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“Mi hanno rapita”

Era il settembre del 2014, quando Steven Dami Mamza, il vescovo della cittadina di Yola, capoluogo dello Stato di Adamawa, venne chiamato al telefono per recarsi in piena notte alla cattedrale. Nessuna funzione da celebrare, ma un’emergenza umanitaria da affrontare: una colonna, composta da centinaia di famiglie in fuga, era assiepata fuori dal cancello della cattedrale di Santa Teresa e invocava protezione. Erano oltre 3500 persone. «Quando vidi tutta quella gente, terrorizzata, che aveva abbandonato ogni bene a causa di Boko Haram, non ebbi esitazioni: bisognava accogliere tutti e subito – ricorda il vescovo -. Ed è così che decisi di ospitare quegli sfollati, cristiani e musulmani, nella parrocchia, che da quel momento è divenuta un campo profughi, dove cerchiamo di dare protezione e di che vivere a tutte queste persone».

A distanza di tre anni sono oltre 800 i rifugiati che alloggiano ancora nella tendopoli di Santa Teresa ed è passeggiando all’interno di quello che un tempo era il salone dell’oratorio che si incontrano storie permeate dall’orrore. Una di queste è quella di Sara Tuzakaria, che ha 43 anni, 4 figli di cui non sa più nulla ed è originaria di Gwoza. L’incubo per lei ha avuto inizio il giorno in cui gli jihadisti sono entrati nella sua città. «Era l’agosto del 2014, quando i miliziani di Shekau si sono impossessati di Gwoza – racconta -. Dopo aver fatto fuggire i soldati governativi e, una volta conquistato il centro abitato, hanno iniziato con le esecuzioni sommarie. Gli uomini sono stati radunati, poi uccisi con un colpo in testa e gettati nel fiume; noi donne, invece, siamo state rapite e io sono stata portata via insieme ai miei figli». La donna si interrompe, prende fiato e poi continua: «Però, quando siamo arrivati nell’accampamento degli jihadisti, io sono stata separata dai miei bambini. E da quel momento non li ho più rivisti. Sono stata costretta a lavorare e cucinare per i miliziani. Volevano che mi convertissi e mi frustavano perché ero cristiana. Io ero disperata perché non sapevo nulla dei miei figli e, a un certo punto, ho smesso di mangiare: volevo morire, non potevo vivere senza avere notizie dei miei ragazzi». La donna trattiene la commozione a fatica e poi, con la voce rotta, prosegue il racconto: «Una notte però li ho sognati, mi sono svegliata e, approfittando del buio, sono fuggita. In modo impulsivo sono scappata via da quell’accampamento e da quel giorno ho iniziato a viaggiare in tutte le tendopoli della regione alla ricerca dei miei quattro bambini. Sono stata in oltre 20 campi profughi e anche in Camerun. Ma nessuno sa niente di loro, sono certa però che un giorno li troverò».

Oltre alla storia di Sara Tuzakaria c’è anche quella di Cecilia Pita, che di anni ne ha 36 e la notte non riesce a dormire a causa dei fantasmi che popolano i suoi ricordi. «Quando sopraggiunge la sera e si spengono le luci, ecco che ritorna vivido davanti a me quello che i soldati di Shekau hanno fatto nel mio villaggio. Era il 14 gennaio 2014, i terroristi sono arrivati mentre eravamo in chiesa. L’hanno accerchiata e poi hanno iniziato a sparare: sparavano anche contro chi cercava di fuggire. Dopodiché, ci hanno radunati tutti in piazza e hanno preso gli uomini e i ragazzi che avevano più di 12 anni». Il dramma di Cecilia è vivido nelle rughe scolpite sul suo volto e nelle lacrime che, come due cicatrici gemelle le tagliano il viso: «Hanno detto che lasciavano loro la scelta: o diventare dei guerriglieri o essere uccisi. Ma nessuno voleva unirsi a Boko Haram, così hanno iniziato a uccidere molti uomini. A un certo punto, però, si sono fermati: ne hanno presi alcuni e li hanno fatti inginocchiare. E, obbligandoci a guardare, li hanno decapitati. Uno di questi era mio marito».