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Libia a rischio terrorismo

Pur se in parte caduta nel dimenticatoio mediatico, la Libia continua ad essere frammentata e divisa, con uno Stato centrale oramai non più esistente e con la cacciata dell’ISIS da Sirte come unica notizia positiva di questi giorni. Da Tripoli a Bengasi, dalle coste mediterranee al profondo sud del deserto del Sahara, il paese governato dalla Jamahiriya di Gheddafi fino all’intervento NATO del 2011 non trova pace e questo preoccupa, e non poco, quelle stesse cancellerie europee che questa crisi, allo scoppio delle primavere arabe cinque anni fa, l’hanno causata.

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Chi comanda davvero in Libia?

Risulta essere estremamente semplicistica la visione di un paese diviso nelle sue tre parti storiche: Tripolitania, Bengasi e Fezzan. In realtà la situazione risulta essere ancora più frammentata, con divisioni tra milizie e tribù diverse che si contendono territori che non vanno oltre la dimensione spesso anche di un piccolo quartiere; è il caso di Tripoli, la capitale, dove fino a pochi giorni fa scontri tra milizie islamiste e bande locali hanno provocato otto vittime, mentre Al Serraj, capo del governo voluto e sostenuto dall’ONU, è stato per diverse ore nell’impossibilità di uscire di casa. Fuori dalla capitale, in gran parte della Tripolitania il controllo è di milizie molto vicine a quelle di Misurata, le stesse che hanno preso Sirte sia nel 2011, quando hanno ucciso Muhammar Gheddafi, che nei mesi scorsi in funzione anti ISIS. Pur tuttavia, diverse tribù sono contro gli uomini di Misurata, impropriamente considerati da molti media occidentali come membri ‘dell’esercito libico’.

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L’unica organizzazione molto simile a quella di un possibile futuro stato libico, è comandata dal generale Haftar e risponde al parlamento di Tobruck, ossia l’organo uscito dalle elezioni del 2014 e poi spodestato prima dai miliziani islamisti di Tripoli (il cui leader però nelle settimane scorse ha lanciato messaggi riconcilianti) e poi dalla comunità internazionale. Di fatto, Haftar è il braccio armato del governo di Tobruck e governa oramai larga parte della Cirenaica, con il suo esercito finanziato dall’Egitto, appoggiato segretamente dalla Francia e con lo stesso Haftar ricevuto al Cremlino tre volte in sei mesi, segno di una vicinanza molto profonda anche con Mosca tanto che alcuni organi di stampa israeliani hanno fatto trapelare la possibilità della costruzione di una base russa a Bengasi.

Infine da non sottovalutare il potere delle tribù, molte delle quali mantengono l’ordine al posto di uno Stato oramai crollato presso i propri territori d’origine; molte tribù si sono riunite all’interno di un apposito ‘Comitato’ il quale quest’estate non ha mancato di esprimere la propria contrarietà ai raid USA su Sirte, definiti imperialisti. All’interno della galassia di tribù libiche, spicca quella dei Warfalla, la quale controlla Bani Walid ed è stata molto vicina alla famiglia Gheddafi negli ultimi giorni di vita del raìs; essa è la tribù più numerosa e nelle città e nei villaggi in cui risiede la popolazione dei Warfalla (circa un milione di abitanti sui 10 complessivi della Libia) compaiono ancora le scritte in verde ed i monumenti inneggianti alla Jamahiriya. Inoltre, gli stessi Warfalla sono vicini alle milizie di Zintan, le quali ‘proteggono’ Saif Gheddafi, figlio di Muhammar.

Il terrorismo in Libia

In questo contesto, l’islam radicale e le cellule terroristiche nel paese nordafricano trovano terreno fertile e questo vanifica anche gli sforzi anti ISIS degli ultimi mesi; i miliziani, anche se espulsi da Sirte e da gran parte dei centri che controllavano sulla costa, adesso si stanno riorganizzando più a sud, dove la natura desertica del territorio unito al fatto che non esistono più controlli riconducibili ad istituzioni centrali, rende logisticamente più agevole la formazione di nuovi gruppi e nuove cellule. Il timore è che l’ISIS prenda contatto con gli islamisti radicali presenti da tempo nel vicino Mali, specie nella zona dell’Azawad dove i jihadisti nonostante le operazioni francesi del 212 di fatto non hanno mai lasciato la zona.

