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L’orda dei turisti spaventa la Scozia

Da Skye. Nell’infinita giostra delle lamentazioni, dove ogni popolo si sente sempre il più sfortunato del globo e capita di incappare in canadesi devastati dal caldo o in monegaschi che piangono miseria, può succedere anche di dover affrontare il dramma degli scozzesi nel panico per l’invasione di turisti. E di trattenere a stento una risata sprezzante se Bbc radio parla di emergenza mentre la vostra macchina trotterella solitaria tra le pecore per infinite e deserte miglia da John O’Groats a Cape Wrath, in quello che per chi ha attraversato l’inferno sudato del centro storico di Firenze o delle Ramblas di Barcellona – sembra invece un paradiso spopolato con vista mare.

Eppure che ci sia poco da ridere lo capisci poco dopo, grazie a un idraulico. Mister Mackay ha fretta e dalla fiancata del suo furgoncino guizzante, accanto alla scritta «Plumbing and heating», sporge un caustico dito medio contro l’ennesimo impedito dalla guida tremebonda che si frappone fra lui e i tubi che lo aspettano al di là del Kyle of Tongue. Eppure non c’è traffico e non sembra un hooligan. Ma è l’indizio che sotto il kilt di pace e torba delle Highlands qualche nervosismo cova.

Il turismo in Scozia vale qualcosa come 11 miliardi di sterline l’anno, attira ormai più di 15 milioni di visitatori (sempre più stranieri) e dà lavoro a 220mila persone. Un successo planetario in cui la sterlina debole ha la meglio su piogge, indigeribilità dell’haggis e accento criptico da comprendere. Chi è impiegato nel settore si concentra sull’indotto e ringrazia gli dei del turismo, ma qualcun altro si domanda se non si sia superato il limite e se la deriva non sia pericolosa.

La questione la cogli soltanto seguendo la North Coast 500 e mettendo insieme i pezzi del puzzle. Alle isole Orcadi, ad esempio, è partita una petizione contro l’approdo delle navi da crociera che sbarcano 120mila turisti l’anno, sei volte la popolazione dell’arcipelago. Kirkwall, il capoluogo, non arriva a 8mila abitanti e il Guardian racconta l’indignazione della famiglia Findlay, sotto choc per i selfie di alcuni tedeschi a un funerale privato. Certo, chi è abituato alle resse delle città d’arte fatica a cogliere come si possa protestare se la massima coda ad un sito archeologico è di 5-6 persone, ma – per un pugno di isole «placide come balene addormentate nell’oceano del tempo» che non vedevano un’invasione del genere dai vichinghi del IX secolo bastano tre pullman di veneti in visita all’Italian Chapel e il dilagare di Airbnb per destabilizzare una comunità.

Perché di fatto la chiave di tutto è la relatività. Durness, estremo nordovest, è una località balneare famosa, ci veniva perfino John Lennon. Ma fa 200 abitanti e la famosa «ricettività» è risibile quanto la strada per arrivarci: un avvizzito serpentello di asfalto a una corsia con anguste passing places dove accostare per far passare chi viene dall’altra direzione. Una specie di via Crucis, ma talmente panoramica che si chiude un occhio. Aviemore invece è ai piedi del parco nazionale dei monti Cairngorms. Qui ad agosto occorre prenotare le visite alle distillerie di whisky dello Speyside con mesi di anticipo e per comprare un paio di pantaloni gli abitanti sono costretti a fare 50 km fino ad Inverness, perché i turisti razziano ogni negozio. Logico che la gente chieda allo Stato una mano e qualcuno ventili l’idea di una tassa di soggiorno con cui finanziare nuove infrastrutture.

Lo Stac Pollaidh, nel Wester Ross, è un monticello pittoresco e scenografico, con un comodo parcheggio sempre pieno da cui partire per le escursioni. È così battuto da chi vuole arrampicarsi sulle fragili guglie della cima che secondo gli esperti fra pochi anni la vetta si sbriciolerà. Senza parlare del traffico da Grande Raccordo Anulare sulle sponde del Loch Lomond, meta delle gite da Glasgow, della sublime valle di Glencoe brulicante come un alveare o delle processioni di turisti sul Loch Ness. Anche se qui chi è causa del suo mal pianga se stesso, dato che il mostro fu casualmente avvistato per la prima volta proprio da un albergatore del luogo, laurea honoris causa in marketing…

Però è a Skye che la situazione si fa esplosiva. Che l’isola ad agosto sia meta richiesta lo suggerivano anche i siti Internet dove trovare una camera da prenotare era stata un’impresa. Ma è Ina a darti la dimensione del problema. Gestisce un bed & breakfast ad Achmore, a 20 km dall’isola, e racconta che la polizia in questi giorni staziona sul ponte, chiedendo ai turisti senza una stanza già prenotata di cambiare destinazione perché l’intera Skye è fully booked. Al completo, no vacancies. E più di una volta a Ina è toccato accogliere turisti disperati che alle dieci di sera imploravano almeno un sacco a pelo nella stanza dei figli giocatori di shinty (una sorta di hockey su prato gaelico) perché sull’isola non avevano trovato uno straccio di tetto.

Il fatto è che è davvero così. A Portree, decine di asiatici aspettano che i ristoranti aprano alle 17 per trovare un posto per una cena/merenda; a Uig due cicloturiste hanno perfino piantato una tenda in un’isola spartitraffico (come se mancasse lo spazio verde…); i parcheggi delle attrazioni naturalistiche sono pieni, immensi caravan plurifamiliari stazionano e si impantanano ai lati delle strade, obbligando i locali a spostamenti infiniti e bloccando il passaggio ai soccorsi montani e alle cisterne del carburante. I turisti si concentrano tutti in alcuni punti, congestionandoli. Il monolite di Storr, l’altopiano di Quiraing, Neist Point sono posti incredibili, rimasti puri perché inaccessibili. Ora il rischio è semplicemente quello di intaccarne l’eccezionale stato di conservazione e bellezza.

Così, mentre il viaggio si snoda verso Edimburgo, ombelico del caos turistico scozzese che ad agosto esplode per i suoi  festival, ti chiedi il perché di questo exploit. E impari che secondo un sondaggio il 40% dei turisti inglesi qui la maggioranza – si lascia influenzare dai film. In Scozia hanno girato di tutto, da 007 Skyfall ad Harry Potter, da Prometheus al Grande Gigante Gentile di Spielberg, fino a Braveheart e King Arthur, e frotte di fotocamera muniti arrivano per un selfie sul luogo del set. Li chiamano tour «stop, click and go», in cui i visitatori spendono poco, disturbano molto e creano caos. Lasciando le comunità locali a sfogliare il cardo per decidere se questo turismo che sta facendo così bene alle casse del Paese in realtà non stia anche trasformando la loro gloriosa terra, che seppe resistere anche agli inglesi, in un enorme parco a tema.

Marco Zucchetti