Le radici dell’odio

Non appena si atterra nell’aeroporto di Mpoko, con le migliaia di profughi accampati lungo la pista, immediata è la percezione di essere sbarcati nel cuore della tenebra: “Bienvenue a Bangui!” recita un cartello con turistica riverenza o, forse, con irriverenza turistica; la scritta é infatti la porta d’accesso alla guerra centrafricana e, con un sadismo ironico, dà il benvenuto all’orrore, con la cortesia di un custode infernale, che spalanca le porte di un girone terreno.

Era il dicembre del 2012, quando il regime del generale Francis Bozizé venne scosso da echi di guerra che provenivano dal Nord del paese. Correvano voci che gruppi ribelli si fossero uniti in un’alleanza: Seleka è il nome della loro formazione, di fede musulmana, appoggiata da mercenari del Ciad e del Sudan. Inizialmente le notizie giungevano frammentate, poi però la realtà si rese palese. In soli tre mesi gli uomini della Seleka arrivarono a conquistare la capitale, il Generale scappò, Djotodia prese il potere, ma l’avanzata dei suoi uomini corrispose a un’escalation di violenza indiscriminata nei confronti della popolazione cristiana e animista: villaggi dati alle fiamme, linciaggi, stupri e massacri.

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Ma la crudeltà dei musulmani trovò risposta in quella dei cristiani e degli animisti che formarono le milizie Anti-Balaka (che in sango significa anti-machete; ma l’origine del nome delle milizie cristiane e animiste proviene dalla pronuncia anti-balle-Ak, ovvero anti-proiettile di kalashnikov. Il perchè di questo nome di battaglia è dovuto ai gris-gris, amuleti di pelle di vacca, che i cristiani indossano con la convinzione che proteggano dai colpi di Ak-47). Come conseguenza, si assistette dunque alla persecuzione dei musulmani e così il Centrafrica, con una popolazione di 5 milioni di abitanti di cui l’85% di fede cristiana e animista e il 15% islamica, in poco più di due anni é sprofondato nell’orrore di una guerra fratricida senza precedenti. Ad oggi le stime parlano di oltre cinque mila morti, più di 820mila sfollati e 10mila bambini soldati coinvolti sul campo di battaglia. Il Paese é in una condizione in cui il tasso di alfabetizzazione é inferiore al 55%, la mortalità infantile è di oltre 100 decessi ogni mille bambini nati vivi, la speranza media di vita non raggiunge i 50 anni, e nella graduatoria dell’indice dello sviluppo umano occupa la 180esima posizione su 186 Stati. Altri primati però sono presenti e si chiamano: oro, diamanti, uranio e petrolio. Tutti invisibili alla popolazione, ma ben manifesti a governi e interessi internazionali.

l conflitto prosegue, inesorabile, e la Repubblica Centrafricana é attualmente divisa in due: l’ovest sotto controllo dei gruppi cristiani, l’est nelle mani dei ribelli islamici. Una guerra catalogata come etnica e confessionale che, però, tale non viene considerata da analisti e dalle massime autorità religiose locali che, invece, all’origine degli scontri vedono la volontà da parte delle formazioni irregolari di mettere mano sulle ricchezze della terra. Quella stessa terra tinta di un rosso abbacinante, a una latitudine dove il rosso non è un colore, ma un’entità che tutto travolge: lo è il suolo, lo sono le case, lo sono le luci del mattino e anche quelle del tramonto. Il colore del sangue versato in secoli di Storia sui campi centrafricani, è penetrato come una reliquia, a imperitura memoria del passato e perpetua dannazione del presente, nella vita di un Paese da sempre crocevia di traffici e migrazioni, fughe e massacri.

Intervista al Generale della milizia islamista Seleka
Una villa blindata, al di fuori un susseguirsi di giovani miliziani: ecco i guerriglieri della formazione dell’Unité pour la Centrafrique, uno dei gruppi politici e militari che compongono l’alleanza della Seleka. Presidiano il loro quartiere generale di Bamabari, roccaforte della ribellione musulmana. Hanno fucili Ak-47 e nastri di munizioni legati intorno al corpo. Alcuni indossano i gris-gris, amuleti di pelle di vacca che, secondo la convinzione degli insorti, servono a proteggere dai colpi di kalashnikov. Tutti però sono austeri nelle loro divise. Il rigore degli atteggiamenti, l’ostentazione della virilità, in pose che sembrano emulare miti di cellulosa, in apparenza contrasta con l’età dei ribelli, ma la storia che li accompagna ha lasciato tracce evidenti, che testimoniano la durezza di quei soldati, che hanno immolato i loro vent’anni sull’altare della guerra.

