Scuola in Mozambico

Pace e democrazia sono solo parole
La strada di Maputo è ancora lunga

da Maputo

Le bandiere del Mozambico sventolano lungo le vie della zona ricca di Maputo. Svettano palazzoni e ambasciate nel cuore del viavai della capitale di uno dei paesi più poveri al mondo. La casa del presidente è blindatissima e non è consentito nemmeno ai pedoni circolare nell’area.

Affacciata sull’oceano Indiano, sul lungomare affollato di bancarelle dove si possono acquistare pannocchie, noccioline e banane, sorge la mega villa che ospita la sede diplomatica della Repubblica popolare cinese. Già, perché i cinesi ormai sono di «casa» in Mozambico. Una vera e propria invasione economica.

Dall’altra parte della città, nell’estrema periferia poverissima, le strade di asfalto lasciano spazio alla terra rossa. I bambini corrono scalzi per andare a scuola. Le classi all’ombra, quelle sotto gli alberi, sono per forza di cose le più gettonate: 4.200 bimbi frequentano la scuola del quartiere di Sant’Isabel. Ventotto classi, la metà sotto le querce e con lavagne mezze rotte appese con un filo ai rami. Le donne camminano con pesanti ceste sulla testa. «Ci alziamo alle 4 e mezzo del mattino per andare in città a lavorare – raccontano – e torniamo la sera. Nel pomeriggio frequento il doposcuola per imparare a leggere e scrivere. Qui la vita è dura».

Un massiccio ponte collega le due sponde di Maputo: è il ponte sospeso più grande di tutto il continente nero. «A dicembre sarà terminato, lo stanno finendo i cinesi», ci dicono i mozambicani. «Qui a Zimpeto (estrema periferia a nord della città, ndr) fino a qualche anno fa non c’era nemmeno una strada. Ora, grazie ai cinesi, scorre la Grande Maputo che attraversa tutta la capitale fino al nord del Paese».

Contrasti, due facce della stessa medaglia. Ricchezza e povertà estrema. Il Mozambico ha appena festeggiato i 25 anni dalla firma dei trattati di pace, il 4 ottobre 1992, dopo 27 mesi di negoziati tra il governo di Maputo e i guerriglieri della Renamo, il partito politico conservatore e anticomunista fondato nel 1975 con l’indipendenza dal Portogallo. Nella piazza degli Eroi, vicino alla cattedrale di Maputo, si sono ritrovati i leader di tutte le religioni. Per ricordare quel giorno, per pregare per migliaia di vittime morte negli scontri sanguinari.

Venticinque anni dopo, come vive il Mozambico? Che pace si respira nel Paese? Quale la situazione politica, economica e sociale? La strada per una pace solida è ancora lunga. Lo scorso 4 ottobre, proprio mentre lo Stato festeggiava i 25 anni dal trattato di pace, il sindaco di Nampula, del partito democratico, è stato trucidato. «Chi l’ha ucciso?», chiediamo. Nessuno ci risponde, nessuno sa, nessuno saprà mai. È il segno che qualcosa ancora non funziona.

