Mahmoud_Ahmadinejad_and_Gholam-Hossein_Elham_October_2016

Dopo le proteste in Iran è la fine dell’era Ahmadinejad?

È un percorso a parabola quello intrapreso da Mahmoud Ahmadinejad nella politica iraniana: da semi sconosciuto, con un passato però importante tra i Pasdaran, diventa Sindaco di Teheran nel 2003 e poi, dopo due anni, arriva a scalare la presidenza battendo al ballottaggio il più quotato Ali Rafsanjani. Fama di duro conservatore, fuori però dal clero e rappresentante dell’Alleanza dei costruttori dell’Iran Islamico, Ahmadinejad si è imposto grazie alla promessa di maggiori attenzioni ai ceti meno abbienti presentandosi come difensore delle classi più povere, con un linguaggio apprezzato dall’elettorato iraniano anche per via del suo stile di vita sobrio e dedito, prima dell’attività politica, al suo lavoro di professore di ingegneria civile presso l’università della capitale. Personaggio giudicato controverso all’estero, è riuscito negli anni della presidenza a catapultare su di sé l’attenzione ed a diventare un politico a volte temuto ed a volte rispettato, con un operato politico sopra le righe che ha attratto ammiratori ma anche detrattori. In poche parole, nel bene o nel male Ahmadinejad ha aperto un’importante epoca in Iran ed è riuscito per diversi anni a calamitare l’attenzione dall’estero.

Oggi si assiste alla rapida discesa di fama, popolarità e carriera politica: riletto nel 2009, in elezioni culminate con le proteste della cosiddetta ‘Onda Verde’ che lo accusava di brogli e sosteneva il rivale Mussawi, alla scadenza del mandato nel 2013 ha lasciato l’incarico ma non la politica attiva; in un’epoca contrassegnata, ad inizio di questo decennio, dalla scalata della Russia di Putin ed al ritorno di Mosca in prima linea negli scenari mediorientali, Ahmadinejad anche all’estero è diventato uno dei simboli più importanti della ‘resistenza’ dei paesi non allineati agli USA, anche se non più capo di Stato. Ma in Iran, progressivamente, è stato isolato ed ha iniziato ad essere malvisto anche dalla Guida Suprema Khamenei, viene impedita la sua candidatura alle presidenziali dello scorso anno e si diffondono voci sul coinvolgimento di suoi fedelissimi in scandali di corruzione; domenica è arrivata anche la notizia del suo arresto  ma, anche se tale circostanza non è stata confermata, oramai la sua parabola politico/mediatica sembra inesorabilmente orientata verso il basso. L’epoca di Ahmadinejad come rappresentante di una fetta importante della società iraniana è destinata a volgere al termine.

Dall’isolamento all’accusa di essere dietro le recenti proteste

Di certo, una personalità come quella di Mahmoud Ahmadinejad non appare abituata ad essere dietro i riflettori; anche negli anni successivi alla presidenza il suo è rimasto un nome importante, capace di far notizia anche quando è stato immortalato sopra un autobus a Teheran mentre si recava all’Università a lavorare, come accaduto nell’estate 2013. Dunque, non deve certo essere stato semplice accettare un graduale isolamento, figlio di un contesto politico iraniano radicalmente mutato negli ultimi anni dove la linea più moderata di Rohuani, accettata da alcuni ed un po’ meno da altri, ha rimescolato le carte e costretto i conservatori a coalizzarsi puntando nel 2017 sulla figura di Raisi, tra i più influenti membri del clero sciita. Per l’ex presidente non c’è stato più spazio, né tanto meno disponibilità da parte di altri ‘big’ della politica iraniana di sostenerlo; a poche settimane dalle elezioni di maggio poi, Ahmadinejad è stato ufficialmente escluso dalla corsa alla presidenza, sancendo dunque un isolamento sempre più marcato in seno lo scacchiere politico.

Sull’esclusione hanno pesato due fattori importanti: le accuse di corruzione di alcuni suoi fedelissimi risalenti al 2011, anno di uno dei più importanti scandali finanziari del paese, così come i pessimi rapporti con la Guida Suprema l’Ayatollah Khamenei, incrinati già durante gli ultimi anni della sua presidenza. Ecco perché quando le prime proteste, nello scorso mese di dicembre, sono scoppiate a Mashad, città sede di uno dei più importanti mausolei sciiti e con un’opinione pubblica quindi tra le più conservatrici dell’intero Iran, in tanti hanno sospettato il coinvolgimento di Ahmadinejad: il suo ‘zampino’ potrebbe essere stato messo per cercare di riguadagnare consenso, sfruttando il malcontento della popolazione dovuto alla crisi economica. Potrebbe, questa, essere soltanto una ricostruzione figlia dell’emozione del momento e non veritiera, pur tuttavia appare indubbio come comunque l’ex presidente ad oggi sembri sempre più isolato e fuori da ogni velleità politica.

Il terremoto di novembre scuote anche l’immagine dell’era Ahmadinejad

Il 12 novembre scorso la parte occidentale del paese è stata colpita da un grave sisma, di magnitudo 7.3 della scala Richter e paragonabile, per intensità, a quello di Messina del 1908; il tremore ha fatto più di mille vittime, una tragedia che ha colpito le regioni più povere dell’Iran e che, ancora una volta, ha visto coinvolta soprattutto la fascia più debole della popolazione. Il terremoto però non ha mancato di avere anche dei connotati politici e, in primo luogo, sono proprio gli anni della presidenza di Ahmadinejad ad essere stati presi maggiormente di mira; nei villaggi e nelle città dove si si contati i danni più gravi, ad essere crollati sono stati soprattutto i palazzi costruiti con il progetto ‘Mehr’ (‘gentilezza’ in lingua farsi): si tratta di alloggi popolari voluti dall’ex presidente, nell’ambito del piano di dare case di proprietà anche ai ceti meno abbienti.

Il progetto è datato nei primi anni di presidenza di Ahmadinejad e le finalità, in un primo momento, sono state più che ammirevoli: utilizzare terreni dello Stato per costruire alloggi a canone sostenibile e vendibili attraverso mutui di 99 anni, con lo stesso Stato a fare da garante con le banche; in tal modo, secondo i piani del governo di allora, più di due milioni di iraniani avrebbero potuto avere un alloggio di proprietà. Il piano, tra le altre cose, era inquadrato in un più complessivo progetto di contrasto alla povertà e di sostegno alle classi più disagiate; per anni è stato un vanto dell’amministrazione Ahmadinejad, ma quelle case dopo la prima forte scossa sono crollate provocando la morte di centinaia di persone che hanno inseguito il sogno di possedere un alloggio per la propria famiglia. Al di là delle inchieste che Rohuani ha promesso, c’è da chiedersi a livello politico qual è stata, alla luce di tutto ciò, la reale consistenza dell’era Ahmadinejad: il suo operato è riuscito a salvaguardare il popolo che aveva promesso di difendere ed aiutare oppure, al contrario, tra inesperienza di governo ed incapacità di affrontare la corruzione il suo lascito politico è destinato ad essere sempre più sconfessato da chi lo ha inizialmente sostenuto?

Di certo, quelle case crollate dopo il terremoto di novembre lasciano aperte molte questioni: Ahmadinejad ha rappresentato una fase importante per la politica iraniana e non solo, ma adesso il bilancio storico, unito ad un’attualità che lo vede ai margini del sistema ed additato come sobillatore dell’ultima ondata di proteste, rischia di portarlo dritto verso il viale del definitivo tramonto politico.