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I miracoli accadono a Nazaré
Surfer in fila per l’onda gigante

L’anziana signora si segna il capo con la mano destra. Ripete il segno della croce più e più volte, quasi fosse un riflesso condizionato. Si affaccia dal promontorio di Nazaré e guarda le onde immense che in un tripudio di schiuma e nebbiolina salata si sciolgono sulla praia do Norte, sulla costa atlantica del Portogallo. «È uma loucura» scuote la testa sconfortata. «È una pazzia. Una volta con questo mare ci chiudevamo in casa a pregare e spedivamo i nostri uomini in osteria, e invece, guarda adesso questi ragazzi lì in acqua: são loucos». Sono pazzi.

A Nazaré, 125 chilometri a nord di Lisbona, 250 a sud di Porto, in questi mesi invernali va in scena un ideale scontro di civiltà. Da una parte una comunità che il mare l’ha sempre vissuto e temuto: pescatori, vedove di pescatori, orfani di pescatori. Tanti quanto sono gli ex voto che si trovano all’interno del santuario di Nossa Senhora di Nazaré, costruzione barocca in cima alla falesia che domina e difende la cittadina, che si sviluppa a sud del promontorio. Dall’altra la comunità internazionale dei surfisti estremi, i migliori del pianeta, che da qualche anno accorrono in questo angolo di Portogallo per sfidare la sorte e sfidarsi. Per tutti il desiderio è vivere una colossale emozione ed entrare nella storia del surf per avere cavalcato l’onda più alta del pianeta.

L’ultima impresa è di qualche giorno fa: un surfista portoghese delle Azzorre, Hugo Vau, uno con la faccia da pugile che per vivere fa il pescatore ad Angra do Heroismo, ha cavalcato «the Big Mama» un gigante d’acqua alto circa 35 metri. Ancora manca l’ufficialità, ma dovrebbe essere l’onda più alta mai domata al mondo. Il record precedente era dell’hawaiano Garrett McNamara, che lo scorso anno aveva surfato un’onda di 30 metri. Prima ancora, nel 2014, Andrew Cotton era fermo a 27; il brasiliano Carlos Burle a 24. Il primo a intuire le potenzialità di Nazaré fu proprio Garrett McNamara, una superstar della tavola. Fu lui a venire qui nel 2011, invitato da surfisti portoghesi che gli inviarono un video per fargli capire che cosa si stesse perdendo. Cavalcò un’onda di 23,77 metri, cambiando per sempre il destino di questa cittadina, prima di allora assente sulle mappe del surf globale. Con gli artisti della tavola è arrivato il circo che accompagna gli sport estremi: competizioni firmate Red Bull, articoli su riviste specializzate, grandi eventi e baccanali. Del resto i surfisti sono i moderni cowboy, gli eroi del rodeo. Solo che il pubblico è mondiale, grazie ai video che circolano su internet divenuti virali.

Ironicamente lo «spot» – come nel loro gergo iniziatico i surfisti chiamano un punto con buone onde per divertirsi – dove si fa storia era sotto gli il naso di tutti, in un angolo poco alla moda della vicina Europa. Un posto dove la tranquillità si è sempre confusa con la noia. Decisamente agli antipodi dall’idea di luogo selvaggio e appartato ricercato dalle tribù dei domatori di onde. Nazaré fino all’avvento dei surfisti era meta di pii pellegrinaggi e di un turismo balneare sprezzante del vento. Una volta l’attrazione erano i pescatori che riportavano a riva le barche facendosi aiutare da coppie di buoi, che tiravano in secca le imbarcazioni legate a delle corde. O le loro mogli, intente a seccare pesce al sole e a grigliare sardine per le strette vie perpendicolari alla spiaggia. Fino a tempo fa indossavano ancora il costume tradizionale: lunghe gonne sovrapposte – si dice sette -, calze pesanti fino al ginocchio, zoccoli e un fazzoletto variopinto in testa. Un paradiso per gli etnografi, non certo un posto dove ambientare Point break.

Del resto ci sono altri spot al mondo con onde grandi quasi quanto quelle di Nazaré. Tutti in località forse più belle e leggendarie, di certo più esotiche se visti dell’Europa. Posti come Teahupoo a Tahiti, la spiaggia di Jaws, sull’isola di Maui, alle Hawaii; e quella di Mavericks, non distante da San Francisco, in California. Sono amate dai surfisti, ma sono più difficili e pericolose per via della conformazione del fondale e del modo in cui le onde si infrangono sulla spiaggia. Nazaré a quanto pare le supera. Ma perché proprio qui si formano queste onde mostruose? La spiegazione è a suo modo facile, basta sapere un minimo di geologia marina. La Praia do Norte di Nazaré è il punto finale del più esteso canyon sottomarino d’Europa. Lungo 230 chilometri e profondo circa tremila metri, si esaurisce a un chilometro dalla spiaggia, all’altezza del promontorio che domina la cittadina. I venti invernali che sferzano l’Atlantico da inizio novembre fino a maggio generano in superficie queste onde, che invece di rallentare quando si avvicinano alle acque più basse vicino a riva accelerano perché il canyon crea un effetto imbuto che le fa impennare fino ad altezze mai registrate altrove. La risacca fa il resto, aggiungendo qualche paio di metri. Per i puristi del surf non sarebbero neanche onde, ma un rigonfiamento. Viste dal faro in fondo al promontorio sono comunque impressionanti, chi le cavalca dice che hanno una violenza e una velocità mai viste. La stagione delle grandi onde inizia a novembre e dura fino a maggio. Giustamente le autorità portoghesi stanno cavalcando l’onda del surf estremo: porta notorietà, turisti, capitali. Già nel 2014 hanno investito quasi un milione di euro per realizzare una struttura sulla spiaggia che facesse da centro per i soccorritori e da ostello per i surfisti. Adesso stanno promuovendo tutto il Paese come Mecca dei surfisti. Mentre nel cinquecentesco forte di São Miguel Arcanjo, alla fine del promontorio, dove si trova anche un faro per guidare marinai e pescatori, è stato allestito il Surfer Wall of Fame. Una vera americanata dove viene spiegato il perché della formazione delle onde al largo di Nazaré, ma dove soprattutto vengono conservate come reliquie le tavole dei più importanti surfisti arrivati fin qui. Sembrano moderni ex voto, ma forse andrebbero appesi nel vicino santuario di Nossa Senhora di Nazaré. Con onde così, raccomandare l’anima al Signore non sembra per nulla una cattiva idea.

Osvaldo Spadaro