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Le bandiere Isis in Bosnia? Colpa (anche) dell’Occidente

Áshottalom, Ungheria – Di chi sono le responsabilità se i drappi neri dello Stato Islamico oltre a svettare su Palmyra e Derna, oggi compaiono anche sulle case degli abitanti del villaggio di Gornja Maoca, in Bosnia? Chi è responsabile del fatto che i Balcani si stanno trasformando in un pericoloso hub di smistamento di foreign fighters dall’Europa ai principali campi di battaglia del Vicino Oriente? Sicuramente parte dell’élite occidentale che per trent’anni ha chiuso gli occhi e non ha voluto vedere la realtà delle guerre jugoslave, e in particolare di avvenimenti come la guerra civile in Bosnia del 1992-1995, che furono determinanti per il radicamento dell’Islam salafita e wahabita nella società e nelle istituzioni di quel Paese.

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La guerra civile bosniaca è stata infatti uno dei teatri di destinazione della rete dei combattenti “Arabi Afghani”, il network formatosi durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1989, che ha esportato in quegli anni il jihad globale attraverso una rete di reclutamento, finanziamento e addestramento di combattenti da destinare a diversi teatri di conflitto, come l’Algeria, il Kashmir, la Cecenia. Campi di addestramento per formare una ‘nuova generazione di jihadisti’ e combattenti furono impiantati nel Paese dalla rete degli Arabi Afghani, che dopo gli accordi di Dayton, con cui si concluse la guerra civile bosniaca, parteciparono anche alla guerra del Kosovo, a sostegno dei secessionisti dell’ELK. In seguito molti dei veterani dell’Afghanistan, assieme alla nuova generazione di jihadisti, ottennero la cittadinanza bosniaca e statunitense, e si radicarono in Bosnia e nei Balcani grazie alle coperture di Al Qaeda e al finanziamento saudita di centri studi e moschee wahabite, facendo della Bosnia, come hanno sottolineato molti analisti, un ‘Jihadistan’ per tutti gli anni ‘90.

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Oggi gli errori di interpretazione dell’Occidente hanno fatto sì che gli eredi di quella generazione di mujaheddin, cresciuti nelle enclave wahabite di Bosnia e Kosovo, abbiano fatto dei Balcani, e quindi dell’Europa, il punto di arrivo e di partenza per tutti i combattenti che vogliono unirsi allo Stato Islamico in Siria ed Iraq. Se il Kosovo, infatti, è il primo Paese europeo da cui partono i jihadisti, la Bosnia Erzegovina segue con almeno 160 jihadisti bosniaci che hanno raggiunto il Califfato, mentre l’Albania, punto di partenza dei foreign fighters che transitano attraverso l’Italia, la Macedonia e la Bulgaria possono essere considerate altresì veri e propri vivai delle giovani leve per il jihad, che fuggono dalla povertà e da istituzioni statali deboli che non sanno garantire loro un futuro: in tutto sono almeno 20 le cellule terroristiche attive per il reclutamento e l’addestramento di combattenti nei Balcani, che al contrario offrono ai giovani ‘ideali’ per vivere, assieme a cifre che vanno dai 20 ai 30 mila euro.

“Sono molte le persone che nei Balcani reclutano giovani per andare a combattere in Siria ed in Medio Oriente, prima lo facevano per diversi gruppi fondamentalisti, ora lo fanno per l’Isis” ci spiega Tamás Fodor, responsabile delle relazioni esterne di Jobbik, il partito ungherese che secondo molti sondaggi si prepara a scavalcare Fidesz, il partito dell’attuale premier Victor Orbán, alle prossime elezioni. “Anche se il governo bosniaco e altri Paesi balcanici l’anno scorso hanno promosso leggi contro i foreign fighters, il problema dei combattenti di ritorno rimane”. Lo dimostrano gli arresti come quello del 6 maggio scorso, quando decine di persone vicine al movimento wahabita sono state fermate nella Republika Srpska perché sospettate di aver combattuto in Siria. La polizia bosniaca ha effettuato 32 perquisizioni in cui è stato rinvenuto materiale propagandistico usato per il reclutamento, armi e munizioni. E lo dimostra anche, questa volta in maniera più cruenta, l’attentato di Zvornik, in cui al grido di “Allahu Akbar” un ventiquattrenne ha ucciso un poliziotto e ne ha feriti altri due prima di essere ucciso a sua volta. Anche in Serbia i servizi segreti hanno intercettato molti reclutatori. “Quando tornano a casa dalla Siria e dall’Iraq nei Balcani” prosegue Tamás Fodor, “portano con loro la propria ideologia, si raggruppano nei villaggi salafiti e wahabiti, ma soprattutto vogliono continuare la loro guerra, e come avete visto qui ad Ásotthalom, non è difficile per loro, se volessero, entrare in Europa Occidentale”.

Inoltre, continua Fodor “l’immigrazione proveniente dai Balcani potrebbe aumentare in relazione alla crisi politica in Macedonia e alla difficile situazione economica in Kosovo, anche se credo che la maggior parte dei flussi proverrà ancora dal Medio Oriente e dall’Africa”. In effetti le richieste di asilo alla Serbia, che sono aumentate vertiginosamente negli ultimi mesi e che potrebbero raggiungere entro la fine dell’anno quota 30.000, provengono in gran parte da cittadini di Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia ed Eritrea.

La soluzione per prevenire i rischi derivanti dall’infiltrazione di eventuali terroristi attraverso i flussi migratori, comunque, per il rappresentante di Jobbik passa per un maggior controllo, sia delle frontiere, sia dei campi profughi, che in questo momento non viene assicurato dalle politiche dell’Unione. “Prima di tutto ritengo che come Stato sovrano sia un diritto degli ungheresi determinare la propria politica sull’immigrazione”, afferma Fodor, “per questo vogliamo che possa tornare il reato di immigrazione clandestina, che le frontiere europee siano controllate e che siano controllati anche gli ingressi dei campi dove i migranti stazionano prima di ottenere o meno il diritto di asilo. Questo perché vogliamo accogliere ed aiutare chi ha veramente bisogno, come i Cristiani di Siria ed Iraq che cercano rifugio dalle persecuzioni, e per farlo dobbiamo poterli riconoscere”.

Dall’Ungheria in prima linea contro il sistema-quote di migranti, arriva dunque un nuovo allarme sul rischio terrorismo collegato all’immigrazione. Un rischio reale, confermato dalle statistiche, dagli arresti e dagli attentati, ma anche dalle minacce alla sicurezza per la prossima visita il 6 giugno del Papa a Sarajevo, confermate dal ministro dell’Interno della Republika Srpska. Minacce che non dovranno essere ignorate stavolta dalle intelligence europee il cui compito primario dovrà essere quello di assicurare la sicurezza e la protezione del Santo Padre in un contesto assolutamente a rischio. Se, infatti, la cecità delle scelte occidentali hanno trasformato la promettente società multi etnica e multi confessionale dei Balcani in un “Jihadistan” a due passi da casa, ora è arrivato il momento per l’Europa di aprire finalmente gli occhi, pena un futuro sempre più incerto.