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Leon e Mogherini sognano, intanto l’Isis avanza in Libia

“Tutto va ben madama La Marchesa”. Così mandano a dire da Bruxelles – dopo un incontro con i sindaci delle città libiche – l’inviato dell’Onu Bernardino Leon e l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea Federica Mogherina. A sentir l’inviato dell’Onu, impegnato da mesi nello snervante tentativo di far dialogare le diverse fazioni libiche, il traguardo sarebbe vicino. Il governo di Tobruk – l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale – e quello d’ispirazione islamista al potere dallo scorso luglio a Tripoli potrebbero addirittura , secondo Leon, “formare un governo di unità nazionale entro la fine della settimana”. Anche perché, sempre secondo l’inviato Onu, i rappresentanti di Misurata e Zintan, le due Sparta della Libia divise da odii e rivalità reciproche, avrebbero già raggiunto un accordo per lo scambio dei prigionieri. L’ottimismo di Leon va però letto attraverso il caleidoscopio del caos libico. E quel caleidoscopio ci racconta che mentre a Rabat, Bruxelles, Algeri e nelle altre sedi scelte per i colloqui Onu, si discute in Libia si continua a combattere per cielo e per terra.

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Nel cielo i Mig decollati da Tripoli e Misurata per bombardare l’aeroporto di Zintan s’incrociano con quelli mandati dal generale Khalifa Haftar, capo di stato maggiore di Tobruk, a colpire le piste di Mitiga e delle altre basi intorno alla capitale. E mentre i portavoce di Tobruk promettono di esser pronti a riconquistare Tripoli le milizie schierate con l’una e l’altra fazione si danno battaglia quaranta chilometri a sud della capitale. Ma quel che più preoccupa, molto di più di una guerra civile ormai endemica è il fattore Is, ovvero la capacita dello Stato Islamico di sfruttare le divisioni e il caos per allargarsi, inglobare nuovi gruppi islamisti e conquistare nuovi consensi. Queste capacità risultano particolarmente evidenti intorno a Sirte. Dopo aver respinto i tentativi della Brigata 166 di Misurata di penetrare all’interno del centro abitato i militanti di Daesh sono addirittura all’offensiva. Da giorni pattuglie della formazione terrorista si spingono al di fuori della città e lanciano sanguinosi assalti contro il disordinato perimetro di contenimento organizzato intorno a Sirte dalle sfilacciate forze di Misurata. Incapaci per la mancanza di uomini di chiudere il cerchio intorno al centro abitato e di proteggersi i fianchi i miliziani Misuratini cadono così vittima delle improvvise e rapide incursioni messe a segno contro le loro unità più isolate. La novità più grave è però l’indiretto sostegno fornito dalla popolazione di Sirte alla campagna d’insediamento delle formazioni terroriste. In queste ore una delegazione cittadina sta incontrando i capi della Brigata 166 chiedendo di metter fine all’assedio della città e ripetendo che la presenza dei miliziani del Califfato non sarebbe né pericolosa né preoccupante. Gli abitanti di questa ex roccaforte di Gheddafi non sembrano insomma molto preoccupati dalla forzata convivenza con i terroristi responsabili della decapitazione di 21 egiziani copti. Alla preoccupante svolta contribuiscono ovviamente anche gli umori dei nostalgici di Gheddafi, presenti in buon numero in città. Nostalgici che dovendo scegliere tra i nuovi arrivati e un esercito di Misurata distintosi nella repressione degli amici del Colonnello preferiscono ora optare per la collaborazione con il Califfato. E a rendere il tutto molto più preoccupante s’aggiunge l’improvviso susseguirsi di autobombe esplodse all’interno di Misurata. Quella fatta saltare la scorsa notte, in barba al recente coprifuoco, è la quarta in meno di una settimana. Quanto basta per fa temere che il Califfato abbia aperto una sua succursale anche nel cuore di questa citta conosciuta fino ad ora come una delle più ordinate e tranquille della Libia. E così mentre la fine della guerra civile annunciata dalla diplomazia resta un vago miraggio il rafforzamento e l’espansione del Califfato, con tutte le conseguenti minacce per l’Italia e l’intera area del Mediterraneo diventano sempre più evidenti. Con buona pace di una Mogherini convinta che l’ipotesi di un intervento internazionale possa essere sostituito da un imminente accordo tra Tobruk e Tripoli “per combattere assieme lo Stato Islamico”.