I tifosi dell'esercito in uniforme durante il match di football

Marina contro Esercito. Quel derby
fratricida che infiamma l’America

John F. Kennedy li passò in rassegna uno per uno, non sapeva ancora, un anno prima di Dallas, che quella sarebbe stata la sua ultima volta. Parlò da comandante in capo, da padre di famiglia e da tifoso di football: «Voi avete la responsabilità di evitare una guerra. Come avrete anche quella di parteciparvi e vincerla». Perché il football americano non è uno sport ma «una guerra nucleare – esagerava Frank Gifford, New York Giants – dove non ci sono vincitori, ma solo sopravvissuti». Army vs Navy è questo: le due facce della stessa medaglia al valore, l’esercito contro la marina, Ufficiale e gentiluomo contro Patton, generale d’acciaio, West Point contro Annapolis, le scuole di guerra della più potente macchina militare del mondo, «fratelli per la pelle 364 giorni all’anno – sintetizzava Ike Eisenhower, generale e presidente – ma nemici giurati per un solo, unico, giorno», il giorno del Commander in chief Trophy, il giorno dell’«America’s Game», che quest’anno è domani 9 dicembre, al Lincoln Financial Field di Philadephia. Non c’è rivalità più profonda e amicizia più sacra tra chi oggi ti prende a botte e domani è insieme a te dove si muore. Come Michie di Army e Bagley di Navy, che si incontrarono una sola volta nel 1891, si strinsero le mani da capitani, e morirono, ventenni, nella guerra ispano-americana. Bagley, colpito dai cannoni spagnoli sul ponte della USS Winslow nel porto di Cardenas a Cuba, Michie sulla collina di San Juan mentre guidava all’assalto i suoi uomini dal 16mo Fanteria. Oggi «Beat Army» e «Beat Navy» sono un modo di salutarsi, intercalare di tutti i giorni, come ciao come stai?, ci vediamo presto, «ti chiamo domani, beatarmy», «tienimi aggiornato, beatnavy».

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Si gioca dal 1890, con qualche rara eccezione, il New York Times lo raccontava già due secoli fa come una brutale guerra fratricida che contagiava le tribune militari e che costrinse il presidente Cleveland a sospenderla per qualche anno perchè un generale di brigata aveva preso a pugni un contrammiraglio e lui lo aveva sfidato a duello. Non è così che si difende l’onore dell’Arma. Fin qui su 116 partite Navy ha vinto 60 volte, compresa la prima, 24-0, e Army 50 compresa l’ultima 21-7. Era dal 2001 che perdeva.

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L’esercito ha sempre schierato la squadra dell’Accademia di West Point, la marina quella di Annapolis, lontane una dall’altra solo 423 chilometri. La prima, immersa nel verde della Hudson Valley, a una cinquantina di chilometri da New York, ha 215 anni, 4500 cadetti e un motto che è un’ave maria «duty, honor, country» dovere, onore e patria. La seconda, accarezzata dalle fredde acque del Severn, nel Maryland, ha 172 anni, 1300 nuove matricole all’anno e uno slogan che sembra figlio di Jim Morrison: «Ho vissuto e morirò libero».

West Point è la più venerata istituzione militare degli Stati Uniti, un’invenzione di George Washington, il primo presidente, che in questo punto strategico per i traffici fluviali con il Canada fece il suo quartier generale nella guerra di indipendenza dagli inglesi. Nessuno l’ha mai espugnata. Ma sono suoi anche gli ingegneri che hanno costruito il sistema stradale e ferroviario degli Stati Uniti, cioè l’America stessa. Dai suoi campus di pietra che sembrano fortezze sono usciti tutti i grandi generali del Novecento Eisenhower, McArthur, Patton, Schwarzkopf, Clark, Petraeus, ma anche Lee che guidava l’esercito sudista nella Guerra di Secessione e il suo grande rivale Grant il nordista che lo sconfisse. I corsi sono così duri che un terzo degli allievi ufficiali non arriva fino in fondo: Custer, il grande perdente di Little Big Horn, arrivò ultimo e con i voti più bassi, Edgar Allan Poe fu messo alla porta quando una mattina si presentò all’adunata in pigiama. Oggi a guidarla c’è una donna Diana Holland, 76esimo commandant della storia, figlia di un marine, veterana di Iraq e Afghanistan, madre di due figli e quattro volte nonna.

Dell’Accademia navale di Annapolis, dove si forgiano anche i capi dei marines, sono invece figli Jimmy Carter, George Bush padre, Ross Perot e John McCain, James Lovell e William Anders, gli astronauti dell’Apollo 8, quelli che scattarono la foto la foto della Terra che sorge. E Chester W. Nimitz, l’ammiraglio di origini tedesche che piegò il Giappone, a Okinawa e Iwo Jima, il vedicatore di Pearl Harbour. John Wayne invece fu scartato: per la delusione, prima di trovare la strada per Hollywood, s’imbarcò come mozzo su un cargo diretto a Honolulu. Meglio di niente.

Una partita che a suo modo ha segnato la storia. É qui, anno 1963, canale Cbs, che nasce il primo replay tv, padre di tutte le moviola. Ed per non rinunciare alla partita, anno 1893, che l’ammiraglio Reeve si fa costruire dal suo calzolaio un cappello di finta pelle con i paraorecchie. Il nonno del casco di football moderno. Come ogni messa patriottica il derby tra il mulo di Army e il caprone di Navy, le due mascotte, ha i suoi riti e le sue liturgie: la marcia dei cadetti in divisa verso lo stadio, le tribune che diventano grigio Army da una parte e nero Navy dall’altra, il colpo di cannone a ogni touchdown, lo «scambio di prigionieri», gli studenti di Army che studiano in Navy e viceversa, e soprattutto l’Alma Mater, l’inno di chi perde suonato prima di chi vince, i perdenti che scortano i vincenti sotto la tribuna, l’onore delle armi per chi si spezza ma non si piega. Perdere è dura per chi chiude i quattro anni di corso, meglio vincere che piacer. Diceva Churchill: «In guerra non devi riuscire simpatico: devi soltanto avere ragione».

Massimo M. Veronese

  • agosvac

    Ma sì, lasciamo che i ragazzi americani si divertano a scornificarsi tra di loro! Magari lo facessero sempre, invece di rompere i coglioni a mezzo mondo!!!