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Luci e ombre della riforma fiscale di Trump

L’annuncio dell’imponente piano di riforma fiscale da parte della Casa Bianca nella giornata di mercoledì 26 aprile ha incrementato il livello d’attenzione rivolta dal mondo politico e dall’opinione pubblica statunitensi all’evoluzione delle dinamiche economiche interne, facendo infatti seguito alla decisione di Trump di picconare il Dodd-Frank Act e alle accese discussioni sul futuro del budget federale.

Nei fatti, la riforma annunciata ufficialmente nelle sue linee guida dal Segretario del Tesoro Steven Mnuchin rappresenta la più estesa ed ardita mossa in materia fiscale dai tempi delle due grandi leggi varate durante la presidenza di Ronald Reagan, l’Economic Recovery Tax Act (ERTA) del 1981 e il Tax Reform Act del 1986, per mezzo delle quali le aliquote massimali sui redditi dei cittadini americani calarono dal 70% al 28% e, inoltre, si garantì un netto decremento all’imposizione sui guadagni da capitale, poi ulteriormente ridimensionata nel corso degli Anni Novanta. Nella riforma made in Trump, invece, è previsto che gli scaglioni di imposizione fiscale per i redditi individuali passino da sette a tre, gravati da tre aliquote di imposta fisse del 10, del 25 e del 35%, e che la no-tax area sia estesa, per le famiglie, sino ai 24.000 dollari di reddito; ancora più incisiva, invece, è destinata ad essere la decurtazione della corporate tax gravante sulle imprese, per la quale è preventivato un abbassamento dal 35 al 15%.

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Trump richiama Reagan, e assieme a quest’ultimo le teorie economiche che ispirarono le sue azioni nel corso degli Anni Ottanta, prima fra tutte quella della cosiddetta “curva di Laffer”, secondo la qualeogni sistema economico possiederebbe una determinato livello di tassazione “ottimale” in grado di garantire allo Stato di acquisire il massimo gettito in termini d’imposte e di accelerare la crescita della produzione, livello che giustificherebbe in determinati casi delle sforbiciate alle aliquote massimali. 

Proprio a questo mira Trump, il cui obiettivo è garantire il terreno ottimale per permettere un rilancio dell’economia statunitense che egli ipotizza trainato dal massiccio ritorno in patria degli investimenti, degli impianti industriali e della produzione delle grandi corporation nazionali. Dal taglio delle tasse alle imprese, infatti, dovrebbe partire l’ampia strategia economica “nazional-liberista” che, dispiegando in pieno i suoi effetti, dovrebbe consentire la crescita della produzione e dell’occupazione in settori storicamente trainanti o ad alto valore aggiunto per l’economia americana, come quello delle automobili, della tecnologia e della manifattura farmaceutica. Attraverso il ritorno in terra statunitense di centinaia di miliardi di dollari sotto forma di investimenti e posti di lavoro, l’amministrazione di Washington prevede di ripagare in maniera completa gli elevati costi previsti per la riforma fiscale, che il Washington Post prevede pari a 5.500 miliardi di dollari di mancate entrate erariali nei prossimi dieci anni, mentre il think tank Center for a Responsible Federal Budget li prevede compresi tra i 3.000 e i 7.000 miliardi.

Trump e Mnuchin, in ogni caso, dovranno tenere ben presenti i rischi annessi alla riforma: in primo luogo, l’esperienza dell’era Reagan insegna che il mancato ingresso di ingenti quantità di denaro nelle casse federali potrebbe causare un netto aumento del debito pubblico, già avviato a superare considerevolmente la soglia dei 20.000 miliardi di dollari nel corso della presidenza Trump. Il debito pubblico statunitense crebbe da 907 a 2.850 miliardi di dollari nel corso degli otto anni di presidenza di Reagan, e in contrapposizione a una crescita media del PIL superiore al 3% annuo iniziò inoltre a manifestarsi un notevole incremento delle disuguaglianze interne all’economia statunitense. Il risultato delle riforme fiscali di Reagan fu un sistema decisamente livellato che, di fatto, lasciò mano libera alla crescita delle disuguaglianze: uno studio del 2011 dell’Ufficio Budget del Congresso, infatti, ha rilevato, per il periodo 1980-1990, un aumento pari al 50% del reddito medio del percentile superiore della distribuzione, incrementi più modesti nel quintile ad esso inferiore, una crescita modesta del blocco compreso tra l’ottantesimo e il ventesimo percentile (comprendente la stragrande maggioranza della middle class statunitense) e, addirittura, una diminuzione del reddito complessivo del quintile di coda.

La strategia di Trump, di conseguenza, rischia di portare, sul lungo termine, a un’ulteriore polarizzazione della distribuzione del reddito e della ricchezza negli Stati Uniti, che risulterebbe ulteriormente accentuata dall’eliminazione delle tasse di successione ereditaria. I benefici risultati dall’estensione dell’area di detassazione, di conseguenza, potrebbero apparire ben poca cosa rispetto alla ripartizione diseguale dei frutti di una crescita economica paventata da Trump in campagna elettorale come la via per ricostruire la grandezza dell’America ma di cui la classe media impoverita dai frutti della Grande Crisi potrebbe raccogliere soltanto una parte residuale.

Per conquistare l’approvazione al suo piano fiscale, Trump avrà bisogno di mantenere compatto il Partito Repubblicano alle sue spalle, evitando l’azione di “franchi tiratori” che hanno già pregiudicato la sua politica sull’Obamacare, e di completare il dialogo sul bilancio con i democratici, tra i quali si sono registrate diverse levate di scudi. Si preannunciano settimane incandescenti per Trump, che dovrà ottenere una maggioranza di almeno 60 voti al Senato, necessitante dell’appoggio di almeno 8 membri del partito rivale, per poter rendere realtà una riforma di ampio respiro che presenta al suo interno, notevoli punti di forza e palesi, evidenti debolezze.