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Asse Russia-Arabia al vertice Opec
Trump è pronto allo scontro totale

Il petrolio non è più centrale come un tempo nello scacchiere geopolitico. Oggi è soprattutto sul gas che si costruiscono le strategie energetiche del futuro. Ma l’oro nero resta ancora un pilastro della politica mondiale. E lo dimostrano le tensioni sul prezzo del petrolio, in caduta libera da alcuni mesi, unite all’uscita del Qatar dall’Opec (Organisation of Petroleum Exporting Countries) e dai rumours sulla prossima uscita dell’Iraq.

Il vertice Opec sarà utile per comprendere le dinamiche sulla strategia petrolifera mondiale. Il mese di novembre ha inferto una ferita profonda ai Paesi produttori di petrolio. Per quanto riguarda il prezzo del greggio, novembre è stato il mese peggiore degli ultimi 10 anni. Sotto questo profilo, è interessante vedere che il 24 settembre il Brent aveva superato gli 80 dollari al barile e adesso arriva intorno ai 60 dollari. E a incidere sul crollo sono state le sanzioni Usa all’Iran scattate il 5 novembre: un trauma che ha fatto credere a operatori, produttori e investitori che vi sarebbe stato un crollo globale della produzione o una possibile crisi petrolifera.

In realtà, invece della crisi, c’è stato l’esatto opposto.  I Paesi produttori, proprio per strappare le quote di mercato del petrolio iraniano, hanno pompato ancora più petrolio. Ma la domanda è rimasta stabile, provocando un crollo dei prezzi.Tanto è vero che mentre si registrava il crollo dei prezzi, l’Arabia Saudita registrava il record storico di produzione: 11,2 milioni di barili al giorno.

Per questo motivo, i Paesi produttori, in particolare Russia e Arabia Saudita, stanno valutando un taglio della produzione, forse nell’ordine di 1,4 milioni di barili al giorno. Una scelta che non piaceva al Cremlino, ma che adesso, invece, sembra essersi definitivamente convinto.

L’idea di molti analisti è che se i Paesi produttori di petrolio, dentro e fuori dall’Opec, non decideranno per tagliare la produzione, gli investitori rimarranno molto delusi, portando a una quotazione ancora inferiore dei barili di greggio. Un’ipotesi che fa tremare le economie di questi Stati, visto che l’export di idrocarburi resta ancora una colonna portante di molte economia.

Russia e Arabia Saudita, rispettivamente leader dell’Opec e dei Paesi produttori che non fanno parte dell’Organizzazione, stanno ancora valutando il da farsi. Ma sembrano essersi orientate sul taglio, come dimostrato anche dal rialzo del prezzo del petrolio nella giornata di ieri non appena si è saputo dell’accordo fra Mosca e Riad.

Un accordo che però non piace a Donald Trump, che sta facendo di tutto per fermare l’accordo sul taglio alla produzione petrolifera. Il presidente degli Stati Uniti sta facendo forti pressioni per mantenere i livelli invariati. E il motivo è sia interno che interazionale. Trump non vuole che a pagare l’accordo fra Paesi produttori siano gli automobilisti americani, visto che il presidente Usa è sempre stato un sostenitore  non solo dell’abbassamento del prezzo, ma anche dell’aumento della produzione americana. “Speriamo che l’Opec mantenga i flussi di petrolio così come sono, che non li limiti. Il mondo non vuole vedere, e non ha bisogno, di prezzi del petrolio più alti!”, ha scritto Trump su Twitter.

E c’è chi crede che la Casa Bianca possa giocare l’asso nella manica per convincere i sauditi: l’omicidio di Jamal Khashoggi. Secondo alcuni analisti, il presidente Usa potrebbe mettere a tacere le speculazioni sull’orribile omicidio del giornalista nel consolato saudita di Istanbul. E per farlo, chiederebbe in cambio la fine dello stop alla produzione.