Members of the Nineveh Plain Protection Units, stand guard at the entrance of the Church of Saint John during the celebration of a mass, in the predominantly Christian Iraqi town of Qaraqosh (also known as Hamdaniya) in the Niniveh province, some 30 kilometres from Mosul, on December 23, 2018. (Photo by AHMAD AL-RUBAYE / AFP)

“L’Iraq ha ancora bisogno di cristiani:
chiediamo scusa a nome dell’islam”

(Najaf e Karbala) La città santa per eccellenza dell’Islam sciita, sede del santuario di Ali, genero del Profeta e marito di Fatima, si è svuotata dei suoi pellegrini. Quel periodo di commemorazione di suo figlio Hussein, ucciso nella battaglia di Karbala, e luogo in cui è sepolto, che viene chiamato “Arbaeen”, è finito da pochi giorni. Dopo aver battuto i pugni sul petto e pianto l’Imam, è tempo di tornare a casa, lavare i peccati e combattere quotidianamente ogni forma di ingiustizia, di tirannia, di intolleranza, in difesa dei “dannati della terra”. Così come ha insegnato l’Imam Hussein, il “Principe dei Martiri”, attraverso la sua epopea leggendaria, ai suoi fedeli sostenitori e discepoli. Per capire in quale direzione sta andando l’Iraq occorre camminare sulla sabbia che da Najaf porta a Karbala, in quella regione meridionale popolata interamente dagli sciiti, che ha portato Muqtada Sadr, figlio del religioso Mohammed Sadeq al Sadr, al potere, dopo aver resistito per decenni alle repressioni perpetuate dal partito Baath di Saddam Hussein. Le ferite della guerra con la Repubblica islamica dell’Iran, nazione sorella nella fede, sono scolpite sulle tombe del cimitero tra i più grandi al mondo, e nelle fotografie dei caduti appese in tutte le case. Iracheni e iraniani, entrambi di confessioni sciita, combattevano su barricate opposte, e quarant’anni dopo, camminano insieme in occasione del pellegrinaggio più grande al mondo (22 milioni quest’anno). E nei santuari, il ricordo di quella dominazione arabo-sunnita, viene tracciata sulle pareti, come sulla tomba dell’Ayatollah Abu al Qasim al Khoei, all’interno del mausoleo di Ali, affinché tutti sappiano cosa ha dovuto subire la gente del posto. Dopo l’invasione nel 2003 le meccaniche di potere sono cambiate radicalmente. Se le autorità politico-religiose sciite avevano favorito per convenienza l’aggressione militare statunitense, queste non hanno mai accettato finanziamenti e supporto logistico dal Pentagono, e oggi si ritrovano ad occupare le leve del potere, e a governare un Paese in bilico tra le consuete richieste di Washington e la nuova influenza di Teheran.

