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Libia, il vescovo di Tripoli nel mirino dei tagliagole

“La guerra? La guerra, vi prego no. L’Italia non deve fare la guerra. Mamma mia… non vi capisco. Non capisco cosa pensate di risolvere con i bombardamenti. Mettete via le bombe. Lasciate perdere… se troviamo il modo d’incontrare questa gente di parlarci possiamo non solo aiutarli, ma anche controllarli”. Monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli ha appena terminato di dir messa. Attorno a lui si muove una chiesa trasformata in un miscuglio di razze, colori e canzoni. Da un parte risuonano i gospel dei cristiani eritrei, dall’altra le note delle chitarre filippine. Mentre urla, giochi e scalpiccio di bimbi scompigliano distanze e divisioni prestabilite. Ma questo chiassoso, disordinato frastuono non preoccupa il vescovo di Tripoli. Quel che lo angustia veramente sono le voci di un possibile intervento, di una guerra prossima ventura. “La guerra non è il modo migliore né per aiutare, né per controllare la Libia. L’intervento militare causa sempre piaghe permanenti – sussurra a “Il Giornale” questo esile vescovo 73enne rimasto a presidiare la chiesa di Tripoli assieme ad un pugno di preti e suore. Una chiesa diventata non solo l’ultimo simbolo della cristianità nel cuore di Tripoli, ma anche un possibile obbiettivo.

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Monsignore non teme di essere nel mirino, non ha paura?

“So bene di essere un obbiettivo, ma cosa posso farci? Posso solo affidarmi al Padre Eterno. Se ha voluto far crescere me e questa chiesa in mezzo al mondo musulmano allora farà di tutto per difenderci. Questa è la consolazione che mi arriva dalla fede. Poi ad aiutarmi concretamente ci pensano alcuni amici libici. Loro garantiscono di voler custodire e proteggere questa chiesa. E io ci voglio credere.

Ma quelli dello Stato Islamico hanno già sgozzato 21 copti egiziani… E sono anche qui a Tripoli.

“Lo so bene. La tragedia di quegli egiziani copti mi ha disturbato molto. Non credevo che dei libici potessero fare una cosa del genere. Per un po’ mi sono anche chiesto chi potesse fare una cosa del genere. Purtroppo, devo ammetterlo, c’è una forma di fanatismo serpeggiante.”

Quindi sa di essere in pericolo…

“E cosa possiamo farci… Qui non abbiamo mica i cannoni. Gli amici libici mi ripetono “stai tranquillo, ci sono le nostre guardie, la chiesa è sotto controllo notte e giorno”. Purtroppo però poi girano voci sempre più inquietanti…”

Quali voci?

“Si parla sempre di cristiani… di cristiani che sarebbero già stati presi o vorrebbero prendere. I miei amici libici mi dicono che ci penseranno loro. Ma io lo so…neanche loro possono dirmi tutto….Così alla fine cerco di non pensarci…di dimenticare le notizie più preoccupanti.”

Era così difficile anche ai tempi di Gheddafi?

“No di certo. Al tempo di Gheddafi alcune cose erano sicure. Si viveva in pace. Da quel punto di vista è stato un periodo molto positivo. Ora cerco di fidarmi di questi amici libici.”

Lei conosce la pericolosità dello Stato Islamico, eppure condanna un possibile intervento. E allora cosa bisogna fare per fermare quei fanatici?

“Per fermarli bisogna conoscere l’Islam. Per bloccare quei fanatici bisogna riuscire ad incontrare i musulmani. Bisogna riuscire a fare qualcosa assieme a loro altrimenti le armi non basteranno a distruggerli.”

Chi sono gli uomini dello Stato Islamico qui in Libia?

“Io quando penso allo Stato Islamico penso ad estremisti arrivati in Libia da altrove. Arrivano da fuori. Vengono dal Kuwait, dal Qatar non dalla Libia.”

L’Italia non è minacciata solo dallo Stato Islamico, ma anche da un’invasione migratoria ormai insostenibile.

Non bisogna confondere le cose. Stato Islamico e immigrazione sono due cose diverse. L’immigrazione è un problema enorme, ma non si può pensare di risolverlo partendo dalla Libia. L’immigrazione si può fronteggiare soltanto affrontando i problemi delle zone dell’Africa da cui fuggono quelle persone. Per questo chiedo agli italiani di non chiudersi in se stessi, di aprirsi ad un dialogo.