miliardi di dollari annui da qui al 2030.

Nonostante le rispettive sfere geopolitiche e i rispettivi obiettivi strategici abbiano portato la Cina e gli Stati Uniti a numerosi attriti negli ultimi anni, la questione energetica rappresenta un punto importante in cui le visioni di Pechino e Washington risultano complementari: da un lato, l’espansione dell’industria dello shale gas e dello shale oil ha notevolmente aumentato la produzione interna statunitense, tanto da portare l’amministrazione Trump a elaborare piani per incrementare il potenziale commerciale delle materie prime energetiche vendute da Washington sulla base di accordi simili a quello sottoscritto di recente con la Polonia, dall’altro Pechino ha fatto della diversificazione delle importazioni energetiche un punto focale della sua strategia economica per gli anni a venire. Iniziative a lungo raggio come il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), incasellato nel quadro della “Nuova Via della Seta”, e il cosiddetto “Santo Graal energetico”, l’accordo trentennale con la Russia da 400 miliardi di dollari concluso nel 2014, hanno segnalato negli ultimi anni la volontà di Pechino di unire la sua grande strategia geopolitica alla possibilità di ridurre la pericolosità connessa alla tradizionale fragilità delle sue linee di rifornimento di petrolio e gas naturale, fino a pochi anni fa costrette per l’80% a transitare dal vulnerabile Stretto di Malacca in quanto provenienti principalmente dal Medio Oriente e dall’Angola.

In questo contesto, il continente americano ha rappresentato un’importante fonte di opportunità per una Cina sempre più assetata di energia: se da un lato l’America Latina risulta attraente per la ricchezza dei giacimenti petroliferi di Paesi come il Venezuela e l’Ecuador, che consegna quasi per intero la sua produzione a Pechino, dall’altro la terra delle opportunità, dal punto di vista della Repubblica Popolare, è rappresentata dalla macroarea nordamericana costituita da Canada, Stati Uniti e Messico, e la risorsa più vantaggiosa procacciabile in tale regione il gas naturale oggetto del recente accordo con Washington. Le dinamiche di PetroChina, analizzate da David Fickling per Bloombergsegnalano un progressivo orientamento verso il gas naturale e a scapito del petrolio quale principale risorsa strategica nel quadro dell’interesse di Pechino: in questo caso il focus principale non è posto tanto sulla produzione interna quanto proprio sulle fonti d’importazione, che dall’America Settentrionale possono provenire in misura massiccia e, soprattutto, in maniera sicura e continua attraverso le rotte dell’Oceano Pacifico.

Il pivot to America della strategia energetica cinese non è venuto in emersione negli ultimi tempi ma è il frutto di una lunga elaborazione: come riportato dallo studioso indiano Parag Khanna nel suo saggio Connectography, infatti, la Cina ha ampiamente preparato il retroterra per i suoi investimenti nel compound energetico nordamericano contribuendo, ad esempio, con due miliardi di dollari al miglioramento dell’infrastruttura portuale e residenziale di San Francisco e con numerosi altri interventi allo sviluppo di Zone Economiche Speciali favorevoli alle sue relazioni commerciali con il partner-rivale di oltre Pacifico. 

La collaborazione commerciale sino-americana risulta particolarmente significativa sotto il profilo dei flussi di materie prime, al cui interno il gas naturale gioca un ruolo primario: mai quanto oggi, le rotte del gas si sovrappongono con crescente precisione alle direttrici della geopolitica planetaria e, nel caso della convergenza Pechino-Washington in materia, testimoniano quanto molto spesso pragmatismo e realpolitik possano superare nettamente frizioni e conflittualità. Nel segno della connettività che plasma la visione cinese della globalizzazione, anche gli Stati Uniti possono rientrare a pieno titolo nella strategia incentrata sulla “Nuova Via della Seta” che Washington si ostina a considerare, sotto molti profili, ostile e contrastante con le priorità nazionali.