Il conflitto a Bangui ha provocato una chiusura dei mercati e reso sempre più difficile il riferimento di ogni genere alimentare. Una volta al mese nel Pk5 avviene la distribuzione dei viveri che consistono in mezzo litro d’olio, e 50 kg di riso per famiglia.

La linea di fuoco

“State per andare a Bambari? Che Dio vi assista”. Il nome della città della Repubblica Centrafricana, divenuta la roccaforte della ribellione Seleka, è pronunciato per le vie della capitale Bangui con un timore assoluto, a tratti riverenziale.
E’ la linea del fronte del conflitto in corso in Centrafrica, la città dell’est caduta nella mani della ribellione islamica e centro del potere degli insorti. Per arrivare sino in prima linea occorre attraversare il Paese, quasi 300 chilometri, superare le piste della savana invase dalle milizie della ribellione Anti-Balaka ed entrare così nel cuore della guerra. Chiunque, in Bangui, è terrorizzato dall’idea di poter raggiungere via terra la linea di fuoco. Le parole di allerta risuonano come un requiem preventivo, per chi si vuole spingere sino alle postazioni sul fronte. Quel nome evoca in commercianti e medici, operatori umanitari e giornalisti, in tutte quelle persone che vivono nella capitale, un estremo avamposto della violenza e della morte; dimostrando così che, anche nell’orrore, c’è una scala di ascensione. Per recarsi sino alla città sulla linea di fuoco però non ci sono alternative, l’unica soluzione è compiere il viaggio.

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I chilometri si susseguono, infiniti, il pick-up divora la pista battuta fermandosi solo ai check-point che i miliziani Anti-Balaka hanno posizionato sul percorso. Controllano i veicoli e scrutano i passeggeri, poi consentono il transito. Il caldo è una prerogativa assoluta e, più si avanza, più le temperature sembrano aumentare. Ogni tanto dei piccoli villaggi puntellano il cammino, poi un altro posto di blocco ed ecco di nuovo miliziani Anti-Balaka, con i machete e i kalashnikov. Sono in molti, devono difendere il proprio territorio da una possibile avanzata dei Seleka. Pietre e una catena tesa: la barriera creata dalle milizie cristiane e animiste. Un guerrigliero, con i brividi della febbre malarica cuciti sul corpo, controlla i lasciapassare, non abbassa l’Ak-47, accompagna le dita alle labbra nel gesto di chi vuol fumare e, solo dopo aver ricevuto un pacchetto di sigarette concede il permesso di proseguire. Sibut e Grimari, le città che si incontrano lungo il cammino, vengono lasciate alle spalle; ora, davanti, Bambari.

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E’ notte, il buio travolge tutto e le lingue di fuoco che si alzano dai campi dati alle fiamme sventrano l’oscurità e accompagnano verso il centro abitato. Un parossismo di paura sembra aver travolto la città e chi la abita. La porta d’ingresso, provenendo da Bangui è il quartiere cristiano, sulla riva orientale del fiume Ouaka. Nessuno per le strade e, a indicare dove ci si trova, unicamente le capanne dei profughi del campo Notre Dame de Victoire. Poi, dopo pochi chilometri, il confine, il simbolo del fronte: il ponte di ferro. Una passerella che separa la città divide un Paese, impone distanze e orchestra le parti in causa come un regista superiore che decide: chi da un lato e chi dall’altro. L’islam a oriente e il cristianesimo a occidente: così è. E una volontà di morte superiore sembra impedire il sovvertimento dell’ordine costituito.

«State per andare a Bambari? Che Dio vi assista». Il nome della città della Repubblica Centrafricana, divenuta la roccaforte della ribellione Seleka, è pronunciato per le vie della capitale Bangui con un timore assoluto, a tratti riverenziale. E’ la linea del fronte del conflitto in corso in Centrafrica, la città dell’est caduta nella mani della ribellione islamica e centro del potere degli insorti. Per arrivare sino in prima linea occorre attraversare il Paese, quasi 300 chilometri, superare le piste della savana invase dalle milizie della ribellione Anti-Balaka ed entrare così nel cuore della guerra. Chiunque, in Bangui, è terrorizzato dall’idea di poter raggiungere via terra la linea di fuoco. Le parole di allerta risuonano come un requiem preventivo, per chi si vuole spingere sino alle postazioni sul fronte. Quel nome evoca in commercianti e medici, operatori umanitari e giornalisti, in tutte quelle persone che vivono nella capitale, un estremo avamposto della violenza e della morte; dimostrando così che, anche nell’orrore, c’è una scala di ascensione. Per recarsi sino alla città sulla linea di fuoco però non ci sono alternative, l’unica soluzione è compiere il viaggio.

