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Perché sono falliti i negoziati per Cipro

Storia di un fallimento annunciato. Si potrebbe intitolare così il negoziato per la riunificazione di Cipro che si è svolto per dieci giorni a Crans-Montana, in Svizzera. Dieci giorni di nulla di fatto, nonostante l’assoluta certezza che un giorno, Cipro debba essere “uno Stato come gli altri”, come ha affermato il ministro degli Esteri greco, Nikos Kotzias. I dieci giorni di negoziati in Svizzera hanno pero dimostrato che, al netto della buona volontà di molti dei presenti, ci sono ancora forte differenze di vedute che fanno sì che l’obiettivo di un’isola di Cipro unificata e indipendente sia ancora da relegare ai sogni nel cassetto del governo di Nicosia. Antonio Guterres, al termine degli incontri, è stato chiarissimo nel manifestare il sentimento che alberga in questi giorni nel consesso internazionale. “Sfortunatamente un accordo non è stato possibile” ha confermato il Segretario Generale delle Nazioni Uniti alla stampa riunitasi nella cittadina svizzera, “la conferenza è stata chiusa senza la possibilità di arrivare ad una soluzione”. Nonostante il timido accenno a una speranza in futuro di riprendere i negoziati, è chiaro che dopo questo ennesimo fallimento, la discussione su Cipro, se anche non al punto di partenza, è di nuovo, completamente, in alto mare.

I motivi da ricercare per questo ennesimo fallimento sono abbastanza chiari a tutti ed hanno anche una firma: la Turchia. La ragione fondamentale della mancanza di un accordo è stata infatti l’assoluta contrarietà del governo turco a smantellare la guarnigione militare presenta a Cipro Nord e la volontà turca di assegnare ai suoi cittadini sull’isola di Cipro gli stessi diritti che hanno i cittadini greci. Sul primo punto, il governo cipriota era stato chiarissimo sin da subito, e dello stesso avviso lo è il governo di Atene, invitato come “garante”: o le truppe turche si ritirano completamente dall’isola in tempi certi, o non può esserci alcuna riunificazione. E del resto, la richiesta è apparsa da subito assolutamente legittima sia in sede europea sia in sede di Nazioni Unite, dal momento che difficilmente un governo indipendente può accettare una forza occupante sul proprio territorio, soprattutto una forza ostile alla sua unificazione, quale appunto quella della Turchia.

Il ministro degli esteri turco, Cavusoglu, riguardo al ritiro delle truppe turche dall’isola è stato più che cristallino. A margine di uno degli incontri di questa dieci giorni, in un incontro con la stampa, ha detto che chi sogna la fine della presenza militare turca sull’isola, è ora che si svegli. Parole che non indicavano certamente alcuna volontà di scendere a compromesso sulla questione. Ed è facile comprendere il motivo: una Cipro unificata equivarrebbe inevitabilmente alla perdita di ogni potere sull’isola da parte di Ankara. Controllare il Nord dell’isola, per la Turchia significa controllare il passaggio delle flotte nel quadrante del Mediterraneo ma soprattutto vuol dire perdere il controllo su acque in cui potrebbero esserci ottime possibilità di trovare giacimenti di gas. Nel triangolo fra Kyrenia, Mersin e Iskenderun, molti analisti ritengono che sia probabile la scoperta di giacimenti d’idrocarburi. Se così fosse, la Turchia avrebbe il totale controllo sul quadrante e quindi la capacità di gestire e monitorarne l’estrazione e la vendita. A prescindere quindi dai motivi politici per i quali la Turchia non vuole cedere sul fronte cipriota, è evidente che le motivazioni energetiche ed economiche sono molto rilevanti per il futuro dell’isola.

L’altro punto, altrettanto delicato, che ha visto il confronto serrato fra le parti è stata la volontà della Repubblica di Cipro Nord e di Ankara di inserire una clausola nei negoziati che prevedesse, per i cittadini turchi, lo stesso trattamento previsto per i cittadini greci. Richiesta altrettanto impossibile da superare poiché si tratterebbe di concedere a cittadini extracomunitari diritti e garanzie che hanno i greci anche in quanto cittadini dell’Unione Europea. È del tutto evidente che la richiesta era destinata a non essere accolta, anche perché in seno all’Unione Europea, difficilmente si sarebbe accettato che il governo turco riuscisse a ottenere le quattro libertà fondamentali per i suoi cittadini, a Cipro, nonostante non siano parte dell’Unione. Non soltanto sarebbe illegittimo, ma sarebbe anche frutto di una concessione da parte di Bruxelles che, visti i gravi scontri diplomatici avuti con Erdogan, non sembra essere destinata ad avere accoglimento.

Lo scontro con l’Unione Europea è certamente uno dei grandi temi per cui la Turchia non vuole fare concessioni sull’isola di Cipro. In questo momento, Erdogan ha deciso che con l’Europa può usare le armi del ricatto. È una tattica. Una tattica che in ogni caso gli ha permesso di avere miliardi di euro con i migranti, i visti per i suoi cittadini, e una discreta libertà di manovra con i gulenisti, dopo il golpe, nonostante i proclami umanitari. E non sembra avere alcun interesse a privarsene con Cipro, che resta uno dei grandi nodi da sciogliere dell’Unione Europea e del suo rapporto con il governo turco. A dimostrazione che la soluzione per Cipro non è certo nelle mani del popolo dell’isola, ma nelle cancellerie straniere interessate: Bruxelles, Atene, Londra e Ankara.