(150824) -- LUOYANG, Aug. 24, 2015 (Xinhua) -- An investor looks through stock information at a trading hall of a securities firm in Luoyang, central China's Henan Province, Aug. 24, 2015. China stocks nosedived on Monday with the benchmark Shanghai Composite Index dropping 8.49 percent to close at 3209.91 points, the sharpest decline since Feb. 27, 2007.  The smaller Shenzhen Component Index fell 7.83 percent to close at 10,970.29 points. The ChiNext Index, tracking China's Nasdaq-style board of growth enterprises, lost 8.08 percent to end at 2,152.61 points. Near 2200 shares tumbled by the daily limit of 10 percent. (Xinhua/Zhang Yixi) (lfj)

In borsa le materie prime
sono diventate un “bene rifugio”

Negli ultimi mesi, a un’analisi visiva del calo delle borse internazionali, fisiologico o strutturale che sia, si sarebbe potuto accostare il grafico dell’aumento del prezzo dell’oro, “bene rifugio” per eccellenza in periodi di alta volatilità, notando una specularità impressionante. Il più nobile dei metalli ha visto il suo prezzo lievitare sino a 1.300 dollari l’oncia, con contratti futures che arrivano a bancare 1.350 dollari in vista di ulteriori rincari, tornando a rappresentare in maniera concreta quel ruolo di simbolo della ricchezza e della fiducia nell’economia che l’ha sempre accompagnato nella storia umana.

E i Paesi hanno agito di conseguenza. Come sottolinea l’Agi, “novantadue tonnellate d’oro sono finite nei caveau della banca centrale russa nel terzo trimestre del 2018; mentre la lira turca si svalutava del 25%, la Turchia ha acquistato 18,5 tonnellate d’oro, portando le sue riserve auree a quota 258,6 tonnellate; l’Ungheria di Viktor Orbán le ha addirittura decuplicate, a ottobre, passando da 3 a 31,5 tonnellate nel giro di poche settimane; lo stesso ha fatto la Polonia, che oggi dispone di 116,7 tonnellate (erano 13,7 a giugno).La Cina, che dichiara di possedere circa 1.800 tonnellate d’oro, in realtà secondo gli analisti potrebbe averne accumulate oltre ventimila dal 1983 a oggi”.

Non solo oro, anche le materie prime tra i beni rifugio

Fin qui, tutto in linea con un trend consolidato. Che l’oro sia il bene rifugio per eccellenza, non è una novità. Gli ultimi anni, in ogni caso, hanno visto proliferare un numero crescente di “beni” di questo tipo, considerati come riserve di valore inscalfibili anche dai marosi dell’incertezza finanziaria. Lo yen giapponese e il Bund tedesco traggono questa caratteristica dalla solidità dei rispettivi Paesi titolari, e ci può stare. Più atipico il fenomeno della trasformazione in beni rifugio di prodotti pregiati come orologi, auto di lusso, addirittura vini d’annata.

Ancora più inusuale, si potrebbe argomentare, un trend recente degli ultimi mesi: persino alcune materie prime stanno muovendosi in controtendenza a un trend tradizionale che vede i loro valori fortemente soggetti ai flussi di domanda e offerta e al sovrastante gioco di scommessa finanziaria. Come sta accadendo al petrolio, tanto che lo scenario di un  Wti attestato nei primi mesi del 2019 sui 40 dollari al barile non è irrealistico, ma non alle materie prime agricole.

Schroders in prima fila sul trading delle materie prime

Tradizionalmente volatili, le materie prime agricole sembrano di recente essere animate da una stabilità non nota in passato. Il colosso britannico di gestione del risparmio Schroders è in prima linea nell’aprire la corsa alle materie prime agricole, le cosiddette soft commodities. Due dirigenti della compagnia, Mark Lacey e James Luke, hanno scritto su Milano Finanza che “mercati come quello dei cereali e delle materie prime emergono come esempi positivi, dato che prevediamo che la produzione globale e le scorte continueranno a restringersi nel 2019. In modo simile, anche i mercati del cotone sembrano promettenti, dato che la domanda per le fibre naturali continua ad essere solida a livello globale, mentre il cotone di alta qualità mostra un’offerta debole. Al contrario, siamo negativi sui semi per i prossimi 12 mesi, in particolare sulla soia”.

Infine, i mercati delle soft commodity come cacao, caffè e zucchero sembrano essere vicini alla fine delle loro difficoltà: “I prezzi del caffè e dello zucchero sono crollati dal 2011 e ciò riflette l’importanza delle scorte globali”. 

Gli scenari di investimento

Per chi ama puntare su questi prodotti, la soluzione migliore è quella di ricorrere a fondi comuni o Etc (strumenti finanziari quotati in Borsa che investono in materie prime fisiche), che permettono di ridurre il rischio il più possibile basandosi sulla diversificazione. “Dando uno sguardo ai rendimenti, nonostante le difficoltà del 2018 il Carmignac portfolio commodities in tre anni è cresciuto dell’ 11,36%. Anche il Blackrock global funds – World gold fund e il Jp Morgan funds – Global natural resources fund hanno tutti realizzato rendimenti a doppia cifra negli ultimi 36 mesi”, sottolinea La Verità.

Rendimenti in linea con quelli di beni rifugio ben più consolidati. Le dinamiche delle materie prime si evolvono, ma sino a pochi mesi fa questo scenario sarebbe stato inconcepibile. Il rischio da tenere monitorato è quello di una bolla legata alla convinzione che ciò possa trasformarsi in un dato di fatto consolidato. Nulla di più sbagliato, considerato come di sottostante vi siano materie prime estremamente legate al ciclo economico della loro produzione materiale.