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L’Ungheria e i profughi

Cosa difende il muro antiprofughi voluto dal premier ungherese Viktor Orbán?
Campagne ridenti, fattorie immacolate e bianchi campanili che sembrano appartenere a una delle figurine della Liebig.

Il paesaggio idilliaco che s’incontra una volta varcata la barriera in filo spinato, però, può anche essere letto come una metafora.

Una metafora dell’utopia rural-conservatrice del premier magiaro, che si propone di riscoprire e valorizzare l’identità nazionale e le tradizioni dell’Ungheria, da difendere, se necessario anche manu militari, contro chiunque ne attenti alla purezza. Orbán e il suo partito, Fidesz, sono alla testa della linea più dura nel contrasto all’immigrazione clandestina: quella che lotta contro gli ingressi illegali a colpi di filo spinato, manganelli e blindati.

Quando arrivo a Rozske, il primo villaggio ungherese dopo il confine sulla Serbia lungo la ferrovia che da Belgrado porta a Budapest, posso rendermene conto da solo. Davanti a battaglioni di giornalisti famelici, i profughi che varcano la frontiera seguendo i binari del treno vengono intercettati dalla polizia e concentrati in un campo arato in attesa dei bus che li portino nei centri di identificazione.

Nel frattempo sono tenuti a terra, per ore: ogni tanto scoppia una rivolta, un tentativo di fuga e allora sono inseguimenti e botte. La situazione non migliora quando da Rozske ci spostiamo alla stazione Keleti di Budapest. Nello scalo della capitale centinaia di persone, tra cui decine di bambini, sono tenute in attesa anche per ore nell’atrio della stazione, aspettando i treni che li porteranno in Austria. Una volta a bordo, i vagoni riservati ai profughi sono chiusi a chiave e separati da quelli dei passeggeri ordinari (ho potuto verificarlo di persona viaggiando verso Vienna).

Il premier Orbán ha promesso misure draconiane contro l’immigrazione clandestina, annunciando il varo di leggi speciali che dovrebbero entrare in vigore da martedì 15. La popolazione, che pure lo sopporta (basti pensare che il maggior partito di opposizione, Jobbik, si colloca a destra di un governo solidamente conservatore), teme la severità della polizia. Oltrepassando clandestinamente il confine serbo-ungherese ho potuto rendermi conto del clima di terrore diffuso tra la popolazione: quasi nessuno si fida ad aiutare i profughi, fosse anche solo per dare una bottiglia d’acqua a una donna incinta.

Corre voce che nelle campagne intorno a Rozske alcuni parrocci nascondano i fuggiaschi nelle canoniche, ma persino i sacerdoti devono temere i rimproveri del proprio vescovo.

Eppure passare è possibile. Strisciando sotto il muro non ho incontrato nemmeno un poliziotto, nemmeno di lontano. Nemmeno un agente (pure numerosissimi davanti alle telecamere) in cinque ore di vagabondaggio per le strade a ridosso del confine. Gli elicotteri, i droni e le fotocellule non sono riusciti a fermare cinquanta siriani impauriti, rallentati da donne e bambini e armati solamente di Gprs e coperte per sollevare il filo spinato.

Io stesso, abbandonando l’Ungheria per entrare in Austria, non ho subìto alcun controllo. Viaggiavo in macchina, avrei potuto trasportare diversi migranti nel bagagliaio, ma nessuno mi ha fermato: la chiusura dei confini è ancora lontana.

Per questo finesettimana gli arrivi di persone previsti a Monaco di Baviera arriveranno a sfiorare le cinque cifre. Si parla ormai di diverse migliaia al giorno, che passano quasi interamente dall’Ungheria. Al di là dei soprusi della polizia, non si può fare a meno di chiedersi: ma la faccia feroce di Orbán non sarà solo una facciata?

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