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Ora a L’Avana è “futbol” mania

C’era una cosa che Fidel Castro pretendeva dal suo popolo: che nutrisse le sue stesse passioni, e il baseball era al primo posto. Lui che da ragazzo vantava un grande allungo nel lancio di palla. Un talento che non era riuscito a trasmettere ai figli. Quello che ci era andato più vicino di tutti è stato Tony, per anni medico sociale della nazionale caraibica.

I castristi capaci di guardare solo verso nord, che si misurano con il baseball a stelle e strisce. Il calcio non era mai riuscito a sfondare. Confinato al sud dell’America. Cuba e i rivoluzionari fanno di tutto per affossarlo: Fidel in persona vieta il professionismo. Tutto politica e strategia, l’Avana che allevava i suoi giovani talenti da schierare sul campo. Il baseball, la pallavolo, l’atletica leggera, il pugilato. La rivincita nel gioco almeno, davanti alla più grande potenza del mondo. Davide contro Golia a sfidare il nemico. L’impresa.

I capitalisti contro i ragazzi di Fidel, la passione e il sudore. La fatica dei piccoli che lottano per il sogno, che se la giocano alla pari durante il lungo embargo con gli americani ai Giochi olimpici, ai Giochi panamericani. I risultati storici che arrivano, Castro sempre in prima linea, all’aeroporto di L’Avana a salutare e ringraziare gli eroi che portano a casa merito e orgoglio. Sono soddisfazioni ancora più grandi per un popolo che lotta e che sfida l’Occidente, iniezione di fiducia e di speranza per una rivoluzione che da tempo non è più in grado di sfamare la propria gente.

Oggi, dopo il disgelo, tutto è cambiato. Sulle strade si vedono i bambini giocare a pallone più che a baseball. Cambiano i tempi, e così le passioni. A piedi nudi, sullo sterrato, reti bucate e campi delineati a intermittenza con i gessetti. L’aria nuova di Cuba, la contro rivoluzione che passa anche per un pallone di cuoio. I gol di Messi, le parate di Neuer, hanno sfondato la barriera del comunismo. Sempre più bambini giocano, corrono dietro a una sfera, secondo alcuni dati finiti sui media americani, fino all’80% entro gli otto anni. Intere giornate su campetti sterrati, attrezzati zero, addosso magliette contraffatte del Real Madrid, del Barcellona, dell’Argentina, Brasile. Il sud che si fa più vicino.

E l’importante è giocare, ora che l’aria è nuova. I manager che fiutano già l’affare, che cercano il potenziale, i talenti. La dirigenza spagnola di calcio ha recentemente fatto sapere di voler aprire a L’Avana un campus per bambini. I primi rudimenti, calcio e istruzione, sul modello delle Academy già presenti nella capitale, grazie proprio agli Yankees. C’è chi giura che iniziano a circolare magliette delle squadre italiane, Juventus, Milan, Napoli, Inter. Anche perché diverse scuole calcio con tecnici italiani tra cui campani e toscani, hanno fatto qualche tempo fa i bagagli per l’isola, iniziando a insegnare i rudimenti del gioco ai ragazzini. Con la Serie A che è sì conosciuta, apprezzata dai cubani, nonostante l’assenza di stelle con dimensione internazionale come avveniva negli anni Ottanta e Novanta, anche se le partite vanno in onda con una settimana di ritardo. In ogni caso, il campionato italiano si trova un passo indietro rispetto alla Liga spagnola, la vera calamita, trasmessa dalla tv pubblica in diretta, così come la Bundesliga. Con il tifo dei più giovani che si divide tra Barça e Real Madrid. In televisione poi l’inversione è evidente: una sola partita di baseball a settimana trasmessa in differita. Roba da far rivoltare il lider maximo nella tomba.

Anche i fuoriclasse cubani che con mazza e berretto sono fuggiti dall’Isola. Subito verso gli Stati Uniti, a strappare contratti milionari e tanti saluti alla vecchia patria. Chi può se ne va e non si volta indietro. Finalmente volare via senza dover per forza scappare. I ragazzi con il berretto che lasciano e impoveriscono il torneo nazionale e la stessa nazionale di baseball. I campioni che scelgono gli assegni e vanno a giocare negli States, lasciano spazio al calcio. Novità ed entusiasmo. C’è una foto che resta nella storia, che racconta quello che sarebbe stato: Diego Armando Maradona con il lider maximo. Diego e Fidel che si stringono la mano, il Pibe de oro che incontra il rivoluzionario negli anni bui. La disintossicazione proprio lì, nelle cliniche della capitale. Nasce un’amicizia che rimarrà fino alla fine, che si fissa nelle coscienze collettive dei cubani.

Lo scorso gennaio Maykel Reyes e Abel Martinez si sono trasferiti legalmente in un club straniero, i messicani del Cruz Azul. Maykel Reyes è stato il primo. Nessuno nato a Cuba ha avuto questa possibilità dal 1961 a oggi. Chi ha lasciato la lega amatori, ha salutato pure il Paese. Almeno 30 giocatori sono fuggiti e si sono trasferiti negli Stati Uniti, non certo per il successo planetario o per guadagni immensi solo per poter sfruttare il proprio talento. Hanno usato viaggi, trasferte, tornei all’estero per pianificare una vita alternativa, hanno fatto la valigia e non sono più tornati indietro. Maykel invece è figlio del disgelo. Una nuova era. Si è mosso libero e sereno e può rientrare quando vuole, soprattutto può giocare in nazionale, una squadra che fatica a scalare la classifica Fifa proprio perché le sue stelle non hanno mai avuto la possibilità di fare esperienze importanti in campionati competitivi. Un giocatore pagato dallo stato a Cuba riceve circa 20 dollari al mese, in Messico il salario medio nelle categorie inferiori è di 325 dollari al mese. Un primo grande passo.

Manila Alfano