Smoke fills the sky over Tripoli after fighting between militias of 'Libya Fajr' (Dawn of Libya) and 'Karama' (Dignity) in Tripoli, Libya, 23 August 2014. ANSA /STR

Le milizie di Misurata: “Roma ci appoggi”

«Siamo pronti ad accantonare le divisioni pur di fermare lo Stato Islamico. Né abbiamo già discusso con i comandanti di Sdabia. Loro stanno con Tobruk, noi con Tripoli, ma siamo entrambi libici e siamo pronti – spiega al Giornale il comandante del Consiglio Militare di Misurata Ibrahim bin Rajub – ad allearci con loro per accerchiare quei terroristi venuti dall’estero. Lo Stato Islamico è una palla di neve, ma può diventare una valanga. Ora è a Derna e a Sirte, ma domani può travolgere Tripoli». Mentre le forze «islamiste» di Tripoli e quelle del governo «laico» di Tobruk, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, combattono alle porte della capitale, i capi militari di Misurata sono pronti a scompigliare i giochi. Insofferenti di fronte alle ambiguità di un esecutivo islamista di Tripoli sempre pronto a ridimensionare il pericolo dello Stato Islamico, i capi della più potente «città Stato» della Libia tendono la mano a Italia ed Europa.

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Anche perché dopo aver attaccato le forze del Califfato a Sirte, Misurata si ritrova nel mirino dello Stato Islamico che promette, nei suoi video comunicati, di trasformarla in nuova Mosul. E così Ibrahim Bin Rajub rivela al Giornale di aver già chiesto un mese fa – durante un incontro all’ambasciata Ue di Tunisi – l’aiuto occidentale. Ma senza successo. «Ci hanno detto: niente aiuti senza un accordo tra Tobruk e Tripoli». Il problema sollevato da quel diktat è tragicamente attuale. Le continue, reciproche rappresaglie dei due governi rivali sono sfociate venerdì e sabato in una serie di violenti assalti dei «lealisti» di Tobruk alle zone intorno alla capitale. E dopo le scaramucce terrestri, sono arrivati i bombardamenti dell’aeroporto di Tripoli e Zintan, colpiti rispettivamente dagli aerei lealisti di Tobruk e da quelli fedeli alle forze islamiste. Sotto quelle bombe è morto anche Salah Burki, un comandante dell’alleanza islamista (Fajr Libia) al potere nella capitale.

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E mentre piovevano le bombe le forze di Tobruk annunciavano l’imminente «liberazione» della capitale. L’annuncio, seguito da un appello alla sollevazione popolare, sembra però lontano dall’avere un riscontro effettivo. Gli scontri di Tripoli rappresentano però – come ricorda l’inviato dell’Onu Bernardino Leon – una «seria minaccia» per i colloqui di pace in corso a Rabat. Un naufragio di quei colloqui pregiudicherebbe non solo la formazione di un governo di unità nazionale, ma anche l’avvio di un intervento internazionale per garantire il cessate il fuoco e sostenere le formazioni libiche contro lo Stato Islamico. E l’Italia che, come ricorda il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, «punta a un ruolo cruciale in quella missione» fondamentale per la sicurezza e gli interessi strategici del Paese, sarebbe la prima a subirne le conseguenze. La disponibilità di Misurata ad allentare i legami con gli islamisti di Tripoli e a stringere legami con gli omologhi di Tobruk apre però una nuova opzione.

Sulla falsariga dello schemi seguita nel 2001 in Afghanistan, Misurata potrebbe trasformarsi nell’equivalente di quell’«Alleanza del Nord» che sconfisse, grazie agli aiuti e ai bombardamenti statunitensi, lo Stato talebano. La marginalizzazione delle forze di Tripoli renderebbe più facile, dopo la sconfitta dello Stato Islamico, il ritorno a un riconoscimento del Parlamento eletto nel giugno del 2014. E potrebbe soprattutto garantire il contenimento dei Fratelli Musulmani trasformatisi nel «dominus» di Tripoli non grazie al consenso popolare, ma in virtù dei consistenti appoggi ricevuti da Qatar e Turchia.