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L’isteria iconoclasta contro Balbo

Pare che il monumenticidio dilagante negli Stati Uniti stia per colpire anche Italo Balbo, al quale Chicago dedicò nel 1933 un’Avenue sul lungo lago Michigan per celebrare la prima trasvolata transatlantica in pattuglia, i 25 idrovolanti italiani partiti da Orbetello e arrivati per l’inaugurazione dell’esposizione universale. Il consiglio comunale dovrebbe deliberare in questi giorni dopo le richieste formali di due consiglieri democratici, Ed Burke e Gilbert Villagas. Nel mirino anche la colonna romana donata in quell’occasione da Mussolini alla città e oggi collocata tra lo stadio Soldier Field e Burnham Park, dove Barack Obama celebrò la vittoria al secondo mandato. Nel dopoguerra nessun sindaco aveva osato cancellare quel capitolo di storia cittadina, soprattutto per non irritare l’elettorato italoamericano, tradizionalmente democratico. Ma ora c’è Donald Trump, e non potendo abbatterlo a picconate si piccona la storia del Paese, per purificarla da qualsiasi virus fascistoide.

Non sarà tuttavia facile sbianchettare l’accoglienza trionfale che Chicago e l’America riservarono al ministro dell’Aeronautica fascista, la copertina di Time, le chiavi della città offerte dal sindaco democratico, la cerimonia dei Sioux che lo nominarono «Capo Aquila Volante», la parata epocale sulla Fifth Avenue a New York, il lungo abbraccio del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt, in quegli anni alle prese con la riforma socio-economica del New Deal, «ispirata alla rivoluzione fascista di Mussolini», come rivelò Rexford Tugwell, il più fidato collaboratore inviato in Italia proprio per studiare l’opera del Duce, definito dal presidente «un vero galantuomo».

«Sono molto interessato e profondamente impressionato», scrisse Roosevelt solo pochi anni prima d’entrare in guerra, «da ciò che egli ha realizzato e dal suo comprovato onesto sforzo di rinnovare l’Italia e di cercare di impedire seri sconvolgimenti in Europa». Mister Mussolini, su richiesta del presidente americano, inviò il ministro delle Finanze Guido Jung a spiegare il corporativismo ai colleghi americani. I due Paesi, come ha scritto Paolo Mieli, erano in quegli anni gli unici in Occidente a cercare la terza via, a sperimentare il superamento del liberalismo economico, conciliando l’intervento dello Stato nell’economia e una politica per la sicurezza sociale. «Quanto fascismo c’è nella dottrina e nella pratica del presidente americano?», chiedeva Mussolini in un fondo del Popolo d’Italia del 7 marzo del 1933, dedicato a Roosevelt e non alle elezioni tedesche che avevano appena consacrato la vittoria di Hitler.

Che cosa faranno i nemici di Donald Trump pur di presidiare la democrazia, dopo Italo Balbo abbatteranno anche il presidente del New Deal, il più popolare dopo Lincoln e Washington? Quella trasvolata fu fondamentale per cementare, anche simbolicamente, l’integrazione degli emigranti italiani. L’ha spiegato bene al Corriere della Sera Dominic Candeloro, autore di libri sugli italiani a Chicago: «Come democratico mi sento a disagio a difendere un leader fascista, ma come italoamericano sono fiero di proteggere l’importanza di quella giornata. Non dobbiamo seguire l’esempio di talebani o sovietici, e cancellare la storia quando la riteniamo scomoda».

Marzio G. Mian