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L’ultima sfida di Russia e Brics:
trovare un’alternativa a internet

Nell’attuale contesto di guerra dell’informazione si riaffaccia, ancora una volta, la questione della governance internazionale della rete Internet.

Lo scorso 26 ottobre il Consiglio per la Sicurezza della Federazione Russa si è riunito per discutere le questioni relative alla sicurezza informatica del Paese, i cui contenuti sono stati inseriti in un protocollo datato 5 novembre, controfirmato dal Presidente Putin, circa la necessità da parte del governo russo di creare un proprio sistema di server DNS root in collaborazione con i Paesi BRICS, dunque Brasile, Cina, India e Sud Africa.

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Tale raccomandazione è stata rivolta ai Ministeri delle Comunicazioni e degli Affari Esteri della Federazione, ai quali si suggerisce che a partire dal 1 agosto 2018 dovranno lavorare in sinergia con gli omologhi degli altri Stati facenti parte dell’Organizzazione al fine di creare un sistema indipendente che riesca a slegarsi dai vincoli creati da organizzazioni internazionali quali ICANN, IANA e VeriSign,  e in grado di servire le esigenze degli utenti di questi paesi in caso di guasti o malfunzionamenti. In uno stralcio del documento prodotto dal Consiglio, pubblicato dal quotidiano russo indipendente RBK, che si è preoccupato di verificarne l’autenticità, si legge: “…Una seria minaccia alla sicurezza della Russia è l’aumento delle capacità dei paesi occidentali di condurre operazioni offensive nello spazio delle informazioni e la loro prontezza nel loro utilizzo. Il dominio degli Stati Uniti e di alcuni paesi dell’Unione europea nella gestione di Internet è tuttora garantito”.

Il sistema dei server DNS root è un sistema gerarchico di distribuzione dei domini e degli indirizzi IP distribuiti in tutto il mondo, sul quale si fonda l’intera struttura del World Wide Web. Il sistema dei root DNS nameserver è costituito da 13 principali macroserver, cui viene assegnata una nomenclatura ufficiale abbinata ad un valore alfabetico che va da A ad M. Ad oggi, 7 di questi si trovano fisicamente negli Stati Uniti, e alcuni di questi fanno direttamente capo al governo americano, quali la NASA e lo U.S. Army Research Lab. Gli altri sei si trovano collocati su 137 computer fisici sparsi in tutto il mondo, tra cui Milano, Torino e Roma, in grado di fornire un servizio decentralizzato mediante annunci anycast.

L’intero sistema è amministrato da ICANN, istituita nel 1998 come organizzazione no-profit, ma che ha lavorato sotto contratto con il Ministero del Commercio degli Stati Uniti. A partire dal 1 ottobre 2016 i diritti di amministrazione di ICANN sono stati trasferiti ad una organizzazione figlia, con sede legale in California.

Le autorità russe hanno ripetutamente riferito che ICANN si trovi sotto il diretto controllo delle autorità statunitensi, discutendo tramite Igor Schegolev, aiutante dell’amministrazione presidenziale, un nuovo ruolo della Russia all’interno di ICANN che non sia meramente consultivo.

Molti esperti dibattono sulla effettiva possibilità di realizzazione del progetto poiché, essendo il sistema di server DNS root gerarchico, esso può ricondurre soltanto ad una sola “radice”. Tutte le informazioni sono infatti diramate da IANA, e tutti i server fisici presenti sulla superficie del pianeta sono soltanto dei “mirror”, ovvero dei duplicati delle informazioni prodotte dalla radice. L’unica soluzione equivalente a raggiungere un’indipendenza dal sistema centrale equivarrebbe dunque alla creazione di una intera rete Internet indipendente.

Il progetto sarebbe evidentemente ambizioso, ma tuttavia una sfida decisiva al monopolio statunitense nella gestione della rete Internet, oltre che una sfida aperta al sistema dei paesi cosiddetti sviluppati. Secondo le stime più recenti, circa il 47% dell’intera popolazione mondiale ha accesso alla rete internet, equivalente a circa 3,5 miliardi di persone. I Paesi BRICS, da soli, vantano un numero di utenti pari a 1,5 miliardi di utenti. Fatta eccezione per la Russia, in cui 3 persone su 4 sono in grado di accedere alla rete, negli altri paesi le percentuali di utenza sono ancora molto basse, come il 53% della Cina e addirittura il 34% dell’India, entrambi Paesi con potenziale di sviluppo molto elevato.