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Non c’è pace per i cristiani in Iraq:
tutti i rischi del dopo lo Stato islamico

La comunità cristiana irachena è una delle più antiche e ricche di storia al mondo: dalla conversione di numerosi membri del popolo assiro pochi decenni dopo la morte di Cristo ad oggi, la cristianità sul territorio dell’attuale Iraq si è differenziata in un’eterogenea serie di riti e Chiese, di cui sette seguaci del rito siriaco e due del rito armeno.

Nel corso degli ultimi decenni le Chiese irachene, tra le quali si è segnalata per preponderanza numerica e attivismo la Chiesa cattolica caldea guidata attualmente dall’energico Patriarca Louis Raphael Sako, sono rimaste coinvolte dalla destabilizzazione continua e incontrollabile del Medio Oriente e dalla destrutturazione dell’entità statale creata dalla spogliazione coloniale dell’Impero Ottomano e definitivamente destabilizzata dopo l’invasione statunitense del 2003. Alla vigilia della caduta di Saddam Hussein, le comunità cristiani rappresentavano, forti di 1.500.000 adepti, il 6% della popolazione irachena; allo stato attuale delle cose, si stima che il loro numero, ridotto a meno di un terzo, ammonti a 450.000 persone. Un crollo netto si è verificato nel corso di quattordici lunghi anni segnati dalla progressiva frammentazione etno-religiosa del Paese, che ha visto le comunità cristiane, un tempo garanti dell’eterogeneità culturale grazie al loro ruolo “terzo” rispetto a sunniti e sciiti, vittima di odiosi fenomeni d’intolleranza e perseguitate al pari di numerose minoranze come gli yazidi in una spirale di violenza e caos che ha conosciuto il suo apice con l’ascesa del sedicente Stato Islamico.

Un’importante protezione per i cristiani d’Iraq non costretti ad emigrare al di fuori del Paese nel corso delle prime, vittoriose offensive dell’Isis è stata rappresentata dai peshmerga curdi e, in generale, dall’entità regionale para-statale di Erbil: il Kurdistan di Masoud Barzani ha infatti accolto circa 200.000 cristiani tra il 2012 e il 2016. Difesi dalle armi curde dalle pressioni del sedicente Stato Islamico, in ogni caso, i cristiani rifugiatisi nelle aree controllate da Erbil non hanno trovato una situazione completamente rosea, dato che a più riprese il Kurdistan Democratic Party egemone nella regione è stato accusato di condurre politiche di discriminazione e assimilazione forzata nei confronti dell’etnia assira, a cui la maggioranza dei cristiani iracheni appartiene. Nel contesto della destabilizzazione dell’Iraq sono ritornate in auge antiche tensioni etniche che parevano sopite da decenni: come sottolineato dallo storico assiro-iraniano Eden Naby, infatti, i curdi furono da considerare tra i principali responsabili, diretti o indiretti, delle gravi persecuzioni contro gli Assiri orchestrate dal governo dell’Impero Ottomano nel corso della prima guerra mondiale, in parallelo alle più note operazioni di pulizia etnica anti-armene.

Mentre nelle ultime settimane lo smantellamento dell’entità statale costruita dall’Isis è giunta praticamente a compimento, sono emerse numerose questioni riguardanti il futuro della comunità cristiana irachena. Fulvio Scaglione, in un articolo di spessore pubblicato su Avvenire ha analizzato nel dettaglio la questione, sottolineando come, dopo la fine dell’Isis, paradossalmente, la situazione per i cristiani iracheni potrebbe addirittura peggiorare: “tra tanti vasi di ferro che si scontrano, il vaso di coccio dei cristiani, nel frattempo scesi ancora di numero, può finire davvero in frantumi”, ha avvertito Scaglione alla luce dei recenti avvenimenti iracheni e degli scontri tra il governo centrale di Baghdad e i peshmerga curdi nelle settimane seguite al referendum unilaterale sull’indipendenza convocato da Erbil. In un Iraq sempre più centralizzato ed egemonizzato dalle forze politiche, militari e paramilitari sciite, l’ipotesi federale e la devolution di poteri ad entità autonome appaiono prospettive lontane, sormontante dalla possibilità di un irrigidimento confessionale che porrebbe numerosi dubbi sull’effettività di una reale tutela dei diritti di minoranze fragili come quella cristiana.

La Chiesa cristiana caldea, come segnalato da Scaglione nel suo articolo, si è sempre dichiarata favorevole a “uno Stato unitario e laico, cioè uno Stato in cui ogni cittadino gode di eguali diritti perché iracheno e non di diritti variabili in base all’appartenenza etnica e religiosa”, ipotesi di sempre più difficile realizzazione in una fase storica che vede, tra le altre cose, i cristiani rifugiati interni timorosi circa le possibilità di un ritorno nelle aree abbandonate sotto i colpi dell’Isis, concentrate principalmente nella regione di Mosul e della Piana di Ninive. La cristianità irachena ha sofferto oltre ogni possibile livello di sopportazione: la sua tutela e la sua salvaguardia devono essere una questione di primaria importanza non solo per qualsiasi governo iracheno che si dichiari favorevole a una reale tutela del Paese ma anche, e soprattutto, di una comunità internazionale che ha, nei confronti dei cristiani iracheni, un enorme e praticamente inestinguibile debito a causa delle scellerate ingerenze esercitate in Iraq dal 2003 ad oggi.