(JUSTIN TALLIS/AFP/Getty Images)

Nei feudi della Brexit
tra gli irriducibili anti Ue

Quarantatré sterline costa il biglietto del treno che porta da Londra fin nel cuore del Lincolnshire, nel nord-est dell’Inghilterra. Questo è il valore che i politici inglesi hanno stimato valesse la vittoria del remain al referendum sulla Brexit. Anzi, meno di quarantatré sterline, perché su quel treno nessuno è salito mai, nessuno si è preso la briga di andare a vedere che aria tirasse da quelle parti. Boston è un centro di 35.000 abitanti, molti dei quali sono stranieri, soprattutto dall’est europeo. È diventato un simbolo della voglia degli inglesi di staccarsi dall’Unione Europea. Qui il 23 giugno dello scorso anno il 77% delle persone si è recato alle urne e di loro il 75.6% ha votato leave. Un plebiscito. Boston è stato il luogo con la più alta percentuale di brexiteers di tutto il Regno.

«Negli ultimi 15 anni le persone di qui hanno visto il loro stile di vita totalmente indebolito, da quando cioè è cominciata l’immigrazione dai paesi dell’est europeo. Oltre il 20% di questa città è composto da persone che vengono dall’est Europa. E quando così tanta gente da fuori arriva in una città di questa grandezza ogni cosa cambia. Questa è stata una delle ragioni principali che ha spinto la gente a votare leave». A dire queste parole, un anno fa, era Michael Cooper, un assessore al sociale dell’amministrazione locale, conservatrice. Oggi Mr. Cooper, nonostante l’incertezza che sta caratterizzando il processo negoziale e la netta perdita di consensi dell’Ukip, non ha cambiato idea: «La Brexit è ancora molto popolare nel Regno Unito e la gente è ancora convinta del voto dell’anno scorso. Nonostante le ovvie difficoltà e gli ostacoli che si frappongono tra la decisione di uscire e la sua implementazione». Da ogni angolo della cittadina, alzando gli occhi al cielo, è facile riconoscere il profilo del campanile dell’antica chiesa anglicana. Stradine medievali tutt’attorno, ricche case borghesi, la piazza del mercato rimessa a nuovo con fondi europei: un felice passato di benessere, quando è diventato uno dei porti più ricchi del Paese, ha oggi ceduto lo spazio a moltissimi locali polacchi dove la gente quasi non parla inglese, affiancati dagli immancabili negozi indiani. «Il controllo. Noi esercitiamo il controllo su chi viene dall’India. Questa è la differenza con l’immigrazione dall’Unione Europea. Noi sappiamo qui di avere bisogno di immigrati per lavorare nell’agricoltura perché non ci sono abbastanza persone locali che lo fanno. Ma ciò che chiediamo è il controllo sul numero di persone che arrivano».

Londra è molto più vicina a Boston, Massachusetts, che non alla cittadina adagiata nelle Midlands da cui prende il nome la metropoli americana. Perché nulla esiste oltre la M25, l’anello autostradale che circonda la capitale inglese. Nel Regno Unito il remain ha ottenuto complessivamente il 48% dei voti, raggiungendo a Londra il 59.9%. Il che significa che oltre i grattacieli della City e di Canary Wharf, oltre le luci di Piccadilly, oltre i parchi del West End e la dolce vita londinese, oltre tutto questo c’è stato un plebiscito a favore dell’uscita. Un voto di massa che non è stato intercettato da una classe politica che ha fallito. «Qui non c’è mai stato alcun dubbio che la Brexit avrebbe vinto. Mai. E per una larga parte delle Midlands è stato lo stesso: Peterborough, King’s Lynn, tutte le città in quest’area. Ma molti politici a Westminster non avevano il contatto con la realtà. Solo un ristretto numero di loro aveva capito. Tuttavia, poiché il primo ministro aveva deciso di sostenere il remain, molti parlamentari si sono schierati con lui. Semplicemente per non perdere il lavoro». Mr. Cooper ha una voce chiara e sicura, c’è più rassegnazione che disprezzo quando parla della distanza tra Londra e il resto del Paese. La chiama bolla di Westminster. La stessa in cui si muovono la maggior parte dei media: «sono inevitabilmente attratti da una visione più legata alla capitale che a quello che c’è al di fuori». Le stesse voci di un nuovo referendum, che spesso ricompaiono sulla stampa, basate sul fatto che la gente avrebbe cambiato opinione, sono figlie di questa distorsione: «se prendiamo la precedente votazione, tutte le rilevazioni statistiche dicevano che ci sarebbe stata una vittoria del remain. E tutti sbagliarono. Ma quando parli alle persone, ti muovi nel mondo reale, allora hai un riscontro diverso. Basta ricordarsi di cosa è successo nelle ultime elezioni americane per non avere troppa fiducia nei sondaggi».

Il futuro del Regno Unito è quanto mai incerto. Il Paese sta rispondendo meglio di tutte le previsioni macroeconomiche che hanno sempre dipinto il post Brexit come uno scenario disastroso. Le nubi rimangono ma sono ora state spostate nel medio periodo. Nonostante questo, secondo Mr. Cooper c’è ancora la volontà di costruirsi un futuro distante dall’Europa: «Più che distante, separato. Noi vogliamo ancora commerciare con l’Unione Europea ma non vogliamo più farne parte. Il popolo inglese non vuole fare parte di uno stato federale europeo, che è ciò verso cui il continente si sta dirigendo».

Davide Zamberlan

  • Jexm

    …ai polacchetti non frega niente dell’Inghilterra… a loro interessa che non vengano altri polacchetti a fargli concorrenza….

  • eusebio

    Guarda caso Goldman Sachs vuole far rivotare il Regno Unito sulla brexit ed è stato sventato un attentato “Isisraele” contro la May.
    Ormai il re del terrorismo è completamente nudo tranne la kippah.