People arrive to attend the reconciliation agreement between the cities of Misurata and Zintan after four years of dispute, in Zintan southwest of Tripoli, on March 28, 2018. / AFP PHOTO / MAHMUD TURKIA

Misurata e Tarhuna,
le due città stato della Libia

È mentre gli scontri  fanno capolino su Tripoli che gli occhi contemporaneamente si proiettano su due autentiche città Stato non lontane dalla capitale: MisurataTarhuna. Il caos libico negli anni ha prodotto in Tripolitania lo sgretolamento di qualsiasi forma di autorità centrale, lasciando spazio a lotte tra milizie nelle singole città oppure, lì dove invece le milizie risultano forti, alla creazione di vere entità autonome. È per l’appunto il caso delle città sopra citate, ma anche di Bani Walid, Zintan, Ghat ed altri centri importanti della Tripolitania. Ma Misurata e Tarhuna hanno avuto ed hanno, nella crisi tutta tripolina, un ruolo cruciale e decisivo. 

L’importanza di Tarhuna

Da qui è partito tutto: qui ha la sua base la Settima Brigata, qui ha il suo quartier generale Abdel Rahim Al-Kani, qui vi è la tribù a cui appartengono circa un quarto degli abitanti di Tripoli. Tarhuna è una città di oltre duecentomila abitanti, un grosso centro dunque che si trova a circa 40 km a sud di Tripoli e che da sempre ha un ruolo importante politicamente ed economicamente nell’area della capitale. Gheddafi ha sempre cercato di tenere buoni i capi tribù di Tarhuna, per cercare al contempo di tenere buona Tripoli. Del resto la città non è distante dall’aeroporto internazionale, oggi distrutto, che lo stesso Al Serraj nel 2016 ha voluto fosse presidiato proprio dalla Settima Brigata. 

Il governo voluto dall’Onu, proprio come il rais deposto nel 2011, ha cercato di conferire grande importanza ai leader di Tarhuna: non solo, come detto, la guardia all’aeroporto ma anche l’inquadramento della Settima Brigata all’interno delle forze fedeli al nuovo esecutivo e l’insediamento in questa città della seconda caserma della guardia presidenziale. Ma tutto questo, alla lunga, non è affatto bastato. La Settima Brigata, i cui uomini sono stati addestrati durante l’era di Gheddafi, ha assunto sempre più una sua autonomia. C’è chi afferma che riceve finanziamenti da Turchia e Qatar nell’ottica di un inquadramento nella Fratellanza Musulmana, ma non ci sono prove in merito. 

Fatto sta che anche Tarhuna negli anni ha visto la trasformazione in vera città Stato, con una propria forza (la Settima Brigata) e con capi tribù che via via hanno iniziato a cercare un posto al sole nella capitale. Tutto il resto è storia recente: l’attacco alle milizie fedeli ad Al Serraj, i proclami contro la corruzione ed il modus operandi di molte forze islamiste di Tripoli e quindi le battaglie dei giorni appena passati. In tanti sottolineano anche una certa affinità tra alcuni leader della città e le forze del generale Haftar. Proprio a giugno alcuni ragazzi sono stati arrestati con l’accusa di spionaggio al servizio dell’uomo forte della Cirenaica e dell’Egitto. Di certo, chiunque vorrà dare a Tripoli ed alla Libia un governo stabile deve inevitabilmente fare i conti con questa città diventata, nel tempo, da strategica a vitale. Su Tarhuna insiste anche una piccola ma significativa curiosità: proprio qui è nato Alberto Manenti, attuale numero uno dell’Aise. 

La città Stato di Misurata

Se Tarhuna è un’entità autonoma interna alla capitale, Misurata invece è una città a sé stante e distante da Tripoli circa 200 km. Si tratta di una metropoli da mezzo milione di abitanti, cuore industriale della Tripolitania in periodo di pace e per questo vitale ed importante adesso che la Libia cerca di ritrovare una sua stabilità. Qui negli anni ’70 Gheddafi ha impiantato l’acciaieria della Lisco, l’azienda di Stato dell’acciaio, che costituisce uno dei complessi industriali più grandi del Nord Africa. Ma Misurata passa agli onori delle cronache nel 2011 come una delle prime città dove esplode la rivolta contro il rais. Per tal motivo, ancora più di Tripoli, essa viene considerata una sorta di capitale militare della Tripolitania post Gheddafi. Del resto sono state le sue milizie ad entrare a Sirte nell’ottobre del 2011 e ad uccidere il colonnello, il cui corpo è stato esposto per diverse settimane assieme a quello del figlio Mutassim in una cella frigorifera del mercato di Misurata. 

Poi, quando la Tripolitania ha visto l’avanzare delle bandiere nere dell’Isis è toccato ancora una volta alle milizie di Misurata tornare a Sirte per sconfiggere il nascente califfato in versione libica. In quel caso le milizie di questa città hanno agito come esercito di Al Serraj, il premier sbarcato a Tripoli per volere dell’Onu nel marzo 2016. Misurata, in tal senso, è diventata la città più ostile ad Haftar e feudo del nuovo esecutivo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Ma in realtà questo ex cuore industriale è diventato un centro del tutto staccato da Tripoli e dal resto del paese. Del resto qui non manca nulla: c’è un aeroporto (oggi l’unico funzionante nell’ovest dopo la battaglia nella capitale), c’è la via Balbia che conduce verso Sirte, da qui partono le strade che entrano nel cuore del deserto libico. Ecco perchè Misurata è possibile considerarla come una città Stato indipendente. Le sue milizie sono le più addestrate della regione e, dopo la battaglia anti Isis, Serraj le ha richiamate a Tripoli per proteggere la capitale. 

Ma, come scrive Lorenzo Cremonesi in un suo reportage, non tutti hanno risposto all’appello: su circa 10mila combattenti attestati a Misurata, solo in 500 hanno raggiunto Tripoli. Come spiegano alcuni capi militari della città Stato, non c’è voglio di morire per Al Serraj e per il suo governo, considerato inefficace contro povertà e corruzione ed incapace di controllare il territorio. Anzi, sottovoce ma non tanto, c’è chi apre all’arcinemico generale Haftar. Uno scenario, quest’ultimo, che aprire la strada a risvolti del tutto inattesi fino a dieci giorni fa. Il governo di Tobruck, prima ancora che Tripoli, ha sempre visto nelle potenti milizie di Misurata un ostacolo alla possibilità di governare in tutta la Libia. 

Nell’articolo di Cremonesi emerge una Misurata tutto sommato tranquilla, senza molti posti di blocco e con un corteo nuziale che testimonia la voglia di normalità dei suoi cittadini. Forse, per questa città ma anche per l’intera Libia, gli scontri di Tripoli hanno acuito il senso di sdegno verso una guerra combattuta spesso in modo fratricida e senza divise. Ed il dato politico è importante: Misurata potrebbe essere un ago della bilancia essenziale per il futuro della Libia. L’Italia qui ha un contingente di 400 uomini ed un ospedale da campo, anche questa potrebbe essere una carta non indifferente in mano a Roma nel duello (vero o presunto) con Parigi per la difesa degli interessi nella nostra ex colonia.