grecia

Macché salari e pensioni
In piazza per un nome

U na Macedonia per due. Non è il consiglio per un fine pasto, perché di dolce c’è proprio poco in questo inizio di rovente estate greca. Per una volta il clima non c’entra. Ad accendere gli animi e riempire le piazze di moderni opliti con i fumogeni è un nome, uno solo, conteso fra due Paesi. Una questione di principio che viene da lontano nel tempo, non nello spazio e che cancella le serenate di ottimismo che la stampa di mezzo mondo ha dedicato di recente ad Atene. «La crisi ellenica è finita», hanno titolato i Tg, sottolineando che i tempi amari della Troika, con gli stipendi dimezzati e le pensioni svanite, starebbero per finire.

Poli kalà, tutto bene? Per nulla, perché accade quello che solo in Grecia può capitare: in un paese con un presente che traballa e un futuro che non si riesce a immaginare, non resta che puntare al passato. Quello della polis e della grande Grecia che dominava il mondo e che, guarda caso, ha proprio a che fare con la luce dorata di Pella e i nuovi scavi di Verghina, le terre di Filippo e Alessandro Magno, i due campioni della Macedonia doc del IV secolo a.C. Per gli ellenici quella è l’unica Macedonia possibile. Peccato che a pensare, invece, di essere epigoni macedoni certificati siano, oltre confine, anche gli abitanti di Skopje.

C’è materia per una vera tragedia: del resto siamo in Grecia e un prologo è necessario per capire il dramma. C’era una volta la Jugoslavia che, nel 1991, lasciò posto alle repubbliche balcaniche: ognuna trovò facilmente un nome. Tranne una. Era la terra di madre Teresa, che però era di etnia albanese. È la patria delle icone di Ocrida, fra le più belle e ricercate al mondo, eredità di una gloria costruita, però, dagli antichi bizantini. E allora? Che cos’è la Macedonia? Il problema è tutto in una sigla, quell’impronunciabile e provvisorio Fyrom – Former Yugoslav Republic of Macedonia che fu frettolosamente assegnato, nel risiko dei Balcani, alla terra intorno a Skopje, la sua capitale. I greci abbozzarono, ma il mugugno è proseguito per 27 anni.

«Toglieteci tutto, ma non Megas Alexandros», scherza, ma non troppo Kostas dal suo periptero, il chiosco che dovrebbe vendere tutto e invece «vendo sempre meno». Paradoxos è una parola greca. E non è un caso: la crisi morde ancora eppure la gente, negli estiatorioi di Plaka e Monastiraki, non parla più di tasse e tagli, ma di geografia e di storia. E in piazza, a protestare a muso duro, contro gli ieratici soldati evzoni di piazza Syntagma, scende con bandiere e sassaiole, non più perché non riesce ad arrivare alla fine del mese, ma per un nome. Anzi per un aggettivo, quel «nord» con cui, dopo altre quattro proposte bocciate, si vuole etichettare la «nuova» Macedonia balcanica.

A volerlo, in realtà, sono per ora quelli che stanno nei palazzi del potere dei due Paesi e che si son trovati, sorridenti e accomodanti, al confine, sulle rive del lago Prespa, qualche settimana fa, a firmare un preaccordo che ora dovrà essere ratificato da Fyrom con un referendum autunnale dall’esito tutt’altro che scontato e poi dal parlamento ateniese. C’erano il premier macedone Zoran Zaev che ha donato una cravatta rossa ad Alexis Tsipras, il collega greco che non ne ha mai indossata una.

Ad Atene come a Skopje la gente in piazza ha vissuto, invece, firma e fotografie sul lago come un’imposizione e una profanazione: per entrambi l’aggettivo Nord non serve. Peccato di «macedonie» non ce ne possano essere due. Il disegno politico è chiaro: Tsipras, impegnato nell’ennesima, sfiancante, operazione simpatia nei confronti del blocco Ue, da cui deve ottenere l’ultima tranche di aiuti in agosto, farà di tutto «Per eseguire il “compitino” agli occhi della Merkel», commentano gli anziani giocando a tavlì, il backgammon da strada. «E se andasse tutto storto potrà dire di averci provato», sostengono gli oppositori di Tsipras.

A Skopje si spera, invece, che trovare finalmente un nome, e non una sigla, per il Paese faciliti l’iter, calendarizzato per il 2019, di entrata nella Ue. Per oliare il meccanismo alcune statue di Alessandro Magno, prontamente ed audacemente issate in terra Fyrom in questi decenni, sono state rimosse. Per Atene è fumo negli occhi.

