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Mali, uccisi altri due soldati francesi
La guerra in Sahel è sempre più dura

In Sahel la situazione si fa sempre più critica e la Francia piange due soldati caduti in Mali a seguito dell’esplosione di un ordigno Ied che ha colpito un veicolo blindato. I due caduti facevano parte del 1 ° reggimento di Spahis di Valenza. E sono già otto i militari francesi morti in Mali dall’estate del 2017, dodici quelli uccisi mentre prestavano servizio nell’operazione Barkhane. “Mi inchino dinanzi al sacrificio dei soldati francesi. Sono morti per la nostra libertà. Questo rafforza la nostra determinazione a combattere insieme il terrorismo”, ha detto il presidente maliano, Ibrahim Boubacar Keita. In un’intervista al quotidiano francese Le Monde, Keita, che è stato ricevuto lunedì scorso dal presidente francese Macron, ha assicurato che le forze militari degli Stati della regione sono fortemente impegnate nella lotta al terrorismo che continuano a ottenere vittorie nella loro guerra.

Ma ai proclami ottimisti di Keita, si contrappone un realtà molto meno rosea. Gran parte del nord del Mali vive ancora sotto la minaccia di gruppi jihadisti se non direttamente sotto il loro controllo. E questi gruppi, quando possono, colpiscono i villaggi e le città della parte centrale del Paese sfruttando la vastità del territorio e l’incapacità fisiologica di controllare aree grandi e con scarsi mezzi.  D’altronde neanche i francesi, con mezzi nettamente superiori, sono riusciti nell’intento. Non è bastata l’operazione Serval, in cui Parigi ha guidato una forza multinazionale impiegando nel complesso più di 5mila soldati dell’esercito francese. E non è riuscita nell’intento la successiva operazione Barkhane, tutt’ora attiva, con 4mila uomini dispiegati dalla Francia. E non sembrano abbiano avuto successo neanche la missione Minusma delle Nazioni Unite, costituita da 12mila soldati così come le missioni europee di addestramento e consulenza su tutto il territorio maliano.

Perché ci deve interessare la sorte del Mali, è evidente. Perché anch’esso è coinvolto nelle operazione della forza militare regionale congiunta del G5 Sahel, composta da 5mila soldati di Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger e Ciad. L’Unione europea contribuisce alla missione economicamente, con 100 milioni di euro. Ma ne mancano ancora 238 milioni. E, proprio per questo, a Bruxelles si sono riuniti i delegati dei Paesi coinvolti per studiare il modo di ottenere i finanziamenti necessari. Oggi l’Ue dovrebbe decidere per il raddoppiamento dei fondi destinati alla missione. Oltre all’Unione europea, anche Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati, e i singoli Stati membri dell’Ue hanno promesso di finanziare la missione.

Keita ha dichiarato che “questa guerra è estremamente dura. Il nemico è invisibile e crudele. Ogni soldato che cade, muore per il Mali, ma anche per la Francia. Noi siamo soltanto un territorio di transito. L’obiettivo, la destinazione finale siete voi“. E il presidente del Mali si domanda e rimane perplesso sul perché l’Europa trovi i soldi per altre guerre, quando il Sahel è una fucina di minacce per tutta la stabilità del Vecchio continente. “Quando sappiamo quanti soldi sono stati spesi ogni giorno in Iraq e in Siria nei bombardamenti. Vedere oggi i Paesi del Sahel porgere la mano per ottenere 423 milioni di euro, confesso che fa male. Non siamo mendicanti” insiste Keita. E non lesina critiche alla stessa missione Onu nella regione, che per Keita è del tutto inadatta. “A cosa serve fare peacekeeping mentre stiamo combattendo una guerra regionale contro lo jihadismo? Senza un mandato più offensivo, che chiediamo da tempo con decisione, la Minusma è una delle missioni Onu che registra il maggior numero di perdite umane, impegnata soltanto in progetti sociali”.

La missione del G-5 Sahel è di fondamentale importanza per gli interessi strategici europei. E per i nostri soldati, così come per la nostra opinione pubblica, la morte dei due soldati francesi nel nord del Mali deve risuonare come un campanello d’allarme. Così come lo doveva essere la morte dei quattro berretti verdi in Niger. Pur in un territorio diverso, le nostre forze opereranno in un settore estremamente complesso e che non conosciamo bene. La nostra missione sarà no-combat, a detta del ministro della Difesa, con un impegno volto esclusivamente all’addestramento delle forze nigerine. Ma in una guerra complessa e sfaccettata come quella che andremo a combattere, di certo saremo considerati nemici al pari di qualsiasi altra forza. Andiamo in un territorio complesso, dove i nostri interessi per la gestione dei flussi migratori e delle carovane jihadiste s’intrecciano con gli enormi interessi politici ed economici francesi. L’Italia non poteva tirarsi indietro, per una serie di motivi politici e strategici. Ma guai a considerare quell’area il teatro di una guerra “soft”. Se il presidente del Mali chiede mezzi come quelli usati in Iraq, non lo fa casualmente. Le sigle del terrorismo islamico, le milizie armate e i gruppi ribelli sono nemici pericolosi.

  • potier

    è purtroppo vero, sono questi i rischi di una guerra, come è altrettanto vero di come i terroristi siano la feccia e lo scarto dell’umanità in quanto riescono soltanto a combattere non faccia a faccia, ma in maniera così subdola e nascosta, piazzando e celando devastanti ordigni nel terreno e in prossimità di passaggi obbligati come strade e viottoli … e comunque un plauso e onore in primo luogo agli eroici soldati francesi e americani i quali sempre e sono tra i pochi a mettersi in gioco esponendosi in prima persona e a rischiare seriamente la vita in molte zone del mondo e nei vari teatri di crisi cercando di arginare le barbarie di taluni soggetti per i quali la vita umana vale sempre e comunque meno di zero …