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Nel cuore di al Fatah

L’ingresso di Mare Elias è sovrastato da un enorme poster raffigurante i volti di Abu Mazen e di Yasser Arafat.

Lo sguardo di quest’ultimo, che attraversa una kefiah e dei grossi occhiali da sole, non ti abbandonerà per tutta la visita. Ti segue quando superi il poster e ti accorgi non esserci più la luce del sole perché coperta da una fittissima ragnatela di fili elettrici che collega i tetti della case costruite a casaccio. Ti segue quando imbocchi lo strettissimo labirinto di vicoli i cui muri sono ricoperti di manifesti raffiguranti il suo viso. Ti segue quando scorgi i bambini che, al posto di andare a scuola, scrivono il suo nome sui muri con dei pennarelli. Ti segue quando le bandiere nero- bianco-verde e rosso della Palestina e quelle gialle raffiguranti due mitra incrociati ti conducono nel cuore del campo: il quartier generale di al Fatah.

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Mar Elias è un campo profughi palestinese situato alle porte di Beirut che ospita circa 3000 persone. Alcune delle prime ondate di fuggiaschi che nel 1948 dovettero abbandonare le proprie case si stabilirono qui e, qualche anno dopo, fondarono i nuclei locali di al Fatah, il movimento politico militare di ispirazione socialista e nazionalista che, capeggiato da Arafat, iniziò a combattere contro Israele. Il loro obiettivo era ed è tuttora quello di creare uno Stato palestinese e permettere il ritorno di chi era fuggito. Dopo avere utilizzato per decenni metodi di lotta anche terroristici, negli ultimi 20 anni le sue posizioni di sono ammorbidite: andando a riconoscere la legittimità dell’esistenza di uno Stato ebraico in Palestina che conviva a fianco di uno Stato arabo.

Pur essendo il cuore pulsante di Mar Elias, la sede di al Fatah non si trova nel suo centro, bensì nell’estremità occidentale del campo. “Da qui possiamo controllare chi arriva e se mai difenderci” spiega Kafik, 19 anni, nato a Beirut da genitori Palestinesi e militante del movimento. Fuori dall’ingresso alcuni ragazzi siedono a terra e maneggiano dei kalashnikov: li ripuliscono, ci appiccicandoci sopra degli adesivi e li gettano in un borsone. Scavalcati gli uomini e le armi si varca l’ingresso e si entra in una stanza buia, dove i fedayn più anziani siedono su sedie e divani, bevono the e guardano la tv. Da una porta laterale si accede agli uffici: due stanze le cui pareti sono ricoperte da bandiere e poster dell’immancabile Arafat. In una di queste siede il generale Samir Abu Afash, presidente di al Fatah di tutto il Libano. Sulla sessantina, carnagione olivastra, capelli grigi pettinati all’indietro, due grossi baffi, occhi neri. “La Palestina è il Paese più bello del mondo” racconta “ci sono stato solo una volta clandestinamente e probabilmente non ci portò mai più tornare. Ma lo faranno i miei figli e se non loro i miei nipoti. Questo è certo. Il popolo palestinese tornerà nella propria terra e vivrà in uno Stato palestinese e democratico, nel quale conviveranno pacificamente sia musulmani che ebrei che cristiani”.

A parte lui nessuno di Mar Elias è mai stato in Palestina. Che resta un sogno mai toccato con mano al quale nessuno vuole rinunciare. “La Palestina è tutto e Arafat il nostro comandante, il mio unico sogno è quello di farvi ritorno, combattere contro Israele e morire da martire” dice Kafik. “Io ho fatto domanda di asilo politico per l’Europa. Così dopo 10 anni avrò un passaporto europeo con il quale potrò tornare a Giaffa, nella casa dalla quale i miei nonni vennero cacciati dai sionisti” racconta Hassan, 33 anni e militante del movimento. Nato in Siria da una famiglia di esuli, ha iniziato la sua militanza clandestinamente – il movimento in Siria è illegale a causa dei cattivi rapporti tra Arafat e la famiglia Assad. “Per me non esiste altro che la Palestina, che è l’unico luogo in cui voglio che i  miei figli abbiano un futuro”.

