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Nuova Via della Seta, sfide e ostacoli

Il Belt and Road Forum tenutosi il 14 e il 15 maggio a Pechino ha fatto registrare notevoli passi in avanti nell’implementazione della “Nuova Via della Seta” e, soprattutto, l’esistenza di una seria volontà politica a livello internazionale suffragata dall’annuncio di un nuovo, ambizioso piano di investimenti da 124 miliardi di dollari nel progetto. Tuttavia, la strada che porta allo sviluppo dell’immenso network di infrastrutture euroasiatico e al susseguente incremento dei rapporti politico-economici tra i Paesi interessati si preannuncia lunga, tortuosa e piena di insidie.

In primo luogo, le tempistiche riguardanti la Belt and Road Initiative si preannunciano decisamente lunghe, dato che il progetto della “Nuova Via della Seta” è destinato a svilupparsi come progetto geopolitico di ampia portata in cui il conseguimento di livelli ottimali di connettività terrestre e marittima potrebbe richiedere diversi anni, se non almeno un decennio. La prospettiva di lungo periodo su cui si impernia la strategia lanciata dal governo di Pechino rappresenta sicuramente uno dei tratti maggiormente salienti ed esemplificativi della vision geopolitica del Presidente Xi Jinping, ma al contempo potrebbe rivelarsi una causa di fragilità.

All’elemento aleatorio costituito dall’incertezza temporale si sommano numerosi fattori che, potenzialmente, potrebbero minare il progetto della “Nuova Via della Seta” sul versante geopolitico e sono legati tanto alla struttura stessa del network economico-infrastrutturale quanto alle dinamiche dei Paesi che ne sono o ne saranno interessati. Jacob L. Shapiro, analista di Geopolitical Futures, ha puntualizzato sul numero di Limes di gennaio come le maggiori difficoltà per lo sviluppo della Belt and Road Initiative siano connesse alla struttura politico-economica della Cina, Paese che dovrà necessariamente esserne la chiave di volta, e alle turbolenze della cruciale regione centroasiatica. La Cina, secondo Shapiro, vive la netta contraddizione tra un’economia fortemente concentrata nella fascia costiera orientale e la volontà di integrare nella “Nuova Via della Seta” regioni di minore rilevanza commerciale ma estremamente turbolente come lo Xinjiang, che necessiterebbero di una completa pacificazione per poterne diventare parte integrante. A ciò, Shapiro ha aggiunto una critica relativa alla governance del progetto: “quand’anche la Cina e i suoi presunti partner stanziassero finanziamenti a sufficienza, non esisterebbe alcun organismo centrale di coordinamento né tantomeno un obiettivo strategico al di là di quello di arricchire l’Eurasia tutta”. A tale osservazione il forum di Pechino ha provato ha dare una prima risposta: la Cina è riuscita nell’obiettivo di garantire una proiezione multilaterale alla Belt and Road Initative, ma al contempo nel prossimo futuro sarà necessaria la realizzazione di una struttura istituzionale capace di pianificare attentamente la gestione dei lavori da compiere e dei progetti da condurre sfruttando gli investimenti veicolati da enti come l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e il Silk Road Fund.

 

Decisamente problematica risulta invece l’opposizione dell’India all’attuale progetto della “Nuova Via della Seta”. Nuova Delhi e Pechino intrattengono una relazione ambigua, fondata tuttavia su un presupposto di sfiducia reciproca: Cina e India riconoscono l’una nell’altra uno dei principali avversari geopolitici. Nel pensiero strategico del governo di Narendra Modi la proposta della “Nuova Via della Seta” è vista come il possibile punto di partenza per un’estensione dell’influenza, non solo economica, della Repubblica Popolare sul complesso degli spazi euroasiatici; i timori indiani circa le intenzioni cinesi sono, agli occhi di Nuova Delhi, suffragati dalla stretta relazione venutasi a creare tra il Paese di Mezzo e il Pakistan, oggetto dell’ambizioso progetto del China Pakistan Economic Corridor (CPEC) e stretto partner militare di Pechino. L’India ha rifiutato di partecipare al Belt and Road Forum e inoltre, come riportato da I Diavoli, il suo governo sostiene che “l’intraprendenza infrastrutturale cinese nei Paesi aderenti al progetto aumenti vertiginosamente il rischio di ingrossare i debiti nazionali, mettendo a repentaglio la stabilità economica dell’area. L’India, chiaramente, prende ad esempio l’Asia Meridionale, dove al momento – pur aderendo alla banca dei BRICS – è l’unico paese a non aver ancora chiuso accordi infrastrutturali all’interno della Nuova Via della Seta cinese”. Proprio l’opposizione del gigante indiano rappresenta la principale minaccia al completo dispiegamento  della Belt and Road Initiative: per la Cina e gli altri Paesi coinvolti un coinvolgimento di Nuova Delhi risulta ora più che mai vitale. Risulta infatti impossibile poter ipotizzare un “secolo euroasiatico” o, più prosaicamente, ritenere fattibile uno sviluppo ramificato della connettività interregionale se le due principali potenze regionali dell’Asia Sud-Orientale continueranno a ritenere prioritaria la competizione rispetto alla collaborazione.