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E’ notte, il buio travolge tutto e le lingue di fuoco che si alzano dai campi dati alle fiamme sventrano l’oscurità e accompagnano verso il centro abitato. Un parossismo di paura sembra aver travolto la città e chi la abita. La porta d’ingresso, provenendo da Bangui è il quartiere cristiano, sulla riva orientale del fiume Ouaka. Nessuno per le strade e, a indicare dove ci si trova, unicamente le capanne dei profughi del campo Notre Dame de Victoire. Poi, dopo pochi chilometri, il confine, il simbolo del fronte: il ponte di ferro. Una passerella che separa la città divide un Paese, impone distanze e orchestra le parti in causa come un regista superiore che decide: chi da un lato e chi dall’altro. L’islam a oriente e il cristianesimo a occidente: così è. E una volontà di morte superiore sembra impedire il sovvertimento dell’ordine costituito.

I caschi blu del contingente Minusca si dispongono nei punti nevralgici di Bambari, le vie che conducono al ponte che separa la parte islamica da quella cristiana vengono bloccate dai blindati e dagli uomini delle Nazioni Unite, il rischio di una deriva armata è quanto mai concreto. E l’astio accresce proporzionalmente con la paura. Le strade e i mercati si svuotano e i guerriglieri si schierano nelle arterie cittadine.

«Questo è il vero volto della guerra e ogni settimana almeno dieci persone, a causa degli scontri, vengono portate qua»

Passano le ore, trascorre la notte e solo all’indomani in città giungono le prime notizie ufficiali su quanto accaduto a Ngakobo. Il villaggio è il centro di un’industria di zucchero e, per questo, terra contesa tra i miliziani fulani della Seleka e i gruppi degli Anti-Balaka. A causa delle continue violenze, oltre 9500 persone hanno già abbandonato le proprie case da quando è iniziato il conflitto, ma gli assalti sono incessanti e quanto successo il giorno prima ne è la prova: uno scontro a fuoco improvviso tra un drappello di musulmani e cristiani è sfociato poi in agguati e assalti e un razzo ha colpito un’ala della fabbrica, uccidendo un operaio e ferendone una decina. Le notizie riguardo l’episodio arrivano insieme ai feriti a Bambari e la preoccupazione e l’interesse per i sopravvissuti diventano prioritari: si allenta quindi la tensione ed è nell’ospedale cittadino che invece accorre la popolazione.

Il nosocomio è una vertigine di orrore, nel padiglione centrale uomini moribondi giacciono nello stretto e buio corridoio. E’ sdraiato su una barella con la gamba immobilizzata Ousman Souleman, ha 26 anni ed è caduto vittima di un’imboscata durante i combattimenti. «Gli Anti-Balaka ci hanno aggredito, noi abbiamo risposto al fuoco, poi mi ricordo di essere precipitato a terra e di aver provato un dolore lancinante. Dopo so solo che mi hanno soccorso alcuni miei commilitoni».

La pallottola che ha ferito Ousman gli ha sbriciolato tibia e perone e, mentre parla, un suo compagno d’armi gli stringe la mano e gli strofina la fronte con un panno bagnato, rivelando un’inopinata misericordia, lontana dalla crudeltà dei campi di battaglia. Joseph Bama, il medico chirurgo, nel frattempo esce dalla sala operatoria, abbassa la mascherina e dopo essersi presentato, con impassibile freddezza, spiega: «Questo è il vero volto della guerra e ogni settimana almeno dieci persone, a causa degli scontri, vengono portate qua». Indicando Ousman, aggiunge poi: «Lui è uno dei feriti di ieri, ma non è dei più gravi, seguitemi.» Entra della piccola sala operatoria e un uomo giace eviscerato su un letto, mentre un’equipe di medici cerca disperatamente di salvargli la vita. Alain Nzapaio, miliziano Anti-Balaka è stato aggredito a colpi di machete e un affondo di lama gli ha tranciato la milza, bucato un polmone e reciso il diaframma. La testa è riversa, l’infermiera si appresta a fare la terza iniezione di anestetico e, intanto, quel corpo immobile con fuori le viscere è fermo, come una scultura della barbarie.

