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Ecco l’hardware della Terra

Taipei (Taiwan). I l compassato impiegato della New Taipei City Library prende un libro, lo squaderna, lo mette in piedi in una specie di frigorifero, chiude e preme start. Ci guarda orgoglioso. «Questa è una lavatrice per libri – ci dice -, li disinfetta e li pulisce». Un oggetto perfetto per un Paese in cui una persona su tre va in giro con la mascherina per non partecipare al grande gioco globare del prendi germi-dài germi.

La New Taipei City Library è aperta ventiquattr’ore al giorno 365 giorni all’anno, dispone di bancomat che sputano volumiperfettamente asettici, sale lettura in stile provenzale, zen, cottage, mediterraneo (vagli a dire che nel Mediterraneo il lettore è una bestia rara), aree per la visione dei supporti multimediali che sembrano multiplex in miniatura, par quasi di sentire l’odore dei pop corn. E infatti è affollata come un autobus alle otto del mattino, qualcuno dorme pure ma è per un eccesso di confidenza.

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Questo guscio luccicante nell’eterno smog orientale è il vanto di una città che non è una città in un Paese che non è un Paese. Perché New Taipei, formalmente la prima città di Taiwan per numero di abitanti, è un grumo di municipalità, villaggi, agglomerati che copre un’area molto vasta, a cui è stato dato il nome di città come titolo onorifico, come scorciatoia, come ennesima stranezza di un’isola che non conosce la normalità. Taiwan, è una nazione che la comunità internazionale ha sbianchettato, un viaggiatore in eterna lista d’attesa: è riconosciuto solo da 21 Paesi trascurabili nel panorama politico internazionale, da un gruppo di pulci ammaestrate le cui bandiere multicolori e sconosciute pavesano l’ingresso del ministero degli Esteri, dall’Honduras a Kiribati, da Panama alle Isole Salomone. Qualche mese fa São Tomé e Principe, un arcipelago africano con gli abitanti di Livorno, ha salutato la bizzarra compagnia e ha ripreso le relazioni diplomatiche con Pechino, e i 21 sono diventati 20. Venti più il Vaticano, unica scheggia politicamente significativa secondo cui la Cina è Taiwan. Un’anomalia spiegabilissima, la Santa Sede ha da ridire su come i Cristiani vengono trattati nel Paese più popoloso al mondo e questa è la sua ripicca.

Taiwan è il sassolino nella scarpa di Pechino. È il topolino accanto all’elefante, solo che il pachiderma ha paura quanto il roditore. La questione è spinosa e controversa, sia Taipei che Pechino si specchiano e vedono la «vera» Cina e non cederanno finché l’altro non accetterà l’annessione. Guai a parlare di indipendenza. Il fatto è che dal 1949 – quando i comunisti presero il potere nella Cina continentale e Chiang Kai-shek portò il partito nazionalista sconfitto, il Kuomintang, in esilio nell’isola allora chiamata Formosa – e fino al 1971 Taiwan ha avuto un seggio alle Nazioni Unite e gli Usa come cane da guardia. E questo passato trascorso al tavolo dei grandi alimenta rimpianti e speranze di ricevere un giorno un nuovo invito. Anche se poi lo status quo va benissimo a tutti da queste parti. Per dire, dopo il suo insediamento alla Casa Bianca Donald Trump ha chiacchierato al telefono con la premier taiwanese Tsai Ing-wen e poi ha detto a un giornalista che non vede proprio perché gli Stati Uniti debbano sentirsi legati al principio «di una Cina sola, a meno che non facciamo un accordo anche sul resto». Ce n’è abbastanza per preoccupare il topolino che sente il fiato erbivoro sul collo dell’elefante agitato e arrabbiato.

Taiwan è un Paese ricco malgrado sia grande due volte il Lazio e abbia montagne e foreste a renderne inospitale quasi la metà. La sua economia è la ventisettesima al mondo, dietro all’Argentina che è estesa 77 volte di più e davanti ad Austria e Sudafrica. Qualche anno fa ha celebrato la sua appartata grandeur costruendosi una torre a forma di giunco, la Taipei 101, alta 508 metri che ne fanno uno dei cinque edifici più alti del mondo, ed è la principale attrazione della città. Le altre sono i memoriali di Chiang Kai-shek e Sun Yat-sen e il National Palace Museum dove il vanto è un bel cavolfiore di giada dell’epoca della dinastia Qing.

Taiwan è sospesa tra passato e futuro e il luogo in cui scoprirlo sono i «nightmarket», i vivacissimi mercati aperti fino a tardi, come quello di Shilin. Qui il banchetto che vende frittata di ostriche è accanto al negozietto che smercia elettronica da sbarco a prezzi minimi. Ma l’isola non è più quella dei prodotti scadenti che invadevano il mondo e che hanno fatto del «made in Taiwan» un marchio di consumo di massa a basso costo. Oggi Taiwan vanta uno dei parchi industriali e scientifici più adrenalinici del mondo, quello di Hsin-Chu, che ha attratto investimenti da ogni parte del mondo e attualmente ospita centinaia di aziende tra cui TSMC e Philips. Hsin-Chu produce circuiti integrati, semiconduttori, memorie Ram. È un enorme incubatore di impresa che ne fa una delle mete più ambite dai giovani che abbiano lauree scientifiche che vogliono mettere a frutto. Altri parchi scientifici sono in tutto il Paese, terreno di coltura di aziende come Quanta e Acer, rispettivamente primo e secondo produttore di computer portatili al mondo. Il Paese che non c’è è l’hardware della Terra.

Andrea Cuomo