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“Non odio l’Europa, odio l’Ue”

“Non odio l’Europa, odio l’Unione Europea”. A Saint Ives, cittadina del Cambridgeshire dove ieri sera si è concluso un lungo tour elettorale che lo ha portato in giro per tutta la Gran Bretagna, Nigel Farage mette subito in chiaro la posta in gioco del voto del 25 maggio: “Noi amiamo l’Europa formata da Nazioni differenti, con lingue differenti e culture differenti. Non amiamo, invece, l’Unione europea che altro non è che un’organizzazione criminale”. Ancor prima che il comizio abbia inizio la Burgess Hall è già presa d’assalto. Ovunque è un frenetico formicolare di supporter, curiosi, candidati alle europee, politici locali, giornalisti e cameraman. L’età delle persone che si accalcano in sala è così variegata da dare un spettro veramente ampio della società british. Accanto a pensionati che al bar hanno appena preso un’abbondante fetta di torta sormontata da panna e praline di cioccolato, siedono coppie di giovani che sorseggiano birra fresca. Tutto sembra fuorché un imbrigliato e noioso meeting politico. Anche diversi minorenni leggono attentamente i volantini che lo staff dell’Ukip ha preparato sopra ogni sedia. All’ingresso ritrovo Lisa Duffy, vicesindaco di Ramsey, mentre sistema gadget e libri da vendere per sostenere la campagna elettorale che monta di ora in ora. Sul banco c’è anche uno “straccio” bianco con impresso il volto di Herman Van Rompuy e la scritta “damp rag”, straccio umido. L’Europarlamento ebbe un primo assaggio della tenacia di Farage quando il 25 febbraio del 2010 affrontò a viso aperto Herman Van Rompuy fresco di nomina a presidente del Consiglio Ue.

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“Ci avevano detto che quando avremmo avuto un presidente – aveva tuonato Farage – egli sarebbe stato un gigante per statura politica, un uomo che sarebbe stato il leader politico di 500 milioni di persone, che avrebbe rappresentato tutti noi nel mondo, l’uomo il cui lavoro sarebbe stato così importante da giustificare il fatto di essere pagato più del presidente Obama. Ebbene, temo che ci dovremmo accontentare di lei… Non voglio essere scortese, davvero, ma lei ha il carisma di uno straccio umido e l’aspetto di un impiegato di basso livello, e la domanda che vorrei farle è questa: ‘Ma lei chi è?'”. Un affronto che a Farage costò tremila euro di multa e la notorietà in tutto il mondo. Farage è proprio così: schietto e sincero, diretto e pronto a tutto per il proprio Paese. Fuma di continuo, si concede una Guinness dopo l’altra per allentare la tensione dei giornalisti che non gli danno tregua. Dopo aver sbaragliato il vice primo ministro Nick Clegg in ben tre dibattiti sull’appartenenza all’Unione europea, lo UK Independence Party pensa in grande: i sondaggi lo danno ben oltre il 30% con punte oltre il 50% in zone come il Cambridgeshire e il Lincolnshire. Questo perché Farage conquista la gente, perché i politici locali fanno ancora la campagna elettorale porta a porta, perché i candidati cercano realmente di rispondere alle esigenze dei cittadini. E gli elettori glielo riconoscono. Dietro al sorriso sornione e agli sguardi divertiti, Farage stringe una mano dopo l’altra, firma qualche autografo e si lascia (piacevolmente) fotografare dai simpatizzanti. Chiunque passi lo chiama Nigel, e lui risponde. Ma, non appena mette piede sul palco della Burgess Hall, non ce n’è per nessuno. Accolto da una standing ovation e tra gli applausi scroscianti dei presenti, attacco subito a testa bassa: “Ci dicono che siamo estremisti. Ebbene, siamo tanto estremisti da volere che in Gran Bretagna siano gli inglesi a governare e non un organo con politici non eletti che siedono a Bruxelles”.

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E ancora: “Siamo tanto estremisti da chiedere un maggior controllo per le nostre frontiere perché potenzialmente là fuori ci sono circa 500 milioni di ‘europei’ pronti a invaderci occupando i nostri posti di lavoro, usufruendo del nostro servizio sanitario e sfruttando i nostri servizi sociali”. “Fatelo per i vostri figli, fatelo per i vostri nipoti”. Quello lanciato da Farage da Saint Ives è un vero e proprio appello a scendere in campo affinché l’Inghilterra “si riprenda indietro quel potere che le è stato rubato dall’Unione europea”. “Andate a vedere come stanno Paesi come la Grecia, l’Italia, la Spagna o il Portogallo che devono sottostare all’inflazione imposta dall’euro – tuona il leader dell’Ukip – grazie a Dio, l’Inghilterra è fuori dall’unione monetaria”. Ma questo non è abbastanza. “Il passo successivo – spiega – dev’essere quello di uscire dall’Unione europea”. Un proposito che la sala della Burgess Hall saluta con un interminabile applauso. Quello che non deve tradire i lettori italiani è l’obiettivo di Farage. Al leader dell’Ukip non interessa affatto cambiare l’Ue, gli importa solo far schiodare la Gran Bretagna dall’Unione europea. E a chi gli rinfaccia che è proprio Bruxelles a pagargli lo stipendio, lui sorride perché sa che, quando lavorava in Borsa, in un solo mese guadagnava molto di più che in un anno da parlamentare. Le elezioni di fine maggio sono solo un trampolino di lancio. “Poi ci andiamo a prendere Westminster…”, mi confida uno dello staff di Farage. A Londra, infatti l’Ukip non è ancora riuscito a piazzare un solo parlamentare. Ma l’anno prossimo, alle politiche, Labour, Tories e LibDem saranno costretti ad ascoltare tutt’altra musica. E il direttore d’orchestra sarà, con buona probabilità, proprio Farage.