MIGRANTAPE

Arrestato “re dei trafficanti”:
l’Italia dietro l’operazione?

Le forze speciali  libiche hanno annunciato mercoledì scorso di aver arrestato nella città di Zuara, Salim Fahmi Bin Khalifa, uno dei più grandi trafficanti di esseri umani e di petrolio. Lo hanno annunciato le stesse forze speciali, inglobate nel ministero dell’Interno del governo di accordo nazionale di Tripoli, sul loro profilo Facebook ufficiale. L’arrestato è stato definito dalla stessa Rada (Rada Special Deterrence Force è il nome in inglese dato a questo reparto delle forze speciali libiche) come “re dei trafficanti”. Nella dichiarazione rilasciata dal capo della Rada, Abdelrauf Kara, viene detto che “in una complessa operazione di polizia, le forze speciali di deterrenza sono riuscite ad arrestare uno dei più grandi contrabbandieri di idrocarburi e manipolatori di asset libici, il famoso ‘re di contrabbando’ Fahmi Salim Musa Bin Khalifa di Zuara”.

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La stessa Rada ha poi aggiunto che “Bin Khalifa è considerato uno dei più grandi contrabbandieri del Mar Mediterraneo e possiede molti trasportatori. È anche molto attivo nell’invio di navi della morte – così le definiscono le forze libiche –  tra le coste di Zuara e Sabratha”.  La dichiarazione continua, segnalando inoltre che Khalifa “ha proprietà a Malta e in Turchia e sta lavorando alla costruzione di un villaggio turistico nella città di Zuara”. Un vero e proprio impero economico, che travalica il Mediterraneo, costruito su una rete di società di trasporti, contrabbando di petrolio e raffinati, traffico di migranti e investimenti edilizi.

Per il traffico di esseri umani, e soprattutto per quanto riguarda il nostro Paese, l’arresto di Bin Khalifa è una notizia importante. Zuara si trova in Tripolitana, regione legata al governo di Serraj, e da lì partono molte delle imbarcazioni che poi prendono la via dell’Italia. Aver colpito uno dei leader del contrabbando di petrolio, droga e immigrati, è un segnale fondamentale da parte della Libia della guerra che il governo di Tripoli si è impegnato a condurre al fianco dell’Italia. L’ondata migratoria, dopo le decisioni del governo sulla riduzione della libertà di manovra delle Ong e dopo gli accordi con la Libai, sembra essersi ridotta. Ma non è un fenomeno che si può risolvere in poche settimane, dovendo fare i conti con una rete di trafficanti ben organizzata e con interessi internazionali molto più profondi.

L’Italia in questo senso, non solo è interessata dall’arresto di Bin Khalifa, ma in qualche modo ne è anche legata. È di poche ore fa, infatti, la notizia che l’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Perrone, e l’addetto per la Difesa, capitano di vascello Patrizio Rapalino, hanno consegnato al sindaco di Zuara 5mila kit sanitari e di primo soccorso per migranti. Lo stesso numero di kit è stato poi consegnato alla Guardia costiera libica e alla Marina militare, proprio con lo scopo di fornire alle forze libiche i materiali di primo soccorso nel momento in cui intercettano barconi partiti dalle coste e riportano indietro le persone imbarcate.  Il fatto che questo arresto arrivi nelle stesse ore in cui le forze speciali libiche, proprio a Zuara, arrestano il “re dei trafficanti”, può essere un caso: ma le coincidenze sono rare. Non ci sono conferme riguardo il fatto che l’Italia abbia contribuito all’individuazione di Bin Khalifa, ma è possibile che le forze libiche abbiano voluto dare un segnale a Roma sul fatto che l’impegno nella lotta ai trafficanti non è soltanto sulla carta.

Del resto, gli accordi tra Italia e Libia prevedono una sorta di “do ut des”, come tutti gli accordi: l’Italia s’impegna in Libia nel dare supporto al governo di Serraj, anche nella lotta al traffico di esseri umani; il governo di Tripoli, da parte sua, deve impegnarsi attivamente nel bloccare i barconi in partenza per l’Italia e fermare la rete criminale che c’è dietro questi traffici. Da questo punto di vista, il segnale dell’arresto di Bin Khalifa è di ottimo auspicio, ma, sotto altra veste, è un segnale di come le organizzazioni criminali dietro questi traffici siano molto più estese di quanto si possa pensare. Il traffico di esseri umani è un business per la criminalità libica, e Bin Khalifa è una dimostrazione vivente. I barconi sono solo un asset dell’impero economico che ha costruito, tra Libia, Turchia e Malta, e getta luce su tutta una serie di legami finanziari e criminali fatti di petrolio e flussi di denaro che partecipano a questa orrenda tratta di esseri umani. Una tratta che va fermata per evitare che terrorismo e criminalità organizzata lucrino sulla vita di milioni di persone.