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Ecco cosa può decidere Trump
sull’accordo nucleare con l’Iran

Il conto alla rovescia è iniziato.  Entro il prossimo 12 maggio il presidente statunitense Donald Trump dovrà decidere se certificare nuovamente l’accordo sul nucleare iraniano noto come Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) sottoscritto nel luglio 2015 dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – più la Germania e l’Unione europea. Con le dimissioni dell’ex segretario di Stato Rex Tillerson e del consigliere per la sicurezza nazionale H.r. McMaster, sono sparite anche le due figure che più frenavano il presidente americano a ritirarsi da un accordo che ha sempre osteggiato e che ha sempre definito svantaggioso per gli interessi nazionali statunitensi. I sostituti, Mike Pompeo e John Bolton, si sono opposti visceralmente al Jcpoa come Trump e ci si può aspettare che incoraggino, piuttosto che dissuadere, il presidente a ritirare gli Usa dall’accordo con Teheran.

Le reazioni in Iran alle nomine di Bolton e Pompeo

Il 25 marzo Hossein Naghavi Hosseini, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del parlamento iraniano, ha affermato che la nomina di Bolton segnala un cambio nella strategia americana ora indirizzata al “regime change”. Come riporta Al-Monitor, Hosseini ha dichiarato che questa nomina “dimostra che Trump ha come obiettivo il cambio di regime per l’Iran e che gli americani hanno una posizione ostile nei confronti di Teheran”. Alaeddin Boroujerdi, il capo della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera, ha affermato che, in linea con la politica israeliana e saudita, gli Stati Uniti aumenteranno la pressione sull’Iran e che Teheran deve quindi cercare di rafforzare i legami con Russia e Cina.

“Sbagliato ritirare gli Usa dall’accordo”

“Nulla di buono può venire da un ritiro degli Stati Uniti dal Jcpoa”, sottolinea su Lobelog il veterano dell’intelligence Usa Paul R. Pillar, professore di studi strategici presso la Georgetown University. “Lo scenario migliore in cui si possa sperare, nel quale le altre potenze europee mantengano in vita l’accordo senza la partecipazione degli Usa, significherebbe l’isolamento degli stessi Stati Uniti e ulteriori divisioni tra gli Usa e i loro alleati”. L’altra ipotesi su ltavolo è che l’Iran decida di ritirarsi dall’accordo dopo il passo indietro degli Usa: “Ciò significherebbe la fine di tutte le restrizioni speciali che il Jcpoa ha imposto al programma nucleare iraniano. Vorrebbe dire che l’Iran potrebbe riaprire le strutture e arricchire l’uranio”, afferma Pillar. 

“Nonostante i costanti attacchi dei suoi oppositori – rileva Sina Azodi, ricercatrice presso il Centro per gli studi strategici e diplomatici dell’Università della Florida – l’accordo con l’Iran ha raggiunto il suo scopo specifico di prevenire la proliferazione di armi nucleari in Medio Oriente. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), l’organismo delle Nazioni unite incaricato di verificare l’attuazione del Jcpoa, ha acclarato la conformità dell’Iran e il rispetto delle condizioni dell’accordo in 10 relazioni consecutive”. Grazie al Jcpoa, spiega, “la minaccia di un disastroso conflitto militare nella regione è stata ulteriormente ridotta legittimando il programma nucleare civile iraniano”.

L’Europa divisa sulla strategia

Secondo quanto riportato dalla Reuters, Francia, Gran Bretagna e Germania stanno cercando di persuadere i partner europei a sostenere nuove sanzioni contro l’Iran per tentare di convincere Trump e di salvare così l’accordo sul nucleare. La diplomazia italiana tuttavia dubita che le misure possano fermare gli Stati Uniti, pronti a ritirarsi a maggio. Secondo quanto rilevato dall’agenzia di stampa, in una riunione a porte chiuse degli ambasciatore dell’Ue a Bruxelles svoltasi mercoledì, Londra, Parigi e Berlino hanno chiesto il sostegno dell’Ue all’approvazione formale di nuove sanzioni da introdurre ad aprile. L’Italia, con il supporto di Spagna e Austria, si sarebbe opposta poiché le nuove sanzioni non sarebbero sufficienti a persuadere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea.