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Se l’attentato di oggi a Kabul
ci ricorda il fallimento afghano

Kabul, capitale del martoriato Afghanistan, è di nuovo colpita dal terrorismo. Un attacco vile, come ogni attentato, ma ancora più vile se si pensa che per compierlo sia stata utilizzata un’ambulanza. Un mezzo subdolo che è servito per superare i checkpoint e per immergersi nel traffico della capitale lasciando poi esplodere l’ordigno contro un convoglio della polizia e uccidendo decine di persone. “L’attentatore suicida ha usato un’ambulanza per passare attraverso i checkpoint, ha passato il primo checkpoint dicendo che stava portando un paziente all’ospedale di Jamuriate e al secondo checkpoint è stato riconosciuto e ha fatto esplodere il veicolo carico di esplosivo”. Questa la ricostruzione del portavoce del ministero degli Interni, Nasrat Rahimi, all’agenzia Afp. E Il bilancio provvisorio si aggrava di ora in ora. Il portavoce del ministero della Salute, Waheed Majroh, ha dichiarato che gli ospedali di Kabul già contano 40 morti e 140 feriti. E purtroppo, la speranza che il numero di morti si fermi, sembra essere vana. L’attentato è stato immediatamente rivendicato dal portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid. “Un martire con un’autobomba ha raggiunto il primo checkpoint vicino al Ministero degli Interni”, scrive il portavoce su Telegram. E ha aggiunto che, al momento dell’esplosione, c’era una grande concentrazione di poliziotti nella zona, lodando il massacro.

L’autobomba di oggi arriva dopo una settimana di sangue che ha coinvolto non solo Kabul ma l’intero Afghanistan. Una settimana fa, i talebani avevano colpito l’hotel Intercontinental della capitale uccidendo 43 persone, di cui 15 stranieri. Anche in quel caso è stato Zabihullah Mujahid a rivendicare l’attacco, tramite Twitter, esaltando la morte di decine di “nemici stranieri e loro mercenari” e descrivendo l’operazione tenuta in quel caso da cinque terroristi. Dopo l’attacco all’hotel di Kabul, è stata la volta della sede di “Save the children” di Jalalabad, capitale della provincia di Nangarhar. Ma questa volta, a rivendicare non sono stati i talebani ma i terroristi del sedicente Stato islamico, che in Afghanistan trova l’ennesimo fronte di guerra. Una settimana di sangue che deve far riflettere tutti, soprattutto in Occidente, sugli errori commessi in questi lunghi anni di guerra senza aver ottenuto nulla al fronte afghano né dalla lotta al terrorismo. Al contrario, quello che si evince è che non solo le formazioni jihadiste sono in rapida crescita, ma si stanno anche espandendo e iniziano un’orribile guerra a colpi di attentati terroristici per prendere posizione e guadagnare terreno all’interno del Paese.

Il fallimento di questa guerra condotta in Afghanistan è evidente. Ormai anche i più fermi sostenitori dell’intervento militare di Usa e Occidente per sradicare il fondamentalismo islamico devono accettare questa realtà e devono farvi i conti. Le guerre di liberazione hanno dimostrato di essere una scommessa mai vincente, soprattutto in un Paese come l’Afghanistan, la “tomba degli imperi”, come è stata definiti da illustri storici. Nessuno è mai riuscito a sottomettere completamente gli afghani e chiunque abbia tentato di farlo lo ha compiuto come una delle ultime operazioni prima del proprio tramonto. Ci provò l’impero britannico, cui seguirono i sovietici. E adesso è il turno degli Stati Uniti e dell’Occidente. Gli errori sono sempre stati evidenti. C’è un problema di natura culturale, cioè quello di pensare di imporsi su un sistema radicato e complesso come quello afghano dove i talebani mietono non solo consensi ma veri e propri legami sociali e territoriali. C’è un problema di natura economica e gestionale, e cioè aver reso l’Afghanistan un Paese senza un’economia autonoma e dove si è cercato, per esempio, di sradicare le piantagioni di oppio con coltivazioni “legali” ma che non danno alcuna garanzia di sopravvivenza ai contadini. A questo si aggiunge poi l’errore di fondo che è rappresentato dall’assenza di una strategia chiara e uniforme degli Stati Uniti. In questi anni si è cambiato di tutto, passando, soltanto in tempi recentissimi, dalla volontà di ritirarsi presa da Obama alla decisione di Trump di inviare più soldati. Una scelta che ha trovato il consenso del Pentagono, sugellata dal lancio di quella Moab contro l’Isis, ma che non sembra per ora aver sortito effetti reali nel teatro di guerra. Questa strategia ondivaga e a tratti incoerente si rinviene anche nei rapporti con gli Stati confinanti, in primis con il Pakistan. Come ricordato da Gianandrea Gaiani, per Analisi Difesa, Donald Trump ha accusato direttamente Islamabad di non fare nulla contro il terrorismo islamico in Afghanistan e ha tagliato i fondi al governo pakistano. Una scelta coraggiosa, per certi versi anche giusta, ma che ha irrigidito il già difficile rapporto fra le intelligence dei due Paesi ed ha praticamente consegnato il Pakistan alla Cina e alla sua sfera d’influenza. E Pechino si sta dimostrando, in questi ultimi mesi, estremamente interessante a entrare nel gioco afghano anche scendendo a compromessi con i talebani. Una scelta complessa ma probabilmente lungimirante che, per esempio, l’Occidente non ha voluto compiere. Errori, negligenze, perplessità, che l’Afghanistan continua a pagare con un tributo di sangue di decine di migliaia di morti civili dall’inizio della guerra e con un Paese distrutto, spartito tra fazioni e senza futuro.

  • http://vincenzomannello.it Vincenzo Mannello

    17 anni di occupazione #Usa e #Nato non hanno portato a niente..”esportare la democrazia” porta all’ #Afghanistan,alla #Libia,all’#Irak ed alla #Siria,tanto per citare i più importanti fallimenti?