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Quale futuro per la Somalia?

Una carestia senza precedenti, il terrorismo che dilaga, la pirateria che colpisce le navi cargo che le si avvicinano, ed uno Stato completamente  fallito. Con queste premesse, che sono ormai certezze da anni, si è riunita la conferenza internazionale di Londra sul problema della Somalia. È la terza conferenza internazionale che si tiene nella capitale del Regno Unito sul problema del Corno d’Africa, a testimonianza di un crescente interesse da parte britannica per Mogadiscio. Una conferenza che è stata fortemente voluta dal governo May e che il ministro degli Esteri Johnson ha voluto pubblicizzare con articoli su molte testate di vari Stati del mondo.

La Somalia fa paura, perché i suoi problemi sono infiniti. La guerra ad Al Shabaab non sembra terminare e il governo non può farcela da solo. Le regioni autonome del Paese sono in continua lotta contro le sue bande di predoni, terroristi e guerriglieri, ma c’è un mercato e un flusso di denaro enorme che li lega al territorio e che non sembra potersi sconfiggere. La morte di un soldato americano delle forze speciali, pochi giorni fa, nel Paese, caduto in un’operazione contro il gruppo Al-Shabaab, certifica che il problema è già ampiamente conosciuto dal mondo occidentale.

Il fatto che fino ad oggi la Somalia fosse considerata, a tutti gli effetti, un failed-State senza futuro aveva per lungo tempo lasciato che la comunità internazionale perdesse tempo. Per anni, il problema principale non è stato tanto quello di capire come risolvere i problemi della Somalia, ma come si dovesse considerare lo Stato. Oggi, alla narrativa dello Stato fallito, la conferenza internazionale ha aggiunto una nuova prospettiva, parlando di ricostruzione. E da questo punto di vista, il cambio di lettura del problema diventa rilevante perché l’obiettivo ora sarà riconsiderare la Somalia quale Stato unitario e non come entità ormai quasi esclusivamente geografica.

La presenza del presidente della Repubblica di Somalia alla conferenza di Londra, insieme al Segretario delle Nazioni Unite, al premier britannico e a tutti gli alti rappresentanti diplomatici internazionali, dimostra che Mogadiscio è di nuovo ritenuta, per la comunità internazionale, un referente politico. Il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed è ben visto dall’Occidente ed il consenso popolare per lui è abbastanza alto per permettergli un cambiamento di politica all’interno dello Stato. Ma non è semplice.

I problemi della Somalia sono terrificanti, e uno Stato così debole senza un intervento serio della comunità internazionale, soprattutto delle Nazioni Unite, non può risolverli. La repubblica somala è divisa in regioni autonome basate su clan e divisioni tribali, che non hanno alcuna intenzione, adesso di perdere i loro poteri e interessi. Il debito pubblico è enorme, e non c’è via di fuga se non con un azzeramento dello stesso. Già si parla di prestiti ingenti al governo di Mogadiscio, ma questo significherebbe in realtà soltanto posticipare una crisi che già è presente. E soprattutto, adesso c’è una carestia di dimensioni bibliche che devasta il Paese da ormai mesi, senza il mondo faccia niente, cui si aggiunge una devastante epidemia di colera. Sono circa 300mila i bambini che rischiano di morire di fame, sei milioni di persone senza assistenza umanitaria e che sopravvivono con niente o decidono di emigrare o di vivere nei campi profughi etiopi. 36mila sono i morti accertati soltanto per il colera.

La Somalia, ora, ha bisogno di soldi e d’impegno. Il rischio però è che dietro vi siano interessi strategici ed economici che non vogliono che i problemi si risolvano velocemente. Ci sono zone ricche di giacimenti d’idrocarburi, acqua, rotte commerciali da cui dipende l’economia di molte nazioni, anche molto grandi. Inoltre, gli Stati limitrofi, soprattutto il Kenya, con cui la Somalia ha in corso un processo internazionale per alcuni territori ricchissimi, non hanno interesse affinché Mogadiscio torni ad essere uno Stato. La conferenza di Londra sembra essere quantomeno voler entrare nell’ottica che la Somalia sia un tema che debba interessare tutti, perché c’è una crisi umanitaria e politica che comincia ad avere i contorni di una tragedia senza precedenti. Jihadismo, carestia, povertà endemica e debolezze istituzionali sono problemi che la Somalia vive da anni e che rappresentano tutti le grandi questioni dell’Africa del Duemila. Probabilmente, anche da Mogadiscio, passa la via per comprendere come poter risolvere molti di questi problemi o per capire perché molti problemi non si vogliono risolvere.

  • Ernesto Pesce

    bisogna tornare in dietro nella storia della somalia. nel 1990 e inizio del 1991 e’ stato cacciato il dittatore Siad Barre dalla capitale Mogadiscio. Non si e’ dato opportunita’ alle forze di liberazione di formare un governo unitario. Gli Occidentali, in prima linea Italia, hanno mandato il loro emissario Mario Sica a Mogadiscio a fomentare scontro armato fra le due ali del USC (Congresso Unificato Somalo, e questa e’ stata la miccia de guerra civile.
    LA SOLUZIONE STA IL RITIRO TOTALE DELLE FORZE STRANIERE, AFRICANE ED OCCIDENTALI, E LASCIARE AI SOMALI A RISOLVERE I LORO PROBLEMI SENZA NESSUNA INTERFERENZA STRANIERA