Hassan è il più anziano dei fedayn che si occupano della sicurezza dei Mar Elias, che è totalmente sotto il controllo di al Fatah. Kalashnikov tra le braccia, camminano per i vicoli e garantiscono l’ordine. Vengono pagati 100 dollari americani al mese dal generale Afash, che a sua volta dice di percepirli dall’Unrwa, il dipartimento delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi. L’Onu, attraverso la Risoluzione 194, ha invitato Israele a permettere il ritorno nelle proprie case dei palestinesi che erano stati espulsi. Non essendo ciò però mai stato consentito dalle autorità israeliane, l’Unrwa ha iniziato a tentare di occuparsi delle condizioni degli esuli, interagendo con le loro autorità presenti nei campi e, in alcuni casi, concedendo loro dei finanziamenti.

Camminando per le strade insieme ai fedayn ci si imbatte in tantissimi bambini, tutti maschi. Vestiti in modo semplice, giocano per le strade, rincorrono palloni di stracci e dipingono i muri. Guardandomi e riconoscendo in me un forestiero, alcuni di loro alzano due dita al cielo e urlano: “Palestina!” Anche loro, come gli adulti, vivono nell’attesa del ritorno e nel sogno di qualcosa che non hanno mai visto. Proprio per questo il loro desiderio è più ardente che mai.

Ma cosa resta, in loro, dell’identità palestinese? “Restano i racconti dei nostri padri e dei nostri nonni” spiega il generale Afash. “Ogni anziano narra nei dettagli alla propria famiglia come fosse la città di origine, che luce ci fosse, quali siano i suoi profumi. Ogni bambino conosce a memoria le strade della propria città, e là vuole tornare”. Accanto alle stanze degli uffici di Fatah vi sono altre due stanze: una piena di letti a baldacchino sui quali dormono dei fedayn, alcuni dei quali con il kalashnikov appoggiato al proprio fianco; l’altra è una biblioteca ricolma di volumi sulla storia e la letteratura palestinese. Dagli scaffali il Generale estrae un libro di Ghassan Kanafani, scrittore palestinese ucciso dal Mossad nel 1972. “Attraverso i suoi racconti tentiamo di far conoscere la propria patria alle nuove generazioni”.

Farlo non è però facile. Quasi nessuno dei bambini va a scuola, perché a Mar Elias l’istruzione non ha risvolti apparentemente utili. Ai palestienesi del Libano, infatti, è vietato il lavoro. Ogni tentativo di integrazione nella società libanese è sempre stato boicottato sia dalle autorità autoctone, timorose di alterare i delicatissimi equilibri tra sciiti e sunniti (i palestinesi sono sunniti), sia dagli stessi esuli, che hanno sempre temuto che ciò potesse condurre alla rinuncia del ritorno in Palestina. Per questo i palestinesi del Libano sono apolidi e, in quanto tali, non hanno diritto all’istruzione, alla sanità, al lavoro statale e ad alcun tipo di welfare.

La militanza in al Fatah è l’unica attività remunerativa (100 dollari al mese)  a disposizione. Il movimento cerca di sostituirsi allo Stato organizzando scuole e improvvisando ospedali di fortuna. Ma i problemi non mancano: la sanità latita, come lo smaltimento dei rifiuti, l’elettricità (presa quindi illegalmente) e l’acqua corrente (dai rubinetti fuoriesce acqua salata).  Le malattie infantili sono diffusissime. Non andando a scuola, poi, molti bambini stentano a saper leggere e dei libri se ne fanno ben poco: meglio un kalashnikov, cento dollari e il sogno di una patria mai vista.

Quando cala la sera su Mar Elias il buio avvolge totalmente ogni casa e i fili elettrici non si distinguono più. L’indomani la vita riinizierà, accompagnata dalla perenne attesa di un ritorno in cui tutti credono, ma che per nessuno è vicino. A tutti rimane la speranza, molti si fanno prendere dalla malinconia. “La cosa più dolorosa nella vita è vivere senza una patria, non potere visitare la terra in cui i tuoi genitori ed i tuoi nonni sono nati e cresciuti” dice Hassan.

L’esule palestinese vive oggi come l’ebreo errante di ieri. Lontano dalla propria terra, sogna la sua patria, idealizza il suo popolo. Vaga di Paese in Paese, di campo in campo, incontra i suoi connazionali e si aggrappa ad un’identità di cui è alla costante ricerca. E per farlo in molti imbracciano un kalashnikov.

@luca_steinmann1 

  • Luis Luis

    Israele stati genocida…Palestina Libera!!!