Urla di dolore continuano a sovrapporsi nel corridoio e Sanda Abaka mostra le fasciature che coprono le ferite dovute alle schegge: «Ero su una barricata, poi sono rimasto ferito. Noi Seleka vogliamo proteggere la popolazione; gli Anti-Balaka invece commettono violenze contro i civili». Non si dilunga in ulteriori spiegazioni, ma all’improvviso le mani stringono il costato avvolto da una benda macchiata di sangue e il volto si contorce in un’espressione di sofferenza: «Ho dei frammenti di scheggia nel petto. Sto male!». E accanto a lui, con la testa tra le mani e le lacrime che come due cicatrice perfettamente simmetriche scorrono sulle guance, c’è Gaspar Bassou, 51 anni: «Io sono il caporeparto dell’officina. Noi vogliamo solo lavorare e vivere in pace, ma in questo Paese non è possibile. Era pomeriggio, abbiamo sentito delle esplosioni, successivamente degli spari e, senza neanche rendercene conto, anche noi operai ci siamo trovati sotto il fuoco dei combattimenti». Il racconto poi prosegue: «Un collega è morto, un altro ha perso delle dita e io ho una pallottola nell’addome che ancora non sono riusciti a estrarre. Perché tutto questo? Perché?».

E le grida rincorrono i pianti, i medici entrano ed escono dalle stanze per recarsi in cortile a osservare le lastre, non avendo altra luce se non quella del sole, il bailamme che travolge il padiglione dell’ospedale di Bambari è assoluto, ma in un angolo, avvolto in un lenzuolo c’è Ousman Bouba. La magrezza evidenza le ossa e la barba contorna il volto che impassibile osserva il vuoto, come se assistesse alla visione perpetua e ossessiva di un’immagine che non riesce ad allontanare dalla sua memoria. Non parla, non muove un muscolo, resta immobile, come un anacoreta in un eremo di tragedia. «Lui è così da quando è venuto in ospedale- spiega il dottor Bama-. Sappiamo solo che era un pastore ed era nei campi con il suo gregge e suo figlio. Poi una milizia di Anti-Balaka l’ha assaltato per rubargli il bestiame. Hanno sparato e quello che è successo in quell’istante possiamo solo immaginarlo…». E lo si immagina osservando i suoi occhi, grigi, che travolgono e conducono nelle visioni dell’orrore vissuto: gli spari, le urla, il bestiame che scappa, il figlio che cade a terra ferito da una raffica di kalashnikov, la fuga; tutto è impresso nell’interiorità delle sue pupille, come un dipinto indelebile che, con luci di morte, ha oscurato i colori della sua vita.

I feriti, atto II
Gli spari corrono in ogni direzione e con essi anche le persone che si danno a una fuga disordinata e istintiva. I gruppi cristiani Anti-Balaka assaltano il Pk5, il ghetto musulmano di Bangui dove si è radunata la popolazione musulmana. Le milizie islamiche rispondono e così lo scontro a fuoco degenera. Una raffica, un’altra ancora, poi l’esplosione di una granata e i colpi di kalashnikov che, con il loro rumore sordo, gettano la popolazione nel panico. Nascosti dietro ai muri alcuni cittadini trovano riparo, controllano il respiro, cercano di comprendere da dove provengano gli spari e dove siano appostate le milizie. La folla impaurita scappa ovunque, corre in ogni dove, tra nugoli di polvere, con i battiti del cuore che vanno all’impazzata, incurante della fatica, spinta solo dall’istinto di mettersi in salvo. Tutti hanno il corpo proteso in avanti, tengono la testa più bassa possibile e con le falcate imprimono sulla terra le orme della propria paura. Poi un gruppo di uomini appare all’improvviso: trasportano un ferito, colpito da diversi colpi di Ak-47. Urla e concitazione, panico e desiderio di vendetta: Annour Sahir, con cinque colpi in corpo, viene caricato sul cassone di un pick up. Insieme a lui c’è anche il fratello Ibraim Mamadou che, mentre sorregge la testa del ferito sdraiato sul 4×4, si dispera urlando al vento la volontà personale di imprimere la stessa agonia nel corpo di un cristiano. Il fuoristrada sembra essere permeato pure lui dall’agitazione corale e sfreccia tra le vie della capitale. Attraversa il Pk5, poi il centro cittadino, supera la cattedrale e arriva sino all’Hôpital General di Bangui. La struttura è gestita da Medici Senza Frontiere e subito il personale soccorre il ragazzo che viene portato d’urgenza in sala operatoria. Intanto nei padiglioni si incontrano i volti di altri uomini e donne accomunati da quel filo rosso sangue che ha ricamato i vissuti dei cittadini centrafricani.