Era il dicembre del 2012, quando la Seleka s’impossessò della città di Bambari e respinse i tentativi delle truppe governative che cercarono di riprendere il centro cittadino dopo pochi giorni. Oggi, a distanza di due anni, Bambari è la capitale ufficiosa delle terre dell’est: la regione della Repubblica Centrafricana sotto il controllo degli insorti islamici. Improvviso, il pick up del generale Alì Darassa si palesa lungo la strada che conduce al compound. I soldati, sull’attenti, salutano il loro leader, con un gesto di enfatico rigore, che accentua ulteriormente gli sguardi e le espressioni sui volti che, come maschere di una tragedia ellenica, ermetiche e impenetrabili, non lasciano presagire nulla, se non l’assenza di speranza e il prosieguo di una volontà di guerra, che trova nei combattimenti e nella morte data e ricevuta una lenitiva ragione d’essere. Alì Darassa risponde al saluto insieme al suo braccio destro, il capitano Hamed Nejaad Ibrahim. Non ha una mimetica indosso, sfoggia invece una camicia di un bianco candido, come per contrappasso ai vissuti della ribellione. La figura slanciata si staglia nel cortile del suo quartier generale, le maniche della camicia sono strette dai gemelli e un orologio d’oro brilla sul polso sinistro, le dita lunghe afferrano con scrupolo una sigaretta, che viene stretta tra l’indice e il medio, e mentre sbuffa una nuvola di fumo dal naso, con un’ironia che non appartiene all’autoritaria mimica del suo sguardo, esordisce: «Avete attraversato l’intero Paese per incontrarci. Chapeau. Allora significa che siamo diventati davvero importanti per meritare tutto questo interesse. Ecco la Seleka, adesso è qua davanti a voi!» Accompagna le parole a una teatralità di gesti e spalanca le braccia per mostrare i suoi uomini come una guardia di pretoriani in mimetiche e mitragliatrici. Poi riprende la parola: «Dovete sapere che noi Seleka abbiamo iniziato questa sollevazione perchè volevamo giustizia nel Paese ed eravamo stanchi della marginalizzazione messa in atto da Bozizè, che accentrava il potere solo nelle mani sue e dei suoi uomini».

Generale, due anni ormai sono passati però da quando avete dato vita alla ribellione. E il Paese oggi si trova diviso. Da un lato voi e i cristiani in fuga, dall’altro gli Anti-Balaka e i musulmani perseguitati…
Noi non perseguitiamo i cristiani. Anzi, noi difendiamo tutti coloro che, indipendentemente dalla fede che professano, vivono nel nostro territorio. Cristiani e musulmani. Se un cittadino qualunque subisce un attacco da parte degli Anti-Balaka, noi immediatamente rispondiamo. Sappiamo che nell’est ci sono molti fratelli islamici che soffrono a causa delle milizie Anti-Balaka; quindi, se nulla verrà fatto per difenderli, noi siamo pronti ad andare in loro soccorso con le nostre truppe.

Oggi la Repubblica Centrafricana è divisa in due. Voi volete uno stato vostro e sotto il vostro controllo?
I Seleka non vogliono dividere il Paese. Per noi la Repubblica Centrafrica rimane una e indivisibile. Se oggi si constata una presenza massiccia di musulmani nell’est è perchè vengono perseguitati nell’ovest e possono trovare riparo solo dove noi governiamo. Ma per noi non esistono differenze tra cristiani e musulmani. I nemici sono gli Anti-Balaka, non la popolazione cristiana.

Ma voi state facendo una guerra contro un gruppo cristiano e la vostra formazione è islamica. E’ facile pensare che questa sia una guerra di religione…
Il cristianesimo è una religione, gli Anti-Balaka invece sono dei banditi in armi. Io non penso si possano definire cristiani, ma semplicemente criminali. La nostra guerra quindi viene condotta perchè il Centrafrica sia libero da assassini, che compiono massacri di innocenti. Vogliamo una nuova Repubblica Centrafricana, dove tutti siano rappresentati senza discriminazioni di religione.

Generale, quindi lei mi sta dicendo che i suoi uomini della Seleka non hanno mai commesso violenze contro i civili cristiani?
Nessun civile è stato mai toccato dai miei uomini. Anzi, noi proteggiamo i cristiani che vivono nei nostri territori. Invece gli Anti-Balaka li perseguitano perchè li considerano dei traditori.

