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Nel fortino di Kramatorsk circondato dai tank di Kiev

Le carcasse bruciate di due autobus sbarrano la via del centro. Sotto la pioggia battente una vedetta dei filorussi corre verso di noi per farci andare via: «Arrivano i tank, arrivano i tank da tutte le parti».

A Kramatorsk, nel profondo est dell’Ucraina, il clima è da mobilitazione generale in attesa della battaglia finale. Giovani mascherati con la pistola in pugno presidiano nervosamente gli incroci. Cecchini filorussi si piazzano sui tetti della grande piazza centrale, dove campeggia la statua di Lenin. Piccoli nuclei di uomini armati in mimetica con il dito sul grilletto si spostano velocemente a piedi o con camionette catturate chissà dove. I carri armati dell’esercito ucraino non arrivano, ma sono solo a tre chilometri  e poco più a nord riprendono i combattimenti attorno alla roccaforte separatista di Slaviansk. Un elicottero ucraino viene abbattuto. L’equipaggio si salva, ma la battaglia infuria. In periferia le truppe di Kiev riconquistano la torre della televisione di Andreyevka. Due blindati vengono colpiti dai separatisti secondo fonti del Giornale in città. «La battaglia è stata dura e neppure le ambulanze sono state lasciate passare per soccorrere i feriti» denuncia Stella Khorosheva, portavoce dei ribelli che parla italiano. Nello scontro quattro soldati ucraini perdono la vita ed un’altra decina vengono feriti. I filorussi parlano di 10 morti fra le loro file e di una quindicina di feriti. I miliziani sigillano la roccaforte piazzando blocchi di cemento agli ingressi principali.

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A Kramatorsk, la seconda città sotto tiro dell’operazione militare ucraina, il municipio è stato trasformato in un fortino circondato da barricate e sacchetti di sabbia.  Decine di miliziani filorussi in mimetica lo presidiano. Ci sono anche dei cosacchi armati e con il loro tipico colbacco. Il comandante prima è sospettoso, ma poi si lascia andare: «Siamo già piombati nella guerra civile. Il Donbass (la regione degli scontri nda) dovrebbe diventare come la Bielorussia alleata di Mosca in nome di un popolo slavo indivisibile e sotto la bandiera della fede ortodossa». Niente nomi, ma ammette che viene da Nikolayev vicino a Odessa. Pezzo d’uomo con modi da militare, alla fine ci fa entrare nel fortino fra i camminamenti dei sacchetti di sabbia: «Voglio farvi vedere come viviamo e ci siamo attrezzati, così capirete che nessuno ci paga 500 dollari al giorno come avete scritto». L’omaccione si infila in una scala verso il sotterraneo dove è stata ricavata la cucina.  Alcuni suoi uomini stanno consumando un pasto frugale e giovani volontarie in camice bianco sono indaffarate fra le pentole. In fondo al corridoio c’è una sala dove hanno allineato dei lettini da ospedale da campo. Al fortino arriva un uomo di mezza età con una vistosa cicatrice sul volto. «Ho combattuto in Afghanistan e voglio arruolarmi» dice Alexander al comandante dei filorussi. A vent’anni, dal 1985 all’87 era a Kandahar con un reparto d’assalto dell’Armata rossa. «Sono stato ferito in un’imboscata, ma almeno eravamo tutti assieme ucraini, russi, georgiani, spalla a spalla. Non avrei mai immaginato questo disastro» racconta l’afghanzi, come vengono chiamati i veterani di Kabul. «I miei due nonni hanno combattuto entrambi – spiega Alexander – Dopo la strage di Odessa (oltre 40 filorussi uccisi, nda) ho capito che devo fare il mio dovere come loro». E proprio a Odessa il governo ucraino ha inviato ieri un reparto speciale della Guardia nazionale temendo disordini per il 9 maggio, giorno della vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale.