Iranians walk by mural painting of the founder of the Islamic Republic Ayatollah Ruhollah Khomeini on the wall of the former US embassy in the Iranian capital Tehran on August 7, 2018.
US President Donald Trump warned countries against doing business with Iran today as he hailed the "most biting sanctions ever imposed", triggering a mix of anger, fear and defiance in Tehran. / AFP PHOTO / ATTA KENARE

Gli iraniani erano davvero pronti
a fare un attentato in Europa?

Il governo albanese ha espulso due diplomatici iraniani. Trattasi dell’ambasciatore Gholamhossein Mohammadnia e Mohammed Roodaki, funzionario presso l’ambasciata di Tirana ma accusato di essere membro dell’intelligence iraniana sotto copertura. Il quotidiano The Independent ha scritto che i due erano legati a una cellula che stava organizzando “un complotto risalente al marzo del 2018 per colpire l’opposizione iraniana rifugiatasi in Albania”: un riferimento al caso dei due giornalisti iraniani ufficialmente invitati dalla comunità Bektashi d’Albania alla festa di Nowrz arrestati dalla polizia albanese e rilasciati poco dopo.

La mossa sarebbe stata messa in atto in seguito a colloqui con Paesi interessati tra cui Israele e gli Stati Uniti; non a caso l’amministrazione di Washington si è immediatamente congratulata con l’esecutivo albanese per il provvedimento intrapreso.

Diversi quotidiani internazionali e nazionali hanno parlato di “cellula pronta a colpire in Albania e in Europa”, ma andando più a fondo nella questione emergono elementi che non possono non destare perplessità per quanto riguarda il presunto complotto in suolo albanese dello scorso marzo, quando le autorità albanesi annunciarono l’arresto di due individui sospettati di terrorismo, identificati come Seyed Mohammad Alavi Gronabadi (59 anni) e Firouz Bagher Nezhad Zenjabi (65 anni). 

Il giornalista investigativo albanese Gjergj Thanasi aveva seguito il caso ed era riuscito a dimostrare come i due fossero realmente giornalisti iraniani invitati dalla ben nota comunità Bektashi albanese per le celebrazioni della festività sciita di Nowruz e per partecipare a una conferenza sulla figura dell’imam Ali. I loro visti erano stati convalidati dal consolato albanese di Istanbul, esisteva una lettera ufficiale d’invito da parte della comunità Bektashi (documenti reperiti dallo stesso Thanasi) e i loro profili erano stati controllati dall’anti-terrorismo albanese, con tanto di “clearence”.

In seguito alla temporanea detenzione dei due iraniani, giornalisti del quotidiano albanese Gazeta Impakt, un delegato dei Bektashi e un avvocato si erano recati presso la stazione di polizia n.1 di Tirana, scoprendo che i due fermati erano stati trattenuti e rilasciati dopo un breve interrogatorio in quanto non era emerso nulla contro di loro; gli agenti si erano persino dovuti scusare per il loro fermo.

Nel frattempo Baba Mondi, a capo del Bektashi World Headquarter, che aveva personalmente invitato i due giornalisti, si era visto costretto a telefonare al ministro dell’Interno e al presidente Ilir Meta per chiedere l’immediato rilascio dei due ospiti, con tanto di proteste per l’offesa fatta alla comunità Bektashi d’Albania avendo trattato i due ospiti come fuorilegge.

Il quotidiano Gazeta Impakt scopriva in seguito che le autorità albanesi avevano provveduto all’arresto su segnalazione dei Mojahideen e-Khalq (Mek), gruppo paramilitare d’opposizione con campo base proprio in Albania. Inoltre, il 15 marzo 2018, pochi giorni prima del fermo dei due giornalisti iraniani, Gjergj Thanasi pubblicava un pezzo sul quotidiano albanese City News Albania dove illustrava come il National Council of Resistance of Iran (Ncir), organizzazione ombrello legata al Mek, chiedeva alle autorità albanesi di espellere due diplomatici iraniani, tra cui proprio Roodaki. 

Pochi giorni dopo il fermo dei giornalisti, sempre City News Albania metteva in evidenza alcuni aspetti quanto meno insoliti sulla vicenda, a partire dall’età dei due “terroristi”, un po’ elevata per un’operazione del genere. In aggiunta non sono mai stati presentati elementi che potessero in alcun modo dimostrare le presunte accuse rivolte ai giornalisti.

Il fatto che i due fossero poi passati attraverso tutti i dovuti controlli burocratici e dell’anti-terrorismo, con tanto di visto che sarebbe addirittura stato concesso gratuitamente dal consolato albanese di Istanbul, rende ancor più legittimo il dubbio sulle accuse. Se dunque l’espulsione dei due diplomatici iraniani sarebbe legata al caso di marzo 2018, come già affermato dalle autorità albanesi, allora i dubbi sono più che legittimi.

Cos’è il Mek

“Organizzazione terroristica” basata sul “culto della personalità dei propri leader” nonché “registi e responsabili di attentati ed atti di violenza politica” secondo Teheran; “principale forza di opposizione promotrice di democrazia e laicità in Iran” per gli Stati Uniti.

La storia del Mek è quantomeno controversa: organizzazione nata nel 1963 in Iran con l’obiettivo di opporsi all’influenza occidentale nel Paese e di combattere il regime dello Shah, nel 1979 partecipava alla Rivoluzione guidata da Khomeini ma l’ideologia divulgata, un incrocio di marxismo, femminismo e islamismo, si scontrava con quella degli ayatollah e il gruppo veniva messo al bando.

Nel 1981 il Mek si trasferiva a Parigi dove fondava il proprio quartier generale e cinque anni dopo si spostava a Camp Ashraf, a nord di Baghdad, da dove supportava la guerra di Saddam Hussein contro l’Iran ed anche la repressione dei curdi. Nel 2003 il Mek veniva disarmato dagli americani e spostato a Camp Liberty dove continuava a svolgere un ruolo di primo piano nell’attività politica e diplomatica contro il regime di Teheran e continua a farlo ancora oggi dall’Albania.

In precedenza l’organizzazione era inserita nella lista nera non solo da Iran e Iraq, ma anche da Unione europea, Gran Bretagna, Usa e Canada, per poi venire “sdoganata” tra il 2008 e il 2012. Un articolo del New York Times del 21 settembre 2012 illustrava come l’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, avesse deciso di sdoganare il Mek , rimuovendolo dalla “black list” per poterlo poi ricollocare lontano dalla portata degli agenti di Teheran, in un Paese disposto ad accoglierli, in questo caso l’Albania.

Numerose fonti internazionali hanno documentato la presenza di un grande complesso nei pressi del villaggio albanese di Manez. Gli Occhi della Guerra se ne erano già occupati lo scorso ottobre con un approfondimento sul quartier generale e sugli appoggi internazionali dell’organizzazione ed anche a marzo con un approfondimento sui 3500 mujahideen ospitati in territorio albanese.

A quanto pare lo scontro tra asse sciita e galassia salafita/wahhabita, nonché tra Israele e Iran è ora in atto anche in suolo albanese e il Mek ricoprirebbe un ruolo di non poco conto in tale scenario. La base dei mujaheddin oltre Adriatico rischia però di incrementare la destabilizzazione nei Balcani, un’area già caratterizzata da forti tensioni etnico-religiose e politiche, tutto a danno dell’Europa. L’Albania dal canto suo si riconferma tra i più fedeli alleati di Stati Uniti e Israele.