Una pace sofferta, agognata e disperatamente cercata. Arrivata dopo anni di guerra che in molti definiscono «inutile». Una pace che ancora fa fatica a decollare. Già, perché il popolo mozambicano porta il peso di una finta democrazia, guidata dalla Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico, partito di matrice socialista), il partito al governo. Una democrazia che suona più come una dittatura, dove il popolo è succube dei pensieri e della cultura del partito. Pesante eredità dell’alleanza storica con l’Unione sovietica. Nel centro di Maputo, alcune vie portano ancora il nome dei grandi statisti russi. «È come se vivessimo sotto un regime socialista – ci dicono – non si può dire liberamente ciò che pensiamo». E dove la corruzione si insinua in ogni angolo della società. «Ci addolora la presenza di un partito unico dittatoriale – racconta al Giornale monsignore Francisco Chimoio, arcivescovo di Maputo – la Frelimo è l’unico partito alla guida del Paese. E credo che alle prossime elezioni la Frelimo vincerà ancora, e se non vince troverà il modo di farlo. Ma parlare di democrazia significa proporre cambiamenti». Un quarto di secolo dopo, questa pace non si tocca ancora con mano. Un paese dove l’invasione dei cinesi ha portato inevitabilmente a un indebitamento colossale. E dove l’instabilità politica segna necessariamente la vita del popolo mozambicano. «La guerra civile non aveva ragione d’esserci – prosegue il vescovo di Maputo -. Una volta raggiunta l’indipendenza dai portoghesi, non c’era bisogno di ucciderci tra noi. La guerra ha trucidato tante persone, ha rovinato tante strutture, ha creato inimicizie e odio nei cuori della gente. È stato terribile, abbiamo sofferto tanto. C’era gente che faceva la fila per mangiare un misero piatto di polenta, ma gli avversari ci mettevano dentro veleno. E tanta gente moriva così. Poi, dopo la firma degli accordi di pace, abbiamo cominciato a ricostruire il Paese. Ma non è facile, ancora non lo è».

«È stata una guerra inutile, una strage di innocenti – gli fa eco il professore Brazao Mazula, docente di filosofia all’università di Maputo e grande intellettuale del Paese – occorre fare appello alle coscienze perché la guerra non è la soluzione. Bisogna ora coltivare le menti e costruire uno spazio di pace e di convivenza».

Il Paese si trova ora a un bivio e di fronte a una grande sfida. Il prossimo anno si terranno le elezioni municipali, mentre nel 2019 ci saranno le presidenziali. «Spero siano elezioni giuste, oneste e trasparenti – osserva mons. Chimoio -. Per le presidenziali c’è un candidato unico e vincerà lui. Per raggiungere una vera democrazia c’è ancora tanto cammino da fare. Già si sa chi sarà il nuovo presidente e questo non va bene: se c’è un candidato unico, che democrazia è?».

Sulla stessa linea anche il professore Mazula. «Le aspettative sono tante – afferma – soprattutto con questo nuovo presidente della Repubblica. La speranza è che possa imprimere cambiamenti radicali anche nel proprio partito (Frelimo, ndr) perché nonostante la costituzione preveda una forma democratica, il partito unico dirige ancora lo Stato e la società, e questo non è affatto un bene. Lo Stato deve essere sopra le parti e non alle dipendenze dei partiti. E quando il partito comanda sullo Stato siamo di fronte a un atto incostituzionale. Se c’è un partito che comanda – conclude Mazula – anche la libertà di espressione è messa in discussione. Spero davvero che il presidente affronti questo nodo».

L’instabilità politica si ripercuote anche sulla dimensione economica. E a farne le spese è, come spesso accade, la gente comune. «C’è un grande debito che pesa sul popolo mozambicano – prosegue ancora l’arcivescovo – si tratta di soldi assegnati dal Fondo monetario internazionale che dovevano essere usati per lo sviluppo. Purtroppo una parte è stata utilizzata per le armi e una parte è finita in qualche tasca. Ma il debito pesa, il prezzo dei generi di prima necessità aumenta e i poveri sono quelli che soffrono maggiormente».

Giuseppe ha 44 anni, è originario di Treviso, è arrivato a Maputo nel 2006 grazie ad alcuni progetti della cooperazione italiana. Poi ha trovato l’amore, e ora vive stabilmente nella capitale mozambicana, dove gestisce alcuni ristoranti italiani. «In Mozambico, ancora più che in altri paesi africani – ci racconta – c’è un forte contrasto tra il nulla totale e una ricchezza concentrata su pochi. C’è una grossa disparità. Maputo si sta pian piano sviluppando, il Mozambico è tutta un’altra storia». E il percorso verso una vera democrazia e una pace duratura appare ancora molto lungo.

Serena Sartini

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  • best67

    erano meglio i portoghesi!