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Manila fa la guerra ai narcos

Un arcipelago di oltre 7mila isole governato dal giugno dello scorso anno dal nuovo presidente, Rodrigo Duterte, soprannominato «il Donald Trump» delle Filippine, anche se in realtà è in rotta di collisione con lo storico alleato americano. Una popolazione di quasi 100 milioni di persone vive su solo 11 isole dello stato del sud est asiatico nell’oceano Pacifico. Ex colonia spagnola per oltre tre secoli, la stragrande maggioranza della popolazione è cristiana, ma il 5% di musulmani, concentrati nell’isola meridionale di Mindanao, è da sempre una spina nel fianco.

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Duterte, ex sindaco di Davao, ha conquistato la presidenza e la guida del governo il 30 giugno 2016. La sua campagna elettorale è stata incentrata sul pugno di ferro contro traffico di droga, criminalità e corruzione. Duterte ha dichiarato pubblicamente di avere ucciso tre spacciatori durante il suo «regno» come primo cittadino di Davao, una città di 1,5 milioni di abitanti. Si è vantato che andava in giro in motocicletta armato di pistola per cercare qualche criminale da far fuori. Non è un caso che nel primo anno della sua presidenza siano stati uccisi 5mila spacciatori, trafficanti o drogati in omicidi extragiudiziali. Le organizzazioni per i diritti umani puntano il dito contro delle vere e proprie «squadre della morte» composte da personale delle forze di sicurezza. Il presidente ha promesso più volte protezione alle forze dell’ordine dal grilletto facile e i metodi spicci. In ottobre si è addirittura paragonato ad Adolf Hitler dicendo di essere «felice di massacrare» tre milioni di drogati. Poi ha fatto marcia indietro sul capo del Terzo Reich, ma il suo soprannome rimane Duterte Harry» come l’ispettore Callaghan, il poliziotto giustiziere con la 44 Magnum interpretato in una serie di film di successo da Clint Eastwood. La sua controversa campagna anti droga è in realtà apprezzata dalla popolazione.

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Dopo la sconfitta della Spagna, le Filippine furono cedute agli Stati Uniti, che hanno concesso l’indipendenza nel 1946. A cominciare dal deposto dittatore Ferdinand Marcos gli americani sono sempre stati gli alleati privilegiati delle Filippine. Duterte, al contrario, ha preso le distanze da Washington, anche se viene paragonato a Trump per il modo di fare. Manila ha cominciato a tagliare i rapporti anche militari nel campo dell’addestramento e degli armamenti con l’obiettivo di avvicinarsi al gigante cinese. La Corea del Nord sempre più bellicosa, la nascita dello Stato islamico e la battaglia di Marawi hanno messo per il momento in secondo piano il distacco dagli Usa. Gli americani non solo garantiscono protezione strategica alle Filippine a tiro di missile nord coreano. L’intelligence, i corpi speciali e i velivoli di sorveglianza aerea a stelle e strisce stanno dando man forte per tamponare la minaccia del nascente Califfato nel sud dell’arcipelago.