La calma e la cura di ogni particolare all’interno della struttura sembrano far dimenticare la deriva caotica della guerra che si è impadronita dell’intera capitale e il nosocomio appare come un approdo di salvezza, dove è comunque possibile leggere in filigrana l’orrore del conflitto scritto nei vissuti dei pazienti. «Noi accogliamo chiunque si presenti ed abbia bisogno di cure e assistenza. Inoltre seguiamo anche l’attività di riabilitazione per chi è stato vittima di mutilazioni o ferite invalidanti». Thibault Jouve, francese, 26 anni, è fisioterapista e mentre parla aiuta Renematchy Pulcherie, paralizzata alle gambe a causa di un proiettile che le ha frantumato il bacino, a fare gli esercizi per acquisire forza negli arti superiori e potersi così muovere con il triciclo messole a disposizione dall’organizzazione umanitaria. «Io provengo da Bambari: era il 7 luglio quando scoppiarono violenze in tutta la città», spiega la donna. «Mi rifugiai in chiesa insieme a molti altri cristiani, ma un commando di Seleka fece irruzione e sparò su di noi. Rimasi ferita e venni portata qua dall’equipe di Medici Senza Frontiere. Io non potrò mai più camminare e mi dispero perchè ho quattro figli e non ho più un marito: come farò ad aiutarli?».

Poi c’è Bandorin Nganamoru, che in equilibrio su una gamba si esercita a camminare tra due parallele. « Io non sono né un Anti-Balaka e neppure un Seleka, ma solo un commerciante: in questo Paese però nessuno viene risparmiato dalla guerra. Venni con mio fratello a vendere capre in città. Un commando ci assaltò, spararono contro di noi, ci rubarono tutto. Non ho più niente, neanche un corpo in grado di sorreggermi». Le pallottole gli falciarono le gambe: le ferite all’arto destro si infettarono e l’unica soluzione fu l’amputazione.

Tra i padiglioni si incontrano civili e guerriglieri, cristiani e musulmani, ma i punti di sutura ricuciono la pelle, non l’anima. Un giovane di 19 anni, Marvin Ponty Dokpenemo, in stampelle si avvicina per raccontare la sua storia: «Mi trovavo al mercato e quando tornai in casa trovai all’interno due uomini della Seleka che stavano rubando tutto. Il primo che mi vide sparò: un colpo nella tibia, un altro nella caviglia. Io non perdono, non lo farò mai. E voglio che vengano sconfitti». E’ lapidario nel parlare e rapido a muoversi aggrappato alle grucce. Prima di congedarsi mostra le cicatrici delle pallottole che gli hanno lacerato la carne e infettato il cuore e la mente, come dardi intinti in un veleno d’odio per il quale non esiste antidoto.

Tra i profughi cristiani
La bruma che si solleva dal fiume Ouaka travolge le centinaia di capanne del campo profughi Notre Dame de Victoire a Bambari e la sottile nebbia che si alza dal corso d’acqua si sposa con il fumo dei piccoli falò, che all’ora del tramonto vengono accesi dai rifugiati al di fuori delle capanne. Tremano le fiamme che puntellano la tendopoli e, appena scende l’oscurità, le centinaia di fuochi brillano nel buio, come luci di un camposanto dei vivi, dove anime in fuga hanno trovato provvisorio approdo. Vittime contese, in un inferno terreno, tra la persecuzione e la partenza, tra le violenze dei musulmani e le imposizioni dei miliziani cristiani, abbandonate a se stesse, già orfane dell’oggi, ma anche del domani. Casa bruciate, machete, kalashnikov: ricordi che, come in una danza macabra, si perdono in un ballo di racconti dell’orrore; le parole sono ritmate dall’eco dei canti di guerra e dalla monotona litania degli spari, che proviene dall’altra parte del fiume, dove sono appostate le truppe della Seleka.
L’incubo è vivo la notte e manifesto di giorno. La mattina la luce d’Africa mette a nudo il campo dei rifugiati e la loro intimità. Una distesa di capanne, che circonda la piccola chiesa di Notre Dame, si palesa in tutta la sua grandezza. Miliziani Anti-Balaka in armi si aggirano per il campo. La notizia degli scontri avvenuti a pochi chilometri di distanza ha fatto accrescere la tensione. Giovani ragazzi presidiano la strada d’ingresso all’area degli sfollati. Alcuni indossano passamontagna, altri un foulard sul volto e, come vedono macchine fotografiche e videocamera, impongono, con la teatralità di un dito che scorre da un lato all’altro della gola, il perentorio ordine di non effettuare immagini.

