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Parabola di padre Mario, il gesuita che salva le anime dei narcos

Un’isola carcere di massima sicurezza nel bel mezzo del Pacifico: è questo lo scenario surreale, al punto da sembrare di essere stati catapultati in un romanzo, in cui si incontrano i destini dei signori della droga messicani e di un «soldato» di Gesù italiano.

Confinato per sua scelta, Mario Picech racconta cosa significa essere il cappellano nel carcere federale dell’Islas Marias. «Quando è nata la necessità di andare in un luogo dove nessuno voleva andare io mi sono subito proposto», così padre Picech, friulano di 55 anni, spiega con aria divertita cosa lo ha spinto a imbarcarsi in questa missione nell’Islas Marias, un pugno di isole situate nel golfo della California a 110 km di distanza dalle coste messicane.

La sua storia è quella di un gesuita impegnato nel recupero spirituale e sociale di chi sta scontando pene gravissime in uno dei Paesi dai tassi di criminalità più alti al mondo. Al suo arrivo il carcere era ancora una colonia penale dove erano ospitati 8mila detenuti, numero sceso oggi di otto volte anche perché nel frattempo l’area è stata trasformata in un carcere federale di massima sicurezza.

Il «restyling» del sistema carcerario, voluto dal governo Calderon nel 2010, è stato possibile grazie ai contributi versati dagli Stati Uniti, decisi a dare un chiaro segnale contro il narcotraffico. La struttura si compone di un villaggio principale dove vivono le guardie carcerarie e il personale del carcere; diversi accampamenti, tra cui uno di massima sicurezza con due torri dove vivono reclusi i detenuti più pericolosi e infine un piccolo villaggio che ospita i familiari che vengono in visita. A scandire le giornate dei carcerati è il lavoro: sette giorni su sette si dedicano alla agricoltura, alla falegnameria, all’apicoltura, all’allevamento, all’acquicoltura e alla pesca. Il tutto non retribuito, fatta eccezione per alcuni che ricevono un compenso simbolico.

La presenza dei gesuiti è stata fissa e continuativa negli anni ma quando si trasformò in carcere federale la loro missione venne messa in discussione: nacque allora il problema di cosa si potesse fare in un carcere di massima sicurezza dove il contatto è molto limitato. Anche per i gesuiti era difficile entrare in una realtà nuova. Per padre Picech l’impatto è stato brusco i primi tempi: le restrizioni e l’isolamento del resto valevano anche per lui. Eppure la soluzione migliore è stata proprio abbracciare quella condizione: «Mi chiedevo come rendermi partecipe di quelle vite vissute nel mondo della droga e ho scoperto che il modo migliore era vivere le limitazioni che ti poneva la vita carceraria, essendo lì con loro», racconta con voce commossa.

Eppure, non di sole privazioni e di lavoro è fatta la vita nel carcere messicano: «Ultimamente ci viene data la possibilità di fare il bagno nel mare e la mattina sulla spiaggia, lunga chilometri, camminiamo in silenzio e c’è questo momento, un regalo che viene dato ai detenuti, di immergersi in questa natura bellissima e selvaggia». «Li vedo come compagni di vita e lo ritengo un grande privilegio stare con loro. Non ho mai pensato che sono in un contesto di persone malvagie perché non è così», confida padre Mario.

Com’è possibile stabilire un legame di intimità con uomini induriti da crimini efferati, abituati allo spregio della vita umana e così lontani dal bene? Padre Picech non esita un istante e fuga ogni dubbio con voce sicura: «Noi pensiamo ed etichettiamo una persona in base al reato che ha commesso ma è un uomo e di conseguenza non c’è solo questa dimensione: non solo c’è il desiderio del bene ma anche la capacità di fare del bene e questo non viene annullato solo se hai commesso dei delitti efferati. Anzi, probabilmente un processo di conversione e di lettura della propria vita in chi è stato coinvolto con il male, riesce a leggere il bene in una maniera diversa da noi, più profonda e quindi mi insegna molto». Smontato il primo preconcetto sull’uomo in quanto criminale, padre Mario capovolge anche l’immagine, condivisa dal pensiero comune, che vede il carcere come luogo che non permette seconde possibilità: «Nel carcere rimane vita in cui si può vivere appieno e si può riconoscere come il Signore ti accompagna in questo tempo: che porte ti apre, dove ti porta. In effetti con i detenuti io imparo questo, a riconoscere, a leggere questa esperienza che è un’esperienza difficile e dura però come un luogo dove il signore ti benedice. È così il carcere, un luogo che aiuta a ritrovarti». Gli chiediamo l’episodio più forte che ha segnato la sua missione finora: «Un detenuto mi ha detto che il carcere è stata una benedizione di Dio», risponde padre Mario e con fare rassicurante sostiene che «la possibilità di cambiare direzione c’è in tutti».

Mario Picech, che ora si trova a Torino, ripartirà per l’Islas Marias fra qualche settimana. Questa è l’unica «pausa» che si concede durante l’anno. Il tempo di rivedere i parenti e salutare i suoi compagni gesuiti. «Quando rientro in Italia dico sempre di essere un gesuita felice perché capisci che stai spendendo bene la vita». Bene in che senso? «Bene nel senso che è coerente con la scelta che hai fatto».

  • Antonello

    Portateci il resto dei gesuiti sparsi nel mondo.