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Se l’ascesa di Mariano Rajoy
rischia di infrangersi in Catalogna

Mariano Rajoy è impegnato a mantenere nei confini della legalità il caso del referendum sull’indipendenza della Catalogna. “Lo Stato” –ha detto il premier spagnolo- “logicamente deve reagire”. Il referendum previsto, infatti, sostiene il governo presieduto da Rajoy, viola il dettato costituzionale della sovranità nazionale per cui è previsto che a decidere sulle sorti della Spagna sia l’intero popolo. L’ultima offerta per la pacificazione nazionale è arrivata dal ministro dell’Economia: finanziamenti maggiori in cambio della rinuncia al referendum.

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La Catalogna, infatti, ha già ampi spazi d’autonomia e lo strumento referendario previsto per il primo di Ottobre è considerato illegittimo dallo stato centrale. Il diritto internazionale, poi, è abbastanza pacifico sulla fattispecie in questione: il discrimine è costituito dalla mancanza di diritto all’autodeterminazione del popolo, in quel caso e praticamente solo in quello, è prevista la possibilità di secessione. Ma in Spagna non sembrano proprio esserci problemi legati alla mancanza di democrazia. Per cui, almeno da un punto di vista giuridico, il dibattito sull’indipendenza della Catalogna potrebbe considerarsi chiuso. Lo scossone politico che sta interessando la Spagna in queste ore, poi, è solo uno dei tanti cortocircuiti che hanno coinvolto Mariano Rajoy e la sua maggioranza in questi anni. Quella di Rajoy è una leadership spesso passata mediaticamente in sordina, una forza tranquilla, non mainstream come quella dei suoi colleghi francesi o tedeschi, ma concreta e abituata a fronteggiare le situazioni più disparate.

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Pur guidando un governo di minoranza, Mariano Rajoy è riuscito a fare della Spagna un modello d’ispirazione per molti. Crescita, stabilità e riscatto nazionale sono i termini paradigmatici che guidano l’azione dell’amministrazione spagnola. E i numeri, è un dato oggettivo, danno ragione alla sua dottrina. Nel momento in cui il premier spagnolo chiese 40 miliardi di euro all’Ue al fine di salvare le banche nazionali, la situazione economica della sua nazione sembrava irreversibilmente immersa in una crisi strutturale senza vie d’uscita: il Pil era in forte calo, la disoccupazione giovanile era al 60%, quella generale oltre il 24% e lo spread tra i Bonos spagnoli e i Bund tedeschi arrivò a toccare la soglia di 510. In un giro di un paio d’anni, le banche vennero effettivamente salvate, ma sono i fondamentali economici forniti nel tempo dalla statistica a rimarcare quanto abbia inciso l’azione di Rajoy sull’assetto spagnolo.

Oggi la Spagna è una nazione in ripresa, con un Pil in crescita, un dato disoccupazionale calato di circa 4 punti percentuali e una forte riduzione del debito privato che aveva contribuito all’innesco della crisi. Smentite, insomma, anche le insistenti voci che sostenevano che il piano di Rajoy nascondesse il rischio di un’austerità volta alla recessione. Madrid, poi, ha anche adottato politiche pionieristiche in materia d’immigrazione. La Spagna è l’unico paese europeo che confina geograficamente con l’Africa, eppure, grazie a sofisticati meccanismi di controllo e accordi bilaterali con le nazioni africane, gli iberici sono scampati alle conseguenze che sarebbero potute derivare da una vera e propria invasione. Certo, in Spagna vengono mandati molti meno richiedenti asilo che in Italia, ma resta la tendenza restrittiva imposta dal governo sulla possibilità di ingressi indiscriminati. Mariano Rajoy, del resto, tiene molto all’equilibrio raggiunto dalla nazione che guida politicamente. Una forza tranquilla, la sua, spesso etichettata per il grigiore dei suoi abiti e per lo spirito compassato delle sue maniere. Nessun tiki taka immaginifico, ma tanta concretezza sotto porta. Se lo spirito catalano emerso in questi giorni rappresenta a pieno l’istinto alla padronanza del gioco rappresentata da Messi e compagni, Mariano Rajoy esprime il naturale contraltare metaforico: l’imperturbabile consistenza del Real Madrid.