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Cos’è il “rinascimento missilistico”
e perché dobbiamo preoccuparci

Gli Stati del mondo tornano a investire sui missili e per Ian Williams, direttore associato presso il Center for Strategic and International Studies, ci sono tutti i segnali per ritenere di stare per “entrare in un rinascimento missilistico“. Come riferito dal New York Times in una recente inchiesta, i dati delle potenze militari non lasciano dubbi: il mondo sta diventando sempre più pericoloso e i governi virano su sistemi balistici all’avanguardia e sempre più potenti e capaci di raggiungere distanze maggiori. Ma questo comporta un rischio non solo perché sempre più Paesi aumentano la propria capacità distruttiva, ma soprattutto perché aumentano le possibilità che gli Stati ritengano che il proprio arsenale sia oggetto di una guerra più o meno preventiva da parte di un altro. Tutto ciò non fa che accrescere le tensioni e far cadere il mondo in una spirale di violenza difficile da fermare e col rischio che questi arsenali cadano in mano di gruppi terroristici o di milizie che imperversano in Paesi potenzialmente in guerra.

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I Paesi che investono in missili cercano spesso, attraverso questa politica, di scoraggiare gli avversari regionali. Tuttavia gli effetti di questa corsa agli armamenti si propagano non solo in tutta la regione, ma in tutto il mondo, scatenando un effetto a catena di Stati che riconsiderano le loro politiche per seguire l’andamento mondiale. Un circolo vizioso per cui più Stati hanno missili, più aumentano quelli che li vogliono per evitare di essere colpiti o per evitare che il proprio arsenale lo sia. Una sorta di deterrenza missilistica che però, a differenza di quella nucleare, è meno sdoganata. Così, mentre il “club” degli Stati che possono colpire tutto il pianeta, rimane composto da cinque Stati – che tra l’altro sono i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – giungono continuamente nuovi Stati a voler ambire a questo primato balistico e che sono disposti a investire gran parte del proprio budget della Difesa a questo scopo. La Corea del Nord è un esempio tipico di questa corda alla missilistica. Come riporta il Nyt, le stime sul raggio massimo dei missili nordcoreani sono passate da 745 miglia nel 1990 a più di 8.000 miglia con gli ultimi test del 2017.

Ma, come detto più volte in questa testata, non è certo solo la Corea del Nord ambire a questa capacità missilistica. Il Pakistan, ad esempio, ha iniziato a investire tantissimo nel suo programma missilistico già negli anni ’90.Verso la metà degli anni 2000, Islamabad aveva raggiunto la capacità di colpire la maggior parte del territorio indiano, principale rivale regionale. E l’India, dal canto suo, ha iniziato prima a raggiungere una capacità di lancio in grado di colpire i suoi diretti concorrenti asiatici, in particolare il Pakistan e la Cina, e adesso sta sviluppando, in particolare con l’Agni-V, un potenziale balistico in grado di farla entrare in tempi non troppo lunghi nel gruppo degli Stati possessori di Icbm e in grado di colpire chiunque. I test dei missili intercontinentale aumentano e ottengono sempre risultati più soddisfacenti per il governo di Nuova Delhi che adesso potrebbe arrivare a produrre missili capaci di colpire un obiettivo a 5mila chilometri di distanza.

In Medio Oriente, le cose non vanno certo meglio. I tre principali avversari della regione, Arabia Saudita, Iran e Israele, hanno notevoli capacità missilistiche e uno di loro, Israele, ha anche un arsenale nucleare la cui grandezza è ancora oggetto di discussione. Questo chiaramente non aiuta la serenità della regione che vede anche un aumento della capacità missilistica da parte di attori non statuali, come gli houti, che hanno quantomeno raggiunto la capacità di colpire buona parte del territorio saudita visti gli attacchi anche nelle stesse vicinanze di Riad. Non un raggio enorme come quello degli Icbm, ma fa riflettere la possibilità che gruppi di miliziani abbiano il potere di raggiungere con i missili territori lontani tra le 500 e le 600 miglia. 

A questo incremento della missilistica, si aggiunge poi l’aumento degli investimenti nella cantieristica navale, in particolare per sottomarini lanciamissili. La costruzione di un mezzo in grado di raggiungere potenzialmente ogni specchio d’acqua e che lancia missili a migliaia di chilometri, evita anche l’obbligo di produrre vettori che colpiscano direttamente dal territorio dello Stato in questione il territorio che si vuole raggiungere. L’India e la Corea del Nord, ad esempio, hanno avviato da molti anni il processo di costruzione di questi mezzi sottomarini proprio per ovviare a questo ostacolo logistico e sono in procinto di completare il loro programma di costruzione.


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  • Demy M

    Caso strano, ma prevedibile Trump ha disatteso le promesse fatte in campagna elettorale. Poi, per non soccombere e/o fare la fine di alcuni suoi predecessori, si è “chinato” al deep state e, da buon imprenditore riesce a vendere armi made in Usa anche a chi non le vuole. UE insegna.