Ma lo spauracchio del califfato islamico non è il solo pericolo di natura terroristica che proviene dalla Libia; nei giorni scorsi, come riportano diverse agenzie, un video proveniente da Bengasi mostra il volto di Abu Ayad, ossia tra i più temibili terroristi tunisini e leader del gruppo Ansar al Sharia, una delle formazioni più attive nel Magreb. Nel suo paese, Abu Ayad è stato condannato a 36 anni di carcere e risulta latitante, nelle immagini apparse presso alcuni media libici il terrorista dichiara di trovarsi a Bengasi per rendere omaggio a Mohamed al Zahavi, suo ‘omologo’ in Cirenaica ed ucciso pochi giorni fa. Ma nelle immagini, Abu Ayad dichiara anche di operare in Libia proprio per la ‘costola’ di Bengasi di Ansar al Sharia e promette vendetta contro Haftar, che con il suo esercito da anni tiene sotto scacco il gruppo, e contro gli alleati del generale libico.

Le minacce di Abu Ayad suonano come un monito e proprio il 21 novembre un’autobomba nella città principale della Cirenaica ha causato diverse vittime, segno quindi che le minacce sono reali e che gli islamisti a Bengasi, nonostante controllino ormai solo pochi quartieri, sono molto ben organizzati. Una vera e propria galassia di altre sigle islamiste inoltre, è presente nel resto della Cirenaica, regione che già ai tempi di Gheddafi ha espresso alcuni dei più importanti leader del terrorismo islamico in terra africana ed è anche per questo che Mosca guarda con molto interesse all’esercito di Haftar ed all’azione di contrasto che può esercitare il governo di Tobruck.

La posizione dell’Italia

In Europa come in Libia, si guarda adesso molto anche a Roma: il nuovo presidente del consiglio è il Ministro degli Esteri uscente e c’è curiosità, sia al di qua che al di là della sponda mediterranea, di sapere se Paolo Gentiloni da capo del governo manterrà la stessa posizione assunta da titolare della Farnesina. L’esecutivo italiano, con il tandem Renzi – Gentiloni, sulla Libia si è mosso in direzione di Misurata: forze speciali di Roma hanno aiutato, ufficialmente per motivi logistici ed umanitari, le milizie per l’appunto di Misurata in funzione anti ISIS e con lo scopo preciso di dare maggiore legittimità al governo ONU di Al Serraj.

Ma con il fallimento oramai quasi del tutto conclamato dell’esecutivo voluto dodici mesi fa da parte della comunità internazionale, l’Italia potrebbe aprire al dialogo anche al parlamento di Tobruck? Quando le forze del generale Haftar, lo scorso 12 settembre, hanno conquistato ai danni delle milizie di Misurata alcuni dei più importanti terminal petroliferi del paese, Roma e Washington in coro hanno esortato lo stesso Haftar di ritirarsi ma fonti vicine al generale libico hanno rilanciato invitando Roma a tenere aperta una finestra di negoziato anche con le forze cirenaiche. Ma l’Italia comunque, al momento ha seguito soltanto le direttive degli USA che prevedono il riconoscimento solo del governo di Al Serraj; pur tuttavia, il governo è cambiato anche a Washington e ben si conosce la politica di riavvicinamento tra USA e Russia promossa dal presidente eletto Donald Trump, dunque nei prossimi mesi anche sulla Libia potrebbero esserci importanti cambiamenti. La situazione nell’ex colonia è forse il primo vero banco di prova, per quanto riguarda la politica estera, del governo Gentiloni: in ballo c’è la stabilità di un paese in cui, a pochi chilometri dalle nostre coste, ISIS ed altri gruppi islamisti rischiano di prendere sempre più piede.

  • pierluigi

    Spettabile Redazione, il mio commento a questo articolo è “in attesa” da ormai 18 ore. Dovrò aspettare il disgelo per vederlo pubblicato? O mi aspetta forse la brutta sorpresa di vederlo infine rimosso? Non scrivendo più sul corriere e sul fattoquotidiano, speravo di essermi lasciato alle spalle questo genere di “inconvenienti”…
    Bè, comunque, auguri di buon anno, e di buon lavoro.

  • pierluigi

    “l’Italia potrebbe aprire al dialogo anche al parlamento di Tobruck?” –
    Purtroppo Gentiloni non è che un passacarte atlantico, (come Mattarella), e l’imperativo atlantico in Libia, in questo momento, è ridimensionare Haftar per ridimensionare la Russia.
    Dunque, in una situazione a dir poco esplosiva e priva di qualunque garanzia di sicurezza, con un gesto spericolato ed oggettivamente irresponsabile, Gentiloni RIAPRE l’ambasciata a Tripoli, primo paese occidentale a muovere questo passo,
    per tentare di rafforzare l’immagine internazionale del governo fantoccio di Al Serraj.