«Le distanze fra noi e loro sono incolmabili», si taglia corto in una taverna vista Acropoli. «A Skopje si scrive in cirillico, si prega anche Allah, Alessandro Magno, invece, parlavo greco». E al massimo simpatizzava per Zeus. Fare i saldi del passato, in realtà, suona anche come svendita del futuro: a preoccupare i greci è, ora più pragmaticamente, anche la sorte di certi prodotti, dai vini ai formaggi di Macedonia, quella greca, che potrebbero poi essere confusi con quelli più “slavi” o meglio nordici.

E nella terra dove le questioni sono ancora quelle di principio come per Cipro divisa, come per i sette indigesti secoli di dominio ottomano vissuti come una lunga intossicazione e soprattutto si mugugna ancora per i marmi del Partenone portati a Londra due secoli fa, un nome resta pur sempre un nome da difendere. E quindi ecco i tafferugli e le proteste, ma anche un infuocato dibattito parlamentare per togliere la fiducia a Tsipras durato 51 ore. Per la cronaca: il primo ministro l’ha sfangata solo per tre voti.

Raccontata così sembra la guerra del Peloponneso che studiavamo a scuola, ma Tucidide impallidirebbe: la politica indossa la maschera e inneggia al new deal che sta portando la Grecia fuori dalla crisi e dall’alito pesante della Troika. Eppure ad Atene, l’umore è di segno opposto: «Ora fate titoloni entusiastici perché siete voi a vederci così. Noi sappiamo che a ottobre dovremo cominciare a restituire gli interessi dei prestiti europei e allora, lasciateci combattere almeno per la Macedonia», spiega il barman Dimitri con fatalismo. Azzardiamo la domanda: come chiamate voi la macedonia intesa come dessert? «Frouto-salada – fulmina Dimitri – perché è un mix di tante cose». La risposta a volte arriva per ultima, dopo il dolce e il caffé.

di Lucia Galli

  • Valeria Vernon

    Suggerisco Mace e Donia come già fatto con Ceco e Slovacchia

    • Andrea

      Storicamente i cosi detti macedoni altro non sono che bulgari serbizzati(con il nome di macedoni,la lingua che parlano e’ex bulgaro, che dopo l”occupazione serba nel 1913,rinnovata 1918 fu trasformato piu` tardi in quello che oggi viene definito macedone con la massiccia e forzata itroduzione di parole serbe,e non solo). Forse sarebbe interessante ai lettori sapere che le prime testimonianze “”storiche”” della cosi detta lingua macedone risalgono ai primi anni 40 ,lingua creata ad hoc ,ex novo dal Comintern.E all”autore dell’articolo vorrei ricordare che nel periodo 971-1018 Ochrida e` la capitale del regno Bulgaro.Prima degli anni trenta nessuno ha mai parlato scritto e pensato in quel obbrobrio linguistico che e` il cosi` detto macedone,bisogna pero` riconoscere che tale lingua fu imposta con ferrea volonta’ dai komunisti serbo-macedoni e in questo furono aiutati dalla televisione e dalla illimitata disponibilita` di mezzi finanziari destinati allo scopo.E` un dato di fatto anche che in questa nuova lingua oramai si riconosce l’odierno popolo macedone e che in essa furono scritti e si scrivono libri e quant”altro.Qindi la denazzionalizzazione dei bulgari-macedoni iniziata all”inizio del secolo ad opera dei serbi puo` considerarsi comletamente riuscita anche e soprattutto grazie al favorevole(allo scopo)concorso degli eventi storici(Praticamente dall”fraudolenta occupazione serba dell’odierna Macedonia durante la seconda guerra balcanica 1913,ogni legame della sua popolazione con la Bulgaria fu reso impossibile.Si puo` tranquillamente asserire che la storia dell’umanita difficilmente potrebbe presentare esempi di un lavaggio di cervello di massa cosi` perfettamente riuscito.

      • Valeria Vernon

        Ma tutta sta fatica dei serbi è veramente servita a qualche cosa?

  • best67

    il problema non è la crisi ma la macedonia slava!

  • Mario Marini

    Spero che non scendano in piazza anche per cambiare la macedonia di frutta…….

  • thalia

    In tutte le guerre il perdente o prepotente veniva privato di territori consegnati a paesi vicini e oltre ai territori le popolazioni perdevano la originale identità per acquisire la nuova imposta a forza, ne abbiamo esempio in italia, germania le cui popolazioni si mischiarono ai nuovi cittadini confondendo così usi, costumi, lingua. Nel 2° conflitto mondiale furono tolte all’allora cecoslovacchia addirittura porzioni di confini naturali nella frontiera sud- est date alla germania con 3,500 mln di abitanti che dovettero adattarsi a regole diverse, ad essa si tolse la provincai di Teschen data alla polonia con 24.000 abitanti e passò all’ungheria una frangia, sempre tolta alla cecoslovacchia e al territotio carpatico-NE compreso di un mln di abitanti. rifare le piante o impuntarsi a come sono adesso? Parigi val bene una messa!