E secondo lei cosa occorrerebbe fare perchè oggi la guerra possa avere fine?
Noi abbasseremo le armi solo quando gli Anti-Balaka smetteranno di combattere e compiere massacri. Quando finiranno le loro violenze, a quel punto accetteremo di sederci a un tavolo, per instaurare colloqui e dialoghi di pace.
Il generale si congeda al termine dell’intervista e con lui si allontanano parte degli uomini della sua scorta. Se ne vanno i miliziani della Seleka lungo le vie che conducono sulla linea del fronte. E insieme a loro si dissolvono anche le frasi pronunciate dal loro leader. Discorsi di un istante, che hanno trovato il tempo di essere immortalati su un taccuino e un registratore ma contraddetti, ancor prima di essere pronunciati, dalle storie di tutti coloro che vivono come profughi e che hanno abbandonato i propri villaggi ridotti in cenere e le proprie abitazioni oggi occupate dai rivoluzionari. E che, nei ricordi, hanno impressi i momenti in cui le raffiche di mitra falciavano donne, uomini e proclami di giustizialista umanità.

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Noi abbasseremo le armi solo quando gli Anti-Balaka smetteranno di combattere e compiere massacri. Quando finiranno le loro violenze, a quel punto accetteremo di sederci a un tavolo, per instaurare colloqui e dialoghi di pace.
Il generale si congeda al termine dell’intervista e con lui si allontanano parte degli uomini della sua scorta. Se ne vanno i miliziani della Seleka lungo le vie che conducono sulla linea del fronte. E insieme a loro si dissolvono anche le frasi pronunciate dal loro leader. Discorsi di un istante, che hanno trovato il tempo di essere immortalati su un taccuino e un registratore ma contraddetti, ancor prima di essere pronunciati, dalle storie di tutti coloro che vivono come profughi e che hanno abbandonato i propri villaggi ridotti in cenere e le proprie abitazioni oggi occupate dai rivoluzionari. E che, nei ricordi, hanno impressi i momenti in cui le raffiche di mitra falciavano donne, uomini e proclami di giustizialista umanità.

Il Dio Oro


Decine di uomini della Seleka sono schierati a difendere l’ingresso della città di Ndassima. Alcuni sono armati con fucili kalsahnikov e lanciarazzi RPG, altri mostrano una cassa di bombe a mano; tutti, comunque, non perdono di vista i movimenti di chi arriva e chi se ne va dalla piccola cittadina a nord di Bambari, nell’est della Repubblica Centrafricana.

Il capitano Moussa Ibrahim, con una divisa di molte taglie superiori, che sembra avvolgerlo come una jalabia mimetica, perentorio, ordina a un giovanissimo soldato di controllare un veicolo in arrivo. Infradito e mitra in braccio, il ragazzo si avvicina alla vettura, scruta l’interno del mezzo, perquisisce i due uomini e solo dopo diversi minuti di attesa li lascia ripartire. L’allerta è massima e i musulmani Seleka, che in apparenza sembrano presidiare la savana come i protagonisti di un deserto dei tartari africano, in realtà trasudano durezza e imperturbabilità verso le persone, rivelando così l’importanza celata in quel piccolo villaggio di poche capanne.

La ragione dell’interesse per quell’abitato di poche case, Ndassima, nell’Est della Repubblica Centrafricana, è nota: si chiama “oro”. Tre lettere e una parola palindroma che, come la si legge, é l’eziologica spiegazione di una guerra civile che ha già provocato oltre 5mila morti e più di 800mila sfollati. Da quando è iniziato il conflitto in Repubblica Centrafricana, che contrappone le milizie cristiane e animiste Anti-Balaka a quelle musulmane Seleka, molti analisti, oltre all’arcivescovo Dieudonne Nzapalinga e all’Imam Omar Kobine Layama, hanno specificato che l’origine delle violenze non è dovuta a un odio confessionale, ma alla lotta per il possesso del sottosuolo. E il dispiegamento di uomini e la febbrile ossessione con cui vengono sorvegliate le strade che conducono al centro minerario sembrano confermare la tesi.

Prima dell’inizio del conflitto, le cave di Ndassima erano gestite dalla compagnia canadese Axmin, proprietaria del giacimento. Ma quando, a fine dicembre 2012, i ribelli della Seleka sono arrivati nella città, a 60 chilometri a nord di Bambari, i canadesi sono scappati e la miniera è caduta così nelle mani delle milizie islamiche.

“In Centrafrica la morte ha tinte dorate e i carati della miniera sono la giustificazione di uno stillicidio umano”