Wilders

L’Olanda fa i conti con Wilders

Il record assoluto per una nazione democratica è stato quello del Belgio, 586 giorni senza governo, quasi venti mesi.
L’impasse, dovuta a profonde divisioni nazionali e politiche, fu celebrata come un momento felice, quasi un nuovo modello da seguire, tutto sembrava funzionare alla grande senza incidenti, come fosse la pubblicità delle nuove auto senza pilota. Poi si è visto come il Paese ha affrontato la crisi terrorismo, servizi segreti in tilt, polizia allo sbando, tutti a scaricare il disastro sugli anni di vuoto di potere. Anche la Spagna è andata avanti dieci mesi in una situazione di stallo fino all’ottobre 2016, ma Mariano Rajoy non aveva mai abbandonato la Moncloa. Ora tocca all’Olanda, secolare maestra di democrazia quanto la Gran Bretagna. Naviga senza timone da 130 giorni e prima dell’autunno si esclude la fumata bianca: «L’estate servirà per calmare gli animi, i politici si telefoneranno da una spiaggia all’altra, si scambieranno visite nelle loro residenze di vacanza, berranno casse di chardonnay e non risolveranno nulla», dice André Krouwel, simpatico politologo all’università Vrije di Amsterdam. «E intanto lui se la ride», aggiunge. La ragione del cortocircuito ha infatti un nome e cognome, Geert Wilders, il classico elefante nella stanza: dalle elezioni di marzo gli sherpa dei vari partiti cercano disperatamente di trovare la quadra per un qualsiasi governo pur di escludere i 20 seggi del leader anti islamico del Partito della Libertà, secondo qualificato dopo i liberali VVD del Premier , vincitore nonostante una massiccia perdita di consensi (33 seggi, mai così pochi dal 1950) e diventato allora vessillo della vigilanza democratica in Europa per aver allontanato il demone populista. Alla vigilia del voto il colpo di genio di Rutte, che è un conservatore di destra, fu quello di usare modi poco diplomatici con la diplomazia turca, rispedendo bruscamente a casa il ministro degli Esteri di Ankara il quale – con l’evidente intento di soffiare sul fuoco anti islamista – era giunto ad arringare i turchi olandesi in favore del referendum costituzionale indetto per aumentare i poteri di Erdogan. Gli orange sono gente pratica, e molti simpatizzanti di Wilders hanno pensato che tanto valeva votare Rutte; aveva agito esattamente come avrebbe fatto il suo contendente politicamente scorretto, il quale tra l’altro, in caso di vittoria, non avrebbe mai trovato un partito disposto a stringere un patto col diavolo e a formare un governo. Ma non siamo più nel Novecento, quando le ricche e consolidate democrazie come quella olandese potevano formare coalizioni a piacimento perché le sfumature tra i partiti tradizionali erano impercettibili. Ora, a prescindere dalla salute dei conti – e l’Olanda è la nazione europea economicamente più in forma – i veri conti si fanno su questioni che creano incompatibilità, divisioni insormontabili, come l’immigrazione e l’etica. Quelle su cui i partiti olandesi si sono impantanati. L’unica cosa che li lega è non legarsi al «razzista» Wilders. Rutte le ha provate tutte pur di mettere insieme il minimo indispensabile, cioè i 76 seggi su 150 alla camera bassa. Prima cercando un accordo tra il suo partito liberale, i cristiano democratici di DDA, i liberali di sinistra D66 e il partito dei Verdi di Sinistra, vera sorpresa delle elezioni di marzo (14 seggi) grazie al carisma del giovane leader Jesse Klaver. Ma i Verdi hanno subito lasciato il tavolo sulla questione profughi in disaccordo con la proposta dei liberali di Rutte di rispedire gli africani in Africa e inaugurare una politica estera di aiuti ai Paesi più interessati all’emigrazione economica. Quindi l’ultimo scenario è di cercare di rimpiazzare i Verdi con l’Unione cristiana (5 seggi) un partito protestante reazionario che si oppone a tutto ciò che di olandese ha conquistato i non reazionari nel mondo, matrimonio gay, tolleranza 1000 per le droghe ecc. L’agenda del partito prevede il sostegno delle scuole religiose, si oppone ai negozi aperti la domenica, pensa che il compito primario di una madre sia crescere i figli. Profondamente euroscettico, crede nell’Olanda sovrana e slegata da ogni accordo economico con l’Ue. Ebbene questi ultraconservatori dovrebbero trattare un’alleanza di governo con, ad esempio, il partito liberal D66 che da ultimo propone di allargare il diritto all’eutanasia a quei vecchi non malati che «ritengono terminata la loro vita». Hanno provato a farsi avanti, pur di sopravvivere, anche i socialisti che alle elezioni sono quasi scomparsi, con dichiarazioni pro rimpatrio degli africani e ponendo la condizione di mantenere l’attuale ministro delle Finanze Jeroen Dijsselbloem, il presidente dell’Eurogruppo che si è recentemente distinto nell’accusa rivolta alle nazioni del Sud Europa di dissipare i fondi europei in donnacce e alcol. «È un cubo di Rubik. Dopo l’estate Rutte potrà anche raggiungere i 76 seggi di maggioranza, ma si andrà presto a nuove elezioni, perché dubito che il Parlamento darà la fiducia a una coalizione così improvvisata», prevede Geerten Wiling, giovane docente all’università di Leiden. «E comunque come potrà mai Rutte, che è uomo di destra, gestire una simile compagine di governo in un Paese sempre più spostato a destra e indignato contro gli intrighi di palazzo e i mancati tagli alle tasse nonostante il surplus finanziario?». Geerten dice che a destra sta emergendo un nuovo movimento libertario, Forum per la Democrazia; ha ottenuto due seggi all’esordio alle elezioni, ma nei sondaggi di gradimento continua a crescere, soprattutto tra i giovani: «I suoi temi sono più o meno quelli di Wilders, ma posti in modo meno estremo e più in sintonia con un elettorato attento ai temi quanto ai toni». Il convitato di pietra Wilders aspetta, tiene conferenze in California e twitta ad alzo zero contro l’«ideologia musulmana» e contro il razzismo di Stato verso chi ha ottenuto quasi un milione e mezzo di voti. Tutto gioca a suo favore per rilanciare la sfida elettorale, a meno che tra i liberali prevalga chi si dice aperto a un dialogo e in tal caso Rutte ha già detto che si farebbe da parte. Ma l’uomo è uno spregiudicato e imprevedibile pokerista politico.
Marzio G. Mian