Le pressioni non solo soltanto esterne ma anche interne. L’Iraq non è una teocrazia bensì una repubblica in cui l’autorità spirituale è separata da quella temporale, tuttavia il consenso religioso, in una società fortemente tradizionale, resta determinante. Per comprenderlo occorre entrare nella prima cerchia dell’Ayatollah Ali Al Sistani, guida spirituale e politica del Paese, direttore della hawza di Najaf. A riceverci in una scuola coranica della città, è il suo consigliere Sayyid Ahmad Al Husseini, anche lui un anziano col turbante. Siede su una vecchia poltrona, impugnando il suo tasbeh. “Il clero iracheno svolge tre funzioni principali: veglia sul rispetto degli insegnamenti di un governo islamico, segue una linea religiosa condivisa con l’Iran ed infine si occupa degli affari sociali, nella difesa della comunità dei credenti, che siano sciiti, sunniti o cristiani”, racconta in esclusiva a Gli Occhi della Guerra. L’obiettivo dunque, in accordo con la separazione tra Stato e “Chiesa”, sembra quello di preservare una posizione quietista (consultiva, de facto) e non rivoluzionaria come nella Repubblica Islamica dell’Iran . “Sapete, a volte è meglio un governo laico che rispetta la religione piuttosto che un governo che si dice islamico tradendolo costantemente”, ribadisce Al Husseini. E continua: “Questo periodo di Arbaeen ci aiuta a capirlo, vedete, Yazid espandeva il suo dominio sotto falso nome dell’Islam, seminando odio religioso e barbarie, così Hussein ha ribaltato letteralmente questo modus operandi. Nei giorni che hanno preceduto il suo martirio lui ha sempre rispettato le minoranze, le opinioni, la persona umana in generale. Per capire la grandezza dell’Imam Hussein domandatevi perché ancora oggi, dopo tutti questi secoli, milioni di pellegrini vengono da tutto il mondo per commemorarlo, l’Arbaeen è un movimento che nasce dal basso, non è eterodiretto da nessuno, perché i suoi insegnamenti sono universali”. In pochi infatti conosceranno la storia di Wahab ibn Janah al Kalby, un giovane cristiano che decise di seguire l’Imam Hussein per combattere le truppe omayyadi del califfo Yazid nella storica battaglia di Karbala del 680. Si dice che nessuno gli chiese di convertirsi tanto da rimanere fedele al suo credo religioso fino alla morte e oggi al pari degli altri soldati musulmani viene considerato uno dei 72 martiri di quel massacro ed è sepolto insieme a tutti loro nel mausoleo di Karbala. Nella concezione sciita, il martirio è un fatto universale, che vive nel ricordo di Hussein, a difesa di tutti gli oppressi.

“Vedete, oggi noi sciiti siamo dispiaciuti della fuga dei cristiani d’Iraq, abbiamo bisogno di loro e dobbiamo usare tutte le nostre forze affinché restino nel Paese, e ci scusiamo con tutti quelli che sono partiti, a nome di quelli che hanno strumentalizzato l’Islam”, ripete con voce calma e commossa Sayyid Ahmad Al Husseini facendo roteare il tasbeh.

Alla vigilia dell’attacco a Saddam Hussein nel 2003 i cristiani in Iraq erano circa 1,5 milioni, ora sono meno di 300mila, soprattutto caldei e siro-cattolici, di cui la stragrande maggioranza è fuggita col tempo nel Nord, nella regione curda, mentre le 86 chiese di Baghdad si sono svuotate progressivamente.

Nel 2010 la scuola siriaca cattolica della Cattedrale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso venne colpita da un violento attacco terroristico rivendicato da Al Qaeda. Monsignor Abba, ci accompagna al memoriale che ricorda le 50 persone che quel terrificante giorno persero la vita. Accanto un giovane sciita iracheno prega la Vergine Maria affinché possa avere dei figli. L’Arcivescovo siriaco cattolico crede molto nella convivialità con la maggioranza musulmana sciita d’Iraq e nel dialogo con l’Ayatollah Al Sistani per la costruzione di un futuro comune e condiviso. Le sue parole si conciliano con quelle di Ahmad Al Husseini, incontrato il giorno prima a Najaf. Ma problema rimane l’esodo massiccio dei cristiani e con loro quello di una borghesia imprenditoriale che aveva contribuito a tenere in piedi il Paese anche negli anni delle sanzioni e dell’embargo. Senza parlare di quella classe dirigente di confessione cristiana che lavorava nell’unità della comunità. Lo stesso Cardinale Louis Raphael I Sako, patriarca caldeo di Baghdad, è di recente entrato in contrasto con i cinque membri del Parlamento del blocco cristiano i quali si sono rifiutati di sostenere la candidatura di Hanaa Korkis, appoggiata dalla Chiesa cattolica, a ministro degli sfollati e delle migrazioni, giudicandola un’ingerenza negli affari politici. E nonostante le diatribe interne rimane viva la speranza e il viaggio del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, tra Baghdad e Qaraqosh, si iscrive in questo solco tracciato dal nuovo esecutivo che ha infatti approvato un emendamento che sancisce l’ufficialità “della nascita di Gesù Cristo” nel calendario delle festività e la estende a tutta la comunità, non solo ai cristiani come avvenuto sinora.