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I narcoterroristi che puntano
a governare tutta la Colombia

«Il nostro candidato per la presidenza della Colombia è Rodrigo Londoño Echeverri, ovvero Timochenko». Dava l’annuncio così qualche giorno fa con il sorriso stampato sul volto, Iván Márquez, alto esponente delle Farc, in una conferenza stampa destinata a rimanere nella storia. Già perché se la decisione della guerriglia armata più antica e sanguinaria della storia dell’America latina di trasformarsi in partito politico era scontata dopo la firma (lo scorso anno) degli accordi di pace benedetti da Onu, Vaticano, Stati Uniti, Unione europea, Norvegia, Svizzera e universo mondo, meno prevedibile era la candidatura di alias Timochenko, che non aveva mai scontato un giorno di carcere. Il presidente colombiano Manuel Santos lo aveva escluso categoricamente mille volte sia in privato sia di fronte alle telecamere dei media di tutto il mondo.

Ma siamo in Colombia, il Paese del realismo magico per eccellenza – non a caso Gabriel García Marquez era di queste parti – e non ci dovremmo stupire se il processo di pace con cui Santos si è portato a casa un Nobel – per la pace ça va sans dire – promettendo boom economico, riduzione di violenza e narcotraffico e giustizia per tutti – vittime e carnefici – abbia raggiunto come suo primo «storico» risultato proprio con la candidatura di un alias, il cui curriculum vitae farebbe impallidire quello di Totò Riina. Il tutto alla presidenza di un Paese che, per la cronaca, ha visto triplicare negli ultimi quattro anni la produzione di polvere bianca (fonte Onu) che nel 2017 ha sforato la quota, questa sì storica, di 200mila ettari «coltivati a coca».

A Bogotà come nel Magdalena Medio, a Medellin come nel Cauca, a Barranquilla come nel vicino Venezuela, nessuno conosce Rodrigo Londoño Echeverri ma tutti sanno benissimo chi è alias Timochenko, nome di battaglia scelto dalla guida suprema delle Farc (acronimo che sino a ieri stava per Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia ma che oggi vuole significare Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune) in onore di uno dei generali sovietici più fedeli a Stalin durante le sue tragiche «purghe».

Da qualche mese dunque le Farc sono un partito, hanno scelto come simbolo un fiore di pace e su Twitter lanciano messaggi di amore da fare invidia al Mahatma Gandhi. Ma c’è un piccolo particolare, tutt’altro che trascurabile e che è poi la domanda che si fanno tutte le persone di buon senso oggi in Colombia. Com’è possibile che una persona condannata a 448 anni di carcere in sedici differenti sentenze passate in giudicato per i delitti di omicidio, sequestro di persona, reclutamento di bambini e bambine soldato, spostamento forzoso di interi villaggi, stragi, desaparecidos, possa fare il presidente?

Come può un soggetto con 182 processi a suo carico, 106 dei quali sono per avere ammazzato esseri umani, denunciato per avere commesso 135 uccisioni, 194 rapimenti e mutilato almeno 29 cristiani, aspirare alla presidenza senza neanche avere trascorso prima un giorno recluso, senza mai avere ammesso le sue responsabilità e, anzi, avendo scelto di mantenere per il suo partito che oggi anela al «recupero della democrazia in Colombia» lo stesso nome del gruppo narco-terrorista delle Farc che – con paramilitari, altre guerriglie marxiste-leniniste «minori» e narcos del calibro di Pablo Escobar – ha causato oltre 250mila morti negli ultimi tre decenni al suo Paese, rivendicando così in toto ogni sua azione?

Molti in Colombia – dove la vicenda «Timochenko presidente» ha scatenato un putiferio tanto in Parlamento quanto sui media – sostengono «ma che importa, la pace è più importante, tanto con quel curriculum non ha chance di vincere e noi col voto democratico lo dimostreremo». È il caso, ad esempio, del quotato giornalista del periodico Semana Daniel Samper Ospina, nipote dell’ex presidente Ernesto Samper, lo stesso che fu finanziato nel 1994 dai milioni di narco-dollari del Cartello di Cali e che, chissà proprio per questo, è stato premiato con la presidenza dell’Unasur, l’organizzazione regionale voluta da Chávez in funzione anti Oea.

A nessuno con lo storico criminale di Timochenko dovrebbe essere consentito di candidarsi alla presidenza, non fosse che per questioni di etica ma anche solo di buon senso, ma non è affatto scontato quanto sostengono i sostenitori «alla Samper» del «vinceremo facile» perché, come giustamente sottolineato dall’ex presidente Álvaro Uribe Velez, «è impossibile fare campagna elettorale contro il maggiore cartello di droga del mondo, che produce il 70% della coca colombiana esportandone negli Usa il 60% di quanto entra in quel Paese (fonte Dea, l’agenzia antidroga statunitense, ndr) e contro un partito, quello delle Farc, che si chiama esattamente come la sua «dissidenza», oggi composta almeno da 2.100 uomini armati appartenenti a 14 blocchi che continuano a combattere, delinquere, minacciare e a coltivare coca. Senza contare che 1.100 di questi «dissidenti» delle Farc stanno sul fronte orientale, appoggiati dal Venezuela della narco-dittatura di Maduro.

Di certo la prossima campagna elettorale – prima le legislative l’11 marzo 2018 e poi le presidenziali, in programma il 27 maggio del prossimo anno – sarà rovente. Soprattutto dopo l’annuncio fatto da Iván Márquez, un altro che con oltre 450 anni di condanne passate in giudicato ha un curriculum degno di Timochenko e che, grazie alle concessioni fatte da Santos all’Avana con la mediazione di Raúl Castro, ha assicurato un seggio nel prossimo Parlamento colombiano. Già perché oltre a essere costretti a fare campagna elettorale contro un partito politico, quello delle Farc, che possiede un braccio armato potentissimo trattandosi del maggiore cartello della cocaina al mondo, il Nobel per la pace Santos ha anche concesso cinque seggi alla Camera e altrettanti al Senato ai fariani (così si chiamano i membri e i supporter delle Farc) anche se non prenderanno un solo voto, per non dire delle 16 «circoscrizioni elettorali speciali» dove de facto saranno Timochenko & Co. a comandare e a imporre il voto, ottenendo altrettanti seggi alla Camera.

Fanno amaramente ridere a guardarli oggi i poster fatti ritirare dalla giustizia colombiana perché «contenenti palesi falsità» che, alla vigilia del referendum del 2 ottobre 2016, ritraevano Timochenko con la fascia presidenziale, così come i tanti tweet e video di Santos in cui, sempre prima del voto con cui i colombiani bocciarono gli accordi di pace, il presidente ormai uscente e sempre meno amato (appena il 15% dei colombiani lo appoggia) giurava e spergiurava: «Cari elettori non credete alle bugie dell’opposizione (Uribe, ndr), non vedrete mai un Timochenko candidato alla presidenza né un membro delle Farc macchiatosi di crimini contro l’umanità sedere in Parlamento».

Oggi, senza possibilità di smentita, possiamo scrivere che l’anno scorso Santos mentiva sapendo di mentire e che, al momento, resta solo da vedere quale «realismo magico» si inventeranno i suoi supporter – che sono tantissimi, sia tra i media sia a livello internazionale – per convincere la Corte penale internazionale che può fare il presidente della Colombia anche chi ha commesso crimini contro l’umanità.