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  • Demy M

    La sinistra europea è scomparsa, e non credo che tornerà in auge come una volta. A parte l’Olanda, non bisogna dimenticare l’Ungheria, la Slovacchia, la Rep. Ceca, la Polonia, l’Austria e, ci aggiungo io, anche la Francia. E’ vero che la Le Pen ha perso le elezioni, ma è altrettanto vero che la destra aumenta nei consensi, e non è un miraggio poter prevedere un cambio di rotta nella politica scellerata della UE.

    • Jackie Quasar

      Nelle elezioni olandesi abbiamo sentito: “Wilders ha perso”.
      Pura disinformazione UE.
      Wilders ha aumentato i suoi consensi.
      In Olanda è difficile formare un governo senza Wilders.
      Gli errori commessi con il professare una morale multiculturale con coloro che non vogliono assorbire la cultura europea verranno sempre più in evidenza e alle prossime elezioni questi “RELATIVISTI CULTURALI” verranno sconfitti ancora e dovranno fare i conti con Wilders

      • Demy M

        Oltre all’Olanda dobbiamo aggiungerci l’Ungheria, la Francia, l’Austria, la Slovacchia, la Polonia………….

    • https://www.youtube.com/watch?v=wDJjcL9Ya4c Anita Mueller
  • best67

    e poi dicono che l’Italia è ingovernabile..!

    • Jackie Quasar

      L’ITALIA non è ingovernabile ma è sotto “dittatura” del relativismo culturale del PD e dei servi di questi.

      • https://www.youtube.com/watch?v=wDJjcL9Ya4c Anita Mueller

        Piuttosto la dittatura in Italia è quella degli evasori fiscali italiani con conseguenza il debito pubblico colossale a scapito dei giovani …