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L’azione silenziosa dei cristiani tra i rifugiati siriani

Madrasa, scuola. E’ la parola che ripete più spesso. Tu vai a scuola? La domanda rivolta a tutti i bambini che incontra. Da quelli benestanti a quelli al semaforo che fanno l’elemosina, fino ai piccoli profughi siriani che assiste nei campi improvvisati del Libano. Per padre Abdo Raad l’educazione e lo studio sono fondamentali. Per crescere consapevoli, per avere una chance e, nel caso dei profughi, per non fare si che la guerra interrompa la normalità della vita e dall’ozio nascano cattivi ideali. Intellettuale profondo conoscitore della sua comunità e della sua terra da prete ortodosso cattolico, Abdo non si barrica dietro ai dogmi e non attende aiuti prodigiosi. Si rimbocca le maniche e porta avanti la sua missione con estrema concretezza. “Facciamo quello che possiamo, quando andiamo a trovare i profughi non andiamo mai a mani vuote – racconta mentre carica scatoloni in auto – ora sta arrivando l’inverno, portiamo coperte e indumenti caldi. Tutto quello che raccogliamo, lo distribuiamo alle famiglie in fuga dalla guerra. Ma non basta, ci vorrebbe molto di più”. Per riuscire nel suo obiettivo ha creato l’associazione “Annas linnas”, gli uni per gli altri, coinvolgendo volontari di ogni credo, libanesi e stranieri, disposti a fare qualcosa per chi ha più bisogno. I risultati sono incoraggianti, nonostante le risorse limitate. Anche per questo l’appello di Abdo per sensibilizzare le coscienze in occidente è continuo.

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I campi profughi di siriani in Libano sono tantissimi, alcuni sfuggono ai censimenti, poco puntuali, dell’Unhcr. Quello più vicino al convento melkita del Santissimo Salvatore a Joun, neanche si può chiamare campo. La sistemazione di fortuna, per cinque famiglie da due anni è all’interno di un casolare abbandonato accanto a un pollaio. Più di venti persone, vivono in pochi metri quadri e dormono sui pochissimi materassi e tappeti che hanno a disposizione. Nel pollaio alcuni siriani hanno trovato lavoro e senza mezzi o denaro per spostarsi, l’unico modo per rimanere vicini al loro precario lavoro era quello. “Ci manca tutto” dice una giovane “Abbiamo bisogno di assistenza medica, ci sono bambini che hanno bisogno di essere operati. E per – dice – per noi donne il lavoro non c’è e per gli uomini trovare qualcosa soprattutto d’inverno è molto difficile”. E quando si trova qualcosa è pagato così poco che non basta a vivere. “Ora guadagno al 400 dollari al mese, quando va bene, ma non basta neanche per mangiare con la mia famiglia. Mi sono registrato alle Unhcr, mi hanno detto che ho diritto a ricevere gli aiuti, ma non ne ho ricevuti. E qui è sempre più dura”. Quando queste famiglie sono arrivate l’unica assistenza è stata quella di padre Abdo e della sua “Annas linnas”. Jessie, volontaria francese, insegna la sua lingua ai piccoli del campo. “All’inizio più che altro giocavamo e portavamo avanti attività per stimolare la creatività e tenere impegnati i piccoli che erano qui senza assolutamente alcun impegno. Non ci sono sedie, banchi, libri, nulla. Ora siamo riusciti a fare in modo che alcuni vadano a scuola e per loro e per gli altri faccio lezioni di francese quando sono qui”.

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I bambini siriani che non hanno accesso all’istruzione da quando si sono rifugiati in Libano sono tantissimi. Nell’area di Zahlè sono oltre 500. Non vivono in campi profughi, i genitori sono riusciti ad affittare una casa e, tra sfruttamento e precariato, lavorano quando e come possono. I soldi per le scuole private sono un miraggio. Il governo libanese ha dato accesso ai servizi pubblici statali per i siriani tra i quali scuole e ospedali. Ma le strutture non riescono a soddisfare neanche la domanda dei libanesi. “Abbiamo 500 bambini fuori dalla scuola. Siamo stati nella scuola pubblica a chiedere che venissero accettati, ma ci hanno detto che hanno già 700 bambini iscritti a fronte dei 600 posti disponibili. Di fronte a questo abbiamo deciso di fare qualcosa. Con l’aiuto di volontari, alcuni loro stesso rifugiati siriani e palestinesi, abbiamo fondato ‘La casa della carità’ una scuola dove oggi quotidianamente 155 bambini studiano arabo e inglese”. Il direttore della scuola è Elie Fadel. Lui e un’insegnante sono cristiani. Tutti gli altri undici sono musulmani. Ma il Credo nella Casa della carità non è un discrimine, anzi. “Abbiamo iniziato lo scorso anno per aiutare le famiglie siriane. Sono persone molto povere, non hanno il denaro per mandare i bambini a scuola e spesso neanche per il trasporto, sono io con la mia auto spesso a prenderli a casa e riportarli indietro a fine lezione. Iniziamo alle 8,30 e finiamo alle 12,30. Il pomeriggio abbiamo corsi per aiutare i ragazzi a studiare. Per noi – dice Elie – è molto difficile andare avanti, i bambini bisognosi sono tanti e non riusciamo a volte neanche a pagare agli insegnanti un aiuto per il traporto fino a qua. Senza gli aiuti dell’associazione di padre Abdo non potremmo vivere”. E solo dalle visite e dall’aiuto di padre Abdo che con la sua auto trasporta vestiti per l’inverno e coperte in vari campi, tanti rifugiati riescono a ottenere qualcosa mentre il governo volta le spalle e le organizzazioni internazionali non danno risposte a sufficienza.

Foto di Marco Negri