Men carry the coffin of a person killed during last week's unrest, during a commemorative service in the center of Slovyansk, eastern Ukraine, Wednesday, May 7, 2014. The U.S. and European nations have increased diplomatic efforts ahead of Ukraine's May 25 presidential election, as a pro-Russian insurgency continues to rock the country's eastern regions. (AP Photo/Darko Vojinovic)

L’«italiano di Donetsk»: qui sono tutti armati

Per tutti sono “l’italiano di Donetsk”. Si presenta così, Bruno Giudice, che vive da dieci anni nella città diventata l’epicentro della rivolta filo russa. “Chi l’avrebbe mai immaginato di trovarsi in una situazione che mi ricorda da vicino il disastro dell’ex Jugoslavia” ammette Bruno. Lo abbiamo scovato per caso, grazie a sua moglie, Natalia, che partecipava nella piazza centrale con la statua di Lenin ad una manifestazione filorussa. Trentanove anni, Giudice è nato nella Svizzera tedesca da genitori emigrati dalla provincia di Salerno. Passaporto italiano, parla con l’accento del suo paese Santa Marina. In tutta la zona del Donbass, in mano ai ribelli armati, ci sono solo 14 connazionali. L’ambasciata a Kiev li ha contattati ed invia continue mail di avvertimento sulle procedure da seguire per rischiare il meno possibile. “Abbiamo paura della guerra civile, ma se la situazione precipita dove scappi? – si chiede l’italiano di Donetsk -. Per la Russia, che è vicina, ci vuole il visto. Se devi arrivare fino al confine polacco ci metti un giorno. Le strade sono pericolose e piene di posti di blocco. E l’aeroporto possono chiuderlo come hanno fatto martedì”. Per la famiglia Giudice che ha due figlie, Yulia e Francesca di soli 8 anni, la soluzione migliore “è rimanere sprangati in casa. Per questo abbiamo fatto scorte di generi di prima necessità, acqua e scatolette, come tutti”.

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Nei prossimi giorni Bruno si aspetta il peggio, fra l’anniversario della vittoria sul nazifascismo di domani ed il referendum per l’indipendenza, che il Cremlino ha chiesto ieri di rinviare. “Abitiamo a un chilometro e mezzo da una caserma dell’esercito ucraino – racconta Bruno -. Martedì sono arrivati i miliziani filorussi ben armati e hanno messo in piedi un posto di blocco per non far passare i soldati che avrebbero potuto andare verso le zone dei combattimenti a Slaviansk“.
Il pericolo maggiore, secondo Giudice, “è che adesso la gente comincia ad azzuffarsi in famiglia e fra amici. E tutti hanno un’arma in casa, pistole, fucili da caccia o se la stanno procurando”.

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Ai tempi della rivolta di Maidan a Kiev, nell’Est pensavano che sarebbe stata spazzata via. Il 21 febbraio la fuga del presidente Viktor Yanukovich è stato un shock. “Fino a quando la gente scendeva in piazza gridando “Russia, Russia” non mi preoccupavo molto – sottolinea il connazionale -. Quando sono comparse le prime armi ho capito che si sta scivolando verso la guerra civile. I risultati li ho visti con i miei occhi in Croazia negli anni Novanta”.
Per il 9 maggio, anniversario della vittoria, la moglie responsabile di una ditta di pulizie ha ricevuto ordine «di rimuovere tutti i cestini di un centro commerciale per paura di attentati». L’11 maggio la signora andrà a votare per il referendum sul futuro della repubblica di Donetsk. “Ma cosa vogliono veramente? – si chiede Bruno -. Si era partiti dal federalismo, poi si parlava di annessione alla Russia e adesso di indipendenza”.
Fra un mese la figlia di primo letto della moglie si sposa. “Con un giovane poliziotto arruolato da poco – spiega l’italiano di Donetsk -. Il suocero è nella Milicja da vent’anni e neppure lui si spiega come sia stato possibile arrivare a questo punto». La sorella e i genitori di Bruno a Santa Marina sono preoccupati. «Li tranquillizzo gettando acqua sul fuoco – spiega -. Non è facile lasciare tutto a cominciare dalla casa, ma se butta male porto via la famiglia e torno in Italia, al mio paese”.