Tutt’intorno gli oltre 18mila profughi cristiani, fuggiti dalle loro abitazioni dopo l’arrivo dei ribelli musulmani della Seleka. Bambini nudi seduti sull’arida terra, madri intente a scaldare l’acqua su pentole appoggiate sui bracieri e, intanto, alcuni ragazzi che vendono sigarette di contrabbando e altri che affilano coltelli su una pietra, con gesti di ossequiosa ritualità religiosa. «Questa notte ci sono stati scontri tra Seleka e Anti-Balaka: ora la tensione è massima. Il sospetto è ovunque. Tutti temono di poter essere attaccati da gruppi di miliziani islamici», a parlare è Jonas Rawago, il prete che ha allestito il campo intorno alla sua parrocchia e che poi, proseguendo, spiega: «Il clima di guerra è percepito anche qua.

I problemi di ogni giorno sono la malaria, le infezioni respiratorie, la malnutrizione. E inoltre ci sono i gruppi armati Anti-Balaka, che hanno fatto di questo campo un loro avamposto. Se si vuole la pace in Centrafrica bisogna disarmare le milizie e ripristinare le truppe governative. Se le fazioni irregolari andranno avanti a imperversare, non ci sarà altra soluzione se non la continuità del conflitto». Il sacerdote poi, come Virgilio nei gironi della Commedia, si aggira tra le tende e presenta le storie dei rifugiati che, a differenza dei dannati danteschi non sono colpevoli di nulla, se non di essere civili in una guerra che di civile ha conservato soltanto il nome. «Ero a casa mia quando sono arrivati quindici miliziani islamici. Uno lo conoscevo perché a Bambari siamo cresciuti tutti insieme, cristiani e musulmani. Quest’uomo, mitra in mano, mi disse che mi avrebbero portato in piazza e fucilato perché ero un cristiano e quindi un bandito». A parlare è Erik Anicet Kadda, che poi prosegue: «Iniziai a pregare, stavo andando incontro alla morte. Mi trascinarono sino in piazza e intanto io urlavo e chiedevo come potessero farmi ciò. Una volta arrivato nel centro cittadino, partì una raffica di kalashnikov e i colpi mi entrarono nel petto e uscirono dalla spalla».

Toglie la maglietta e mostra le cicatrici. E così la guerra sembra avergli impresso con il fuoco il marchio dell’orrore: i fori d’entrata delle pallottole sono delle piaghe, la carne è strappata e niente potrà cancellare dalla sua memoria il ricordo di quella sventagliata di mitra in nome di una diversa religione. «Io sono un miracolato; è Dio che mi ha concesso di essere ancora in vita. Adesso non posso far altro che vivere in questo campo. Tornare a casa è impossibile, devo solo augurarmi che la guerra finisca, ma potrà terminare solo se verranno disarmate le milizie. Ora non sembra possibile». Poi la testimonianza di Roseline Gonowassa, che racconta della fuga da Ngakobo, quando la notte un commando di miliziani ha assaltato le case della sua città: «Sentii degli spari e poi delle urla. Vedevo lingue di fuoco intorno, allora incominciai a correre insieme ai miei figli. Ci precipitammo nella foresta, perché pensavamo che lì saremmo stati al sicuro. Uno dei miei bambini però venne ucciso da uno sparo. Raggiunsi il fiume con l’altro mio figlio e qui, a bordo di una piroga, riuscimmo a metterci in salvo risalendo il fiume e arrivando nei territori degli Anti-Balaka. Giorni dopo scoprii che i miei genitori erano morti. Bruciati vivi nella loro capanna. La situazione è catastrofica, io non vedo futuro».

E dello stesso pensiero è anche Isabel Ndoio, che dopo aver descritto mesi vissuti nascosta nella foresta ed evocato le immagini di intere famiglie sterminate, ha concluso dicendo: «Troppi orrori sono stati commessi in Centrafrica perché questa guerra possa avere fine. Non c’è più nessuna soluzione per questo Paese».

