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L’Ue accoglie i Baschi

Che l’Unione europea sia un’organizzazione di Stati nazionali che si sono uniti per cedere sovranità a un’entità superiore, è un dato di fatto. Che gli Stati nazionali possano essere effettivamente un limite a quest’Europa, è altrettanto indiscutibile. Gli Stati forti conducono a un’Unione europea più debole, Stati meno centralisti e con meno potere decisorio accrescono la sussidiarietà e, in via generale, l’integrazione europea. È da questa premessa che si può partire per comprendere il gioco politico che sta seguendo l’Unione europea in questi tempi con la questione dei regionalismi.

Il regionalismo è un fenomeno complesso, che l’Europa, più di ogni altro continente, vive sulla sua pelle per motivi storici, etnici e politici. L’Unione Europea, sotto questo profilo, non è immune al problema, anzi, lo vive e cerca di captarne i suoi migliori sentimenti per giungere ad una cornice d regioni che possa rafforzare la sua politica.

Un esempio su tutti è l’incontro avvenuto ieri fra il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, e il presidente del governo dei Paesi Baschi, il lehendakari, Iñigo Urkullu. È la prima volta che un leader dell’Unione Europea incontra un presidente di una comunità autonoma spagnola, soprattutto per il ruolo centrale che i Paesi Baschi hanno assunto nel corso della recente storia dell’autonomismo europeo. Un incontro che, per certi versi, può essere effettivamente visto come un’investitura europea non tanto all’autonomia basca, quanto al pragmatismo regionalista del popolo basco rispetto ad altri nazionalismi all’interno degli Stati. L’Unione Europea si è rifiutata, per esempio, negli anni di incontrare i leader catalani, ultimo Puigdemont, che è stato gentilmente congedato adducendo impegni improcrastinabili. Però, così non è stato per quello basco.

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Ed il motivo è semplice: il pragmatismo regionalista basco è esattamente ciò che apprezza l’Unione Europea. Indipendentismi “rivoluzionari” per il sistema statale sono un problema per l’Europa. Troppi i rischi economici, troppe le conseguenze politiche, ed un effetto domino che potrebbe accendere focolai di tensione nel tempo sopiti. Meglio un sano pragmatismo alla basca, che ha da tempo abbandonato velleità indipendentiste di una certa portata, per giungere a un quadro di appartenenza a uno Stato centrale ma nell’ottica d una sempre più piena autonomia. Non a caso, il PNV, partito di Urkullu, ha accettato di scendere ad accordi di governo con i conservatori del Partido Popular, che tutto hanno meno che intenzione di cedere sovranità alle regioni. Il partito di Urkullu, ricevuto con tutti gli onori da Juncker, non ha mai nascosto il suo desiderio di creare una sorta di federazione europea delle cosiddette “nazioni senza Stato”.

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Questa prospettiva, che all’Europa non dispiace neanche troppo, avrebbe come primo tassello del mosaico quello del passaggio di più poteri nelle mani delle regioni. E quello è andato a chiedere Urkullu a Bruxelles: un’Europa più attenta alle regioni. Urkullu ha parlato di un’anima diversa dell’Europa che punti sul gradino più vicino ai popoli, che sono appunti le autonomie locali. Autonome che però, almeno per ora, non dovrebbero contrastare con gli Stati centrali. I Paesi Baschi sono sotto questo profilo, come detto in precedenza, un esempio. Il loro governo è retto dal PNV che è interno al Partito Popolare Europeo; accettano accordi di governo coni conservatori; hanno rinnegato la lotta indipendentista propagandistica per rimanere ancorati a un rigido pragmatismo che li porta ad avere, nel tempo, sempre più controllo nella gestione finanziaria, delle tasse e della scelte strategiche.

Pierre Moscovici e Jean-Claude Juncker hanno apprezzato molto l’incontro con Urkullu, ed hanno soprattutto fatto riferimento alla garanzia di stabilità istituzionale che offre la politica basca. La stabilità è essenziale per l’Europa e serve soprattutto per mantenere vivi i suoi progetti d’integrazione. Un’integrazione che, indubbiamente, passa anche per il valore delle autonomie locali nel rispetto della sussidiarietà. Tendenzialmente, ogni regionalismo ha in sé una forte spinta europeista, perché nessuna regione, oggi, può pensare di scindersi dallo Stato e vivere isolata. Ma è un percorso molto complesso, lento, in cui l’Unione Europea non può permettersi colpi di testa. Per questo vede con freddezza la scelta della Catalogna di scontrarsi con Madrid, per questo non vedeva, a suo tempo, l’indipendenza scozzese – prima della Brexit- come qualcosa di proficuo. Ma proprio per questo, vede i buon occhio i baschi, tanto da riceverli a Bruxelles: pragmatismo e cessione di competenza graduali sono un piano che all’Europa piace. L’integrazione passa anche da questo, da Stati meno forti e regioni più autonome all’interno del quadro europeo.

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