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Le bugie di Malta sui migranti
e il silenzio assordante dell’Europa

Mentre infuria lo scontro sui migranti a bordo della Professor Albrecht Penck e di Sea Watch-3, Malta continua a fare la voce grossa. Ma c’è una realtà diversa, fatta di politica, accordi, comportamenti scorretti e soprattutto di necessità di rendere effettive alcune politiche finora rimaste sulla carta. Il tutto, con il silenzio assordante dell’Europa, che ha letteralmente abbandonato i governi degli Stati membri. E con loro, i 49 migranti a bordo della due imbarcazioni.

Le dichiarazioni di Muscat

Ieri, il primo ministro maltese Joseph Muscat ha detto: “Se si fosse accettato di far sbarcare le navi delle due Ong sin dall’inizio senza chiarimenti, i bulli avrebbero vinto, mentre i Paesi come Malta, che rispettano le leggi e salvano vite, sarebbero finiti per essere le vittime”.

Le dichiarazioni di Muscat arrivano non solo dopo 16 giorni in cui le navi delle Ong sono ferme al largo di Malta. Ma arrivano soprattutto dopo anni in cui La Valletta ha fatto tutto meno che salvare vite, come dimostrato dalle continue richieste di intervento all’Italia nonostante l’area del naufragio o del ritrovamento fosse nella Sar (Search and Rescue) maltese.

Il comportamento di questi anni da parte delle autorità maltesi è stato a dir poco ambiguo. Frutto di un calcolo sulla pelle dei migranti e soprattutto basato sulle capacità di intervento italiana, la cui Marina è stata costretta molto spesso ad agire su richiesta di Malta poiché l’isola non ha i mezzi per garantire l’intervento nella vastissima area che si è scelta.

E le ultime dichiarazioni di Muscat nascondono una realtà ben diversa: La Valletta mente. E lo ha fatto anche adesso. Come spiegato da Il Fatto Quotidiano “i maltesi sostengono che Sea Watch 3 e Sea Eye abbiano soccorso – anzi solo trasbordato – i migranti in acque più vicine all’Italia che a La Valletta. È falso. Il Fatto ieri ha pubblicato atti che dimostrano qualcosa di peggio: nell’agosto scorso Malta s’ è rifiutata di soccorrere 190 naufraghi, nelle sue acque Sar, indirizzandoli all’Italia”.

L’area Sar della Libia

Ma se l’area Sar di Malta è un problema perché è troppo vasta, si sovrappone a quella italiana e non garantisce che siano le motovedette de La Valletta a intervenire, dall’altra parte c’è un grande nodo da sciogliere: la Sar libica.

In teoria, la Libia aveva dichiarato una sua prima area Sar a luglio 2017. Come spiegato da Fabio Caffio per Affari Internazionali, “Tripoli, nel proclamare nel luglio 2017 la sua zona Sar, aveva incredibilmente dichiarato di delegare alla Valletta la responsabilità di coordinare le operazioni Sar. Questa dichiarazione era stata poi revocata, su impulso dell’Imo (Organizzazione marittima internazionale ndr), forse perché non confermata dal cointeressato”.

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Di quell’area Sar, non si è saputo più niente. Anzi, a dicembre del 2017, la stessa Libia aveva abbandonato i progetti di un’area sotto la sua autorità ritirando la sua comunicazione all’Imo. I mezzi non erano sufficienti né adeguati al salvataggio in mare, e soprattutto mancava (come adesso) un’autorità effettiva e unica nel Paese.

Poi, a giugno 2018, la Libia ha dichiarato di nuovo la propria zona di soccorso e recupero. Un’area che tuttavia  è apparsa fino ad ora come una vera e proprio farsa. Il motivo? La Libia continua a non avere i mezzi né un’autorità. Ma soprattutto, come spiega Il Fatto Quotidiano, “in base al trattato di Amburgo si chiede all’autorità nordafricana di coordinare i soccorsi e fornire un posto sicuro per lo sbarco dei naufraghi”.

Ed ecco il problema: la Libia non ha un porto sicuro. A livello burocratico, Tripoli ha una sua Sar e dunque una capacità di salvare e riportare indietro i barconi. Ma da un punto di vista sostanziale, non è affatto così. Nessuno considera la Libia un Paese di approdo sicuro dei migranti. Molto spesso la marina libica non ha alcun interesse a riportare i migranti sulle coste nordafricane.

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E gli stessi migranti non vogliono tornare in Libia, creando spesso situazioni di caos anche a bordo delle motovedette battenti bandiera libica. Una situazione caotica che, unita alle operazioni delle Ong a largo delle acque territoriali di Tripoli e con la rete di trafficanti che si nasconde dietro la tratta, rende le acque libiche più che bollenti e incapaci di garantire salvataggi e accoglienza.

L’assurdo silenzio dell’Europa

Con Malta che teme di essere invasa e l’Italia che fa muro sia per motivi di sicurezza, sia per motivi politici (le elezioni europee sono alle porte), l’Unione europea non ha praticamente battuto ciglio.

Nel Mediterraneo centrale ci sono le navi della missione Sophia, da Bruxelles arrivano richiami costanti alla presunta redistribuzione dei migranti in base alle quote. Ma dall’Ue non sono arrivati segnali. E del resto, non potranno arrivare finché non si supererà il trattato di Dublino.

Come spiegava La Stampa, il motivo delle critiche alla Convenzione nasce da due problemi: “viene contestato l’obbligo del Paese di primo approdo di gestire tutti gli accessi e accogliere chi arriva, sia l’Italia, la Grecia o l’Ungheria, alfieri europei più esposti agli sbarchi e desiderosi di maggiore solidarietà. In seconda battuta, lo stesso precetto impedisce di diritto la possibilità di arrivare a un meccanismo di emergenza che conduca alla redistribuzione obbligatoria di parte dei rifugiati nei momenti di maggiore crisi, ipotesi suggerita da Francia e Germania”.

Finché non si supererà il Trattato, l’Europa rimarrà immobile, Italia e Malta continueranno a lottare fra loro. Ma l’Unione europea non sembra per niente interessata al meccanismo di redistribuzione né al coordinamento.