Qualche sparo di arma da fuoco si percepisce lontano e, intanto, l’orrore passato è la sola comunione del presente, per i rifugiati che vivono all’ombra del campanile della Chiesa di “Notre Dame de Victoire”. E pure la parola “vittoria” sembra essere divenuta prerogativa esclusiva di milizie e ribelli: la ostentano nei comunicati, la simboleggiano con l’indice e il medio spalancato, la invocano con la gelosa devozione verso un amore lontano pronto ad esser prossimo, ma nei fatti l’austera e avveniristica ” Victoire”, per le migliaia di civili e sfollati, rimane invece soltanto il nome di una tendopoli, in cui osservare e vivere l’avanzata della sconfitta di ogni misericordia.

Tra i profughi musulmani
Una serie di massi sono posizionati in mezzo alla carreggiata, gli uomini delle milizie cristiane Anti Balaka impediscono il normale transito dei veicoli e impongono un pedaggio a tutti coloro che percorrono la strada che da Bangui conduce verso il Camerun.
Il kalashnikov é a tracolla e il “balaka”, il tradizionale machete, è legato alla cintola. Sono una decina i guerriglieri che controllano i pick-up e i camion fermi al posto di blocco; bevono, da bidoni di plastica, gin distillato dalla manioca e vino di palma: hanno l’eccitazione dell’eccesso di alcool nei gesti e l’euforia dell’abuso di potere negli occhi. Urla e risate, minacce e umiliazioni e per le decine di viaggiatori che aspettano il via libera, l’attesa diventa la piéce di uno spettacolo che esige accettazione e indifferenza. Ormai precetti imposti e consolidati in Repubblica Centrafricana, dove il conflitto tra i musulmani Seleka e gli animisti e cristiani Anti-Balaka ha portato a una divisione del Paese. Se l’oriente é nelle mani dei ribelli islamici della Seleka, l’occidente è invece in balia delle milizie cristiane, che governano nelle città e nei territori rurali, lasciando alla popolazione solo i ricordi di un passato povero ma libero, come rivincita su un presente avido di inconsolabili pene.

I posti di blocco, lungo il cammino che attraversa la savana, si alternano a piccoli villaggi, dove le donne, con i figli sulla schiena e le taniche di acqua sulla testa, si spingono dalle case ai pozzi ed i ragazzi vendono a bordo strada piccioni, piccole antilopi e topi, appena catturati.

Poi un cartello sforacchiato: Yaloké.

Un nome che si perde nella toponomastica sconosciuta del cuore dell’Africa, ma la piccola città, che dista 200 chilometri dalla capitale della Repubblica Centrafricana, da luogo dimenticato sulla terra è divenuto il luogo dei dimenticati della terra. Una patria dell’oblio, dove 400 pastori fulani musulmani vivono prigionieri su una collina, senza viveri e accerchiati dalle formazioni degli irregolari Anti-Balaka.

Poche tende, coperte da teli sdruciti che garriscono come bandiere di un popolo del vento, indicano l’enclave dei rifugiati. I fulani provengono dal sud del Paese, dalle città di Mbaiki e Boda e sono scappati quando hanno avuto inizio le persecuzioni nei confronti dei musulmani. Una fuga disperata verso il nord, per raggiungere il Camerun e il Ciad; ma, una volta arrivati a Yaloké, accerchiati e senza più bestiame, non sono riusciti a proseguire e oggi, dopo oltre nove mesi confinati in un perimetro di 500metri, le possibilità di abbandonare la collina si fanno sempre più remote. Anche il governo centrafricano si è dichiarato infatti contrario a una loro partenza, perché non vuole appoggiare la fuga di una minoranza dal Paese e quindi essere accusato di un tentativo di pulizia etnica in Centrafrica.

Sotto una piccola tenda che protegge dall’inclemenza del sole africano, il rappresentante del campo, El Hadji Ousman Laido, racconta la storia delle oltre 100 famiglie che vivono nel campo sfollati: «Siamo fuggiti al Sud perché era iniziata una caccia all’uomo. Siamo partiti con il nostro bestiame e abbiamo vissuto nella foresta. Poi, arrivati in prossimità di Yaloke, siamo stati più volte attaccati, abbiamo perso tutti nostri buoi e adesso viviamo su questa collina, dalla quale non ci è permesso andarcene». Regge tra le mani un tasbeeh, il rosario musulmano, e la ritualità con cui accarezza i grani accompagna la descrizione degli orrori vissuti dalle oltre 400 persone che abitano la collina:«Non abbiamo niente da mangiare, 47 persone sono già morte e di queste 33 sono bambini. Noi vogliamo solo vivere in pace nelle nostre terre con i nostri animali. Cosa c’entriamo noi con tutto questo?».

