Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (LaPresse)

L’odissea dei giornalisti nel regno di Erdogan

Gli anni Novanta stavano quasi finendo e un giovane Recep Tayyip Erdogan, che si affacciava con un certo vigore nell’agone politico turco, veniva condannato per aver letto pubblicamente un poema islamico, ma ottenne il plateale e influente appoggio di Amnesty International. Il tempo è passato velocemente e quell’Erdogan ha fatto tanta strada e regna la Turchia ormai da quindici anni. In giugno ha vinto un nuovo mandato presidenziale, assicurandosi il potere fino al 2023. Vendicativo e paranoico, se ne va in giro con un enorme corteo di automobili. La folla quando lo celebra inneggia ad Allah. Perché è così che va nella Turchia di oggi, un Paese completamente diverso da quello del giovane Erdogan.

E nonostante il presidente turco sperava di poter fare il bello e il cattivo tempo con Washington resta saldamente al potere. Anche con una situazione economica più che critica.

Ma il Paese è radicalmente diverso e non per la profonda crisi della lira. D’altronde ormai già da qualche mese i funzionari turchi hanno rotto con decenni di precedenti: oggi descrivono lo schieramento militare del Paese in Siria come «jihad».

Quando a gennaio è iniziata l’operazione militare contro l’enclave curda in Siria, la direzione degli affari religiosi del governo ha ordinato a tutte le 90mila moschee della Turchia di trasmettere «la preghiera della conquista» attraverso gli altoparlanti dei loro minareti. Perché integrare il jihad è un passo cruciale verso la sharia, il sogno del presidente turco.

La Turchia, istituita come repubblica laica da Mustafa Kemal Ataturk alla fine della Prima guerra mondiale, riuscì a lungo a tenere la sharia fuori dalla sfera ufficiale. E mentre il sistema costituzionale laico permane, i recenti sviluppi dimostrano un cambiamento pericoloso. Negli ultimi anni Erdogan, ha limitato le libertà individuali, oltre a sanzionare e perseguitare chi «insulta l’islam» o ne trascura le pratiche.

Il sistema educativo della Turchia, come la polizia, è sotto il controllo del governo centrale e il ministero dell’Istruzione esercita pressioni sui cittadini affinché tutto sia conformato alle pratiche islamiche anche nelle scuole pubbliche. Al resto ci pensa direttamente il governo con le sue «purghe». Per un giornalista che viene scarcerato, altri sei vengono condannati, e spesso all’ergastolo. La Turchia è la più grande prigione al mondo di giornalisti.

Dopo il tentato golpe del 2016, il presidente turco ha lanciato una massiccia repressione contro i suoi avversari e critici, inclusi politici, attivisti e membri delle forze di sicurezza turche e dell’esercito, oltre che giornalisti. L’ultima storia eclatante ha come protagonista Eren Erdem – un ex deputato del principale partito dell’opposizione (Chp), noto per le sue attività di denuncia dell’Isis e di altri gruppi terroristici -, recentemente arrestato con l’accusa di «aiutare un’associazione terroristica» e per «aver insultato lo stato turco». Rischia fino a 22 anni di galera.

Già autore di nove libri, Erdem ha lavorato come giornalista prima di essere eletto membro del parlamento a Istanbul nel 2015. E si è contraddistinto per il coraggio con cui ha denunciato le attività dell’Isis in tutta la Turchia, sollecitando troppo spesso il governo.

Tutto è iniziato il 10 dicembre 2015, quando Erdem ha tenuto un discorso in parlamento sulle attività dell’Isis, denunciando, in particolare, la storia del gas sarin trasferito in Siria attraverso la Turchia. Le dichiarazioni e le indagini condotte in merito alla vicenda hanno fatto di Erdem l’obiettivo di una campagna diffamatoria. Da quel momento Erdogan ha avviato un’indagine per tradimento contro Erdem e le minacce di morte sono diventate il pane quotidiano per l’ex parlamentare.

Nel 2015 e Erdem scriveva: «Ho appena condiviso il contenuto dell’accusa con le persone… Ho fornito loro un documento… sta conducendo una campagna di linciaggio contro di me perché sono disturbati dalle mie indagini. Ho ricevuto più di mille minacce di morte. Se mi succede qualcosa, i media filo-governativi e i deputati dell’Akp ne sono responsabili». Noncurante della pressione e delle minacce, ha continuato a denunciare le attività dei gruppi terroristici jihadisti nella regione. Nel giugno 2016 Erdem ha nuovamente criticato il governo per aver chiuso un occhio sulle attività del sedicente Stato Islamico: «L’Isis ha cellule dormienti in Turchia monitorate (dalle autorità statali)… E le informazioni ottenute dalla sorveglianza tecnica di queste cellule hanno confermato che l’Isis è coordinato in Turchia».

Erdem sostiene che un certo Ibrahim Bali, sospettato di un attentato terroristico, «ha inviato 1.800 terroristi all’Isis, tutti monitorati attraverso la sorveglianza tecnica, ma non è stata eseguita nessuna operazione di polizia o militare. Ho identificato 10mila indirizzi (di membri dell’Isis) in documenti di indagini condotte da pubblici ministeri e giudici… Perché questi uomini non sono in prigione?». Erdem nel corso degli anni ha anche orientato l’attenzione su un giornale, Konstantiniyye: «L’Isis manda queste riviste alle librerie e alle case della sua gente, il governo lo sa, e nessuno interviene». E ha dimostrato come molti terroristi ricevano assistenza medica proprio in Turchia.

Nel maggio 2018, un’associazione islamista ha chiesto ai pubblici ministeri di emettere un mandato di cattura contro Erdem. E quando con la sua famiglia, il 21 maggio, ha provato a lasciare la Turchia per raggiungere la Germania, è stato fermato all’aeroporto di Istanbul e gli è stato sequestrato il passaporto. Due giorni dopo le elezioni del 24 giugno, è stato arrestato con l’accusa di essere un sostenitore della FETO (Organizzazione terrorista dei Fethullah) – dal nome del religioso islamico Fethullah Gulen -, un’organizzazione che Erdogan usa spesso come scusa per arrestare i dissidenti.

Un’accusa che risulta infondata, visto e considerato che nel 2016 Erdem ha pubblicato un libro intitolato Nurjuvazi nel quale criticava proprio Gulen e il suo movimento. In realtà il giornalista è sotto accusa (e da qualche settimana anche in cella di isolamento) per le sue denunce e per gli articoli pubblicati sul quotidiano Kars. Ma questo è oggi il prezzo della verità in Turchia.

Lorenza Formicola