La domanda del rappresentante non trova risposte nei volti che popolano il campo, dove intere famiglie subiscono la tragedia che, lenta, si sta appropriando delle loro vite, con la fermezza di bonzi arsi dal rogo della fame. « Dei miei cinque figli, uno è morto che aveva soltanto 10 mesi. Quale futuro per gli altri?», a parlare è Amine Sale, ha 35 anni, senza più un figlio e senza più speranze.

C’è chi invece cerca risposte e aiuto nella fede e un gruppo di uomini prega, rivolto alla Mecca, supplicando la pace. Ci sono poi Hamaodu e Bubakari, fratellini di 6 e 8 anni che con i corpi scheletrici e i polmoni malati dalla tubercolosi, rappresentano la vita sacrificata all’assurdo e sfidano la tragedia guardandola senza lacrime e tenendosi per mano.

E poi c’è Amadou Ousseini, che ha 14 anni, ed il corpo paralizzato dalla poliomielite e dalla malnutrizione: ma tra le braccia di suo padre Aladji, mentre gioca con delle piccole bottiglie di plastica, riesce ancora a sorridere. E le carezze del padre sono l’estremo gesto di un’ umanità che, attraverso l’amore per la vita, affronta un presente condannato a una fanatica volontà di morte.

Pk5: il ghetto musulmano
E’ la Storia che insegna il presente, che lo rende visibile, superando epoche e distanze, retorica e dialettica: con la freddezza della memoria e dall’altare del passato, immediata, spiega l’oggi. Ogni singola parola ha il suo collocamento, il suo significato e richiama a sé i volti, i vissuti, le vite di quegli uomini che hanno costruito con le proprie esistenze l’epica racchiusa nei manuali. E basta un sostantivo per rendersi conto di ciò in cui ci si sta imbattendo, per ascoltare gli echi di decenni e secoli passati ed anche l’orrore cui si sta andando a bussare: ghetto.

Il Pk5 è un quartiere di Bangui, anzi, era un quartiere, che oggi viene appunto chiamato il ghetto musulmano della capitale centrafricana. Ed è proprio quella parola che dà la percezione di dove ci si trova. Ghetto, come lo erano quelli di Varsavia e di Cracovia e pure come Soweto. E, così come in ogni enclave, anche nel Pk5 appaiono e si concretizzano gli incubi tangibili della persecuzione e del segregazionismo, della divisione religiosa e dell’odio. La strada che vi conduce, prendendo per mano chi si addentra, immerge nella tragedia. Vengono superati i quartieri sotto controllo delle milizie Anti-Balaka che, sulle case un tempo abitate dalla comunità islamica, hanno impresso il marchio della loro avanzata, come sputi di umiliazione sulla vita e sulla fede di chi prima lì abitava. Case bruciate, mura domestiche oggi violentate e divenute latrine e sulle pareti frasi di odio e beffa. Neanche le moschee sono state risparmiate dalla violenza e, avanzando, il paesaggio si ripete ossessivo, sino a quando si giunge all’ingresso del Pk5. Nei pressi della piazza Abel Goumba non si incontrano più miliziani, nemmeno tassisti e commercianti. Nessuno. Le carcasse di macchine date alle fiamme durante gli scontri e le abitazioni hanno impressi segni delle raffiche di Ak47 introducono nel ghetto.

La comunità musulmana della capitale prima della guerra contava circa 150mila persone oggi, dopo la sollevazione degli Anti-Balaka del 5 dicembre del 2013, si è quasi tutta riversa nelle mura del Pk5 e i fedeli non sono più di 3mila. Un tempo, quello che oggi viene definito dagli abitanti della zona come una prigione a cielo aperto, era il centro del commercio di Bangui. Nessuno si azzarda a uscire, il rischio di cadere vittima delle imboscate delle milizie cristiane e animiste è quasi una certezza e, così, i pochi negozi rimasti aperti sviluppano un’economia fatta di un nulla quotidiano: poco pane, quando c’è, qualche bottiglia d’acqua e alcuni vestiti, logori. Anche gli ambulatori e le farmacie ormai rimangono chiuse e la percezione é quindi quella di essersi addentrati in una città esausta dal peso di un assedio, che si sforza però di non soccombere, confidando che anche la perseveranza del fanatismo venga corrosa dal domani che tutto consuma.

Nella via principale, nel cortile di quella che in epoca di pace era una scuola, avviene la distribuzione dei viveri. Sotto il sole, che con le temperature atroci sembra liquefare gli uomini e renderli un tutt’uno con la terra centrafricana, centinaia di persone attendono in fila la propria razione. Una volta al mese le organizzazioni umanitarie musulmane riescono a portare soccorso agli abitanti del quartiere islamico che, mentre aspettano la propria parte di riso, olio, e latte in polvere per i neonati, raccontano la dannazione che li ha colpiti: «Io abitavo a Boy-Rabe, il quartiere divenuto al roccaforte degli Anti-Balaka-spiega Martin Sumbaru, di 49 anni-. Le violenze hanno investito la vita di ogni giorno. Ho visto gente bruciata e amici sgozzati; io sono scappato mentre imperversavano gli scontri: gli spari erano ovunque. A piedi ho attraversato tutta la città. E mi sono rifugiato qua. Io non odio i cristiani e non li colpevolizzo, accuso i miliziani; purtroppo, però, la guerra ha distrutto tutto, anche la volontà di convivenza, e ora siamo costretti ad abitare in questo ghetto e non possiamo uscire». E Imi Adoun prosegue, dicendo: «Questo è un carcere e chi esce viene ucciso. Da quando c’è stata la guerra inoltre abbiamo subito oltre 50 attacchi. Ci sono le nostre squadre di difesa a proteggerci. Se non ci fossero loro, a quest’ora saremmo già tutti morti. Gli Anti-Balaka vogliono sterminarci».

E le stesse parole vengono pronunciate nella Moschea Alì Baborou dall’Imam Waziri Yahya. Termina la preghiera e poi, seduto con le gambe incrociate, chiude il Corano e, dopo aver inserito con una delicatezza filiale il segnalibro tra le pagine, si pulisce i sottili occhiali in un lembo della jalabia e racconta: «Qui c’è anche la camera mortuaria e io da quando è iniziata la guerra ho perso il conto dei morti che sono stati portati nella moschea. Questo quartiere è divenuta la nostra prigione. Non c’è cibo, i ragazzi non vanno a scuola, la vendetta è la legge che governa gli uomini e gli assalti sono all’ordine del giorno».

Le parole della guida spirituale suonano come una profezia e, infatti, l’indomani va in scena l’ennesimo scontro a fuoco. Gli Anti-Balaka attaccano, le milizie islamiche rispondono, un uomo rimane ferito, il panico travolge la popolazione. Spari ed esplosioni e, solo quando la battaglia termina, la gente si riversa nuovamente nelle vie, prima rimaste deserte e adesso pattugliate da giovani armati, i miliziani del Pk5.

Tutti li conoscono nel quartiere: perlustrano le strade e i punti nevralgici. Cappelli da baseball e blue jeans, alcuni con catene d’oro al collo e, più che la marzialità dei guerriglieri, i loro atteggiamenti e le loro uniformi ricordano un gruppo hip-hop americano, ma quei bulli della periferia del mondo, sono però anch’essi la guerra centrafricana. Quando pattugliano di giorno, nascondono le pistole automatiche e le granate sotto le magliette e nei pantaloni, poi, la sera si appostano nei rifugi sulla linea del fronte. Hanno atteggiamenti da spacconi e una perversa riverenza nei confronti delle armi. «Qua è dove una volta hanno cercato di assaltarci gli Anti-Balaka, ma noi li abbiamo respinti. Avevamo un lanciarazzi e sono scappati e qua è dove ci appostiamo».

A parlare è Richard, a capo di una pattuglia e mentre svolge la sua ronda estrae una bomba a mano dalla tasca posteriore dei calzoni. Accarezza la spoletta, la massaggia con eccitazione e aggiunge « Quando vengono li uccidiamo. Ne abbiamo per tutti loro di queste». La spirale della violenza é lampante, i miliziani aspettano febbrilmente la battaglia, invocano lo scontro, ma tutt’intorno il Pk5 non muta. Uomini che mendicano sdraiati per strada, bambini scalzi e madri che con i neonati legati sulla schiena attendono per ore un tozzo di pane, negozi chiusi e medicine introvabili e così si stringe la morsa che attanaglia il quartiere, come il resto della Repubblica Centrafricana: da una parte l’odio che si ciba di umanità e dall’altra invece la miseria che si nutre di uomini.

Pk5 (Punto chilometrico, ovvero la distanza dal centro), nome del quartiere di Bangui in cui si si è rifugiata la comunità mussulmana della capitale. Oggi circa 2000 mussulmani vivono all’interno di quello che è diventato un ghetto, come in una prigione a cielo aperto. Chiunque tenti di uscire dal quartiere diviene facile bersaglio delle